Elegia del blues elettronico

Lo devo ammettere: quando me lo hanno proposto, ci ho anche pensato su un momento. Perché non è proprio una roba facile reagire d’istinto quando qualcuno ti chiede “vai tu a Milano a intervistare Mark Lanegan?”. In queste situazioni il rischio di mandare tutto in vacca è alto, perché – professionalità a parte – di fronte ad un soggetto del genere non puoi che tornare ad essere il ragazzino con il poster degli Screaming Trees appeso in camera, e in fondo sai che trovartelo davanti è una specie di scherzo dell’universo, ché se nel destino ci fosse una logica avrebbe dovuto fare la fine di Kurt Cobain o tanti altri della sua generazione. E perché, dopo tutto, ci sono talmente tante cose che vorresti chiedergli – e molte sai di non poterlo fare – da non riuscire nemmeno a capire da dove iniziare.

Mark Lanegan ha fatto un disco solista, Blues Funeral, a otto anni di distanza da quel piccolo capolavoro che fu Bubblegum. Un nuovo lavoro con cui sembra aver deciso di cambiare (quasi) completamente strada, introducendo una marea di synth e beat elettronici che si intrecciano a chitarre acustiche, a brani elettrici e sporchi: tutto tenuto insieme dalla sua voce inconfondibile, marchio di fabbrica con cui in qualche modo, al di là dei progetti e dei cambiamenti di stile, continua a mettere in scena se stesso. Testi ruvidi che riportano a un immaginario di amori finiti, morbosi, a una religiosità tirata costantemente in ballo con quella vena che sa però di misticismo voodoo e croci tatuate addosso. Praticamente vent’anni di rock americano, anzi forse tutta la storia del rock d’oltreoceano, in un solo uomo.

Insomma, un’occasione che non capita tutti i giorni. Mi preparo al meglio, ma la tensione comunque si fa sentire e – complici il divano di un amico e l’immunità al freddo delle zanzare di Lambrate – passo la notte praticamente in bianco.

Come se già non mi sentissi abbastanza su di giri, ad aggiungere un tono ancora più mistico alla cosa, la prima persona che vedo entrando nella hall dell’Hotel Principe di Savoia di Milano quel 6 dicembre, è Antonello Venditti. Per un istante resto come stordito, e mi domando se sia una coincidenza oppure no. Forse lui se ne accorge, mi guarda con aria distrattamente interrogativa, i nostri sguardi si incrociano (o ameno credo) e torna a posare gli occhi sul suo giornale. Passo oltre, quattro chiacchiere con colleghi e addetti stampa, e mi accompagnano a un tavolo riservato nel bar del grande albergo meneghino.

Quando me lo trovo davanti, la prima impressione è diversa da quella che mi aspettavo: non l’espressione dura delle foto di repertorio e i vestiti scuri, ma il volto rilassato sormontato da un cappellino da baseball portato al contrario, camicia di flanella a quadri e cuffietta dell’iPod arrotolata attorno al collo. Persino la stretta di mano, che avrei immaginato mi avrebbe lasciato appena un paio di falangi intatte, è più morbida del previsto.

Ci scambiamo un paio di convenevoli. Arriva un cameriere, Mark ordina qualcosa da bere. Accendo il registratore. Si parte.

Tanto per cominciare, una domanda abbastanza ovvia. In questi ultimi anni hai messo le mani in tantissimi progetti (con Isobel Campbell, i Soulsavers e i Gutter Twins solo per citarne un paio): perché un disco solista proprio ora, a otto anni da Bubblegum?

Non c’è una ragione particolare. Era passato così tanto tempo dall’ultimo disco da solo, nel frattempo mi sono concentrato su tante altre cose che avevo voglia di fare, ho lavorato con tante persone e fatto diversi tour. In pratica per questo e per il prossimo anno non avevo nulla in agenda, quindi ho pensato ‘ok, dovrei fare un album da solo’.

Però il disco porta comunque la dicitura Mark Lanegan Band, non solo il tuo nome.

Beh, gli ultimi due (Here Comes That Weird Chill e Bubblegum) erano usciti come Mark Lanegan Band, che per me è stato un bel salto stilistico. Quindi non è possibile, credo, tornare indietro. I primi album erano molto più acustici, mentre avere una band a disposizione ha voluto dire iniziare a fare qualcosa di più simile a quello che ascolto di solito e suono in generale, più elettrico e a volte anche elettronico. Ad un certo punto mi sono anche tinto i capelli di nero, qualche anno fa, perché volevo cambiare. E questa direi che sia la risposta breve alla domanda.

Un desiderio di girare pagina, quindi.

Si, in un certo senso si. Ora non avrebbe avuto senso fare di nuovo un disco solamente a mio nome. Magari un giorno, se trovassi qualcosa di appropriato a cui dare quel nome, potrei tornare indietro, ma non per questo disco. E poi in qualche modo bisogna chiamarlo, no?

Hai parlato dell’elettronica, che effettivamente è un elemento importante in Blues Funeral, soprattutto in brani come Ode To Sad Disco. Quali sono di preciso le influenze in questo senso?

Ho sempre ascoltato e amato musica che ha elementi di questo genere al suo interno. Nel 1985 ascoltavo i New Order, capisci cosa intendo? Mentre scrivevo questo disco poi ho ascoltato in maniera approfondita Harmonia, Cluster, Kraftwerk… Tutto quel filone tedesco. Sono cose che ho sempre ascoltato, ma che in questo caso ho rivisitato pesantemente.

Infatti l’elemento kraut è predominante. Ma se l’elettronica è sempre stata fra le tue influenze, come mai proprio in questo lavoro più che in altri è diventata così evidente?

Credo che in questo disco più che in altri sia entrato quello che ascoltavo nel momento in cui scrivevo le canzoni. Per gli altri album ho usato anche canzoni che venivano dal passato, che magari non erano pronte per finire su un disco e allora le infilavo nel successivo e così via. Questo invece l’ho scritto completamente dall’inizio alla fine: scrivevo una canzone, la registravo, e quando quella era finita ne iniziavo un’altra. Finché non ne ho avute dodici e stop, ecco il disco.

Quindi un metodo di lavoro molto essenziale. Effettivamente il risultato è un disco molto coeso, che in qualche modo incornicia un momento. Quando hai iniziato a scrivere le canzoni?

Abbiamo iniziato a gennaio 2011 e l’abbiamo finito in giugno. Però registrando solo due giorni a settimana e per non più di quattro ore al giorno, quindi non più di otto ore a settimana. E poi ci sono stati dei momenti in cui ci siamo fermati, perché ero in tour io o lo erano gli altri. E’ stato un lavoro diluito nel tempo, per questo c’è voluto molto per portarlo a termine.

Con un metodo di lavoro di questo genere immagino che a tenere tutto insieme sia stato Alain Johannes, che ha registrato il disco. Perché hai scelto proprio lui?

Ho scelto di lavorare con Alain perché con lui ho registrato quasi metà di Bubblegum e il processo creativo che si crea fra noi due per me è unico. Ho scritto e registrato canzoni con molte persone ma quella che ho vissuto con lui, per me, è stata l’esperienza migliore. Alain semplifica veramente le cose. Il modo in cui lavoriamo assieme è libero, c’è una creatività unica e lui più di chiunque altro capisce quello che voglio fare e lo mette in pratica molto velocemente. E poi è una persona fantastica con cui passare del tempo. Francamente, se potessi scegliere, probabilmente lavorerei con lui per il resto della mia vita. Anche perché se trovi una cosa che è buona perché la dovresti buttare via?

Parlando sempre dei credit, Blues Funeral è un disco po’ meno all star di Bubblegum, ma che contiene comunque apparizioni da parte di Josh Homme, Greg Dulli e altri. Puoi fare un quadro veloce di chi suona cosa, e dove?

Dunque vediamo… Greg canta su St Louis Elegy solo dei backing vocals. Ovviamente amo lavorare con lui, è un mio amico strettissimo e adoro come le nostre voci suonano assieme Trovargli un posto è stato veramente facile. Avrebbe anche potuto fare tutto il disco con me, ma lo facciamo già sotto un altro nome, quindi…! Josh suona la chitarra su Riot In My House, poi ci sono altre persone da altri progetti di cui ho fatto parte: Dave Catching degli Eagles Of Death Metal, ex Queens of The Stone Age, che suona su un paio di pezzi e ha suonato su gran parte di Bubblegum; Chris Goss, che ha prodotto gran parte di Bubblegum e ha cantato su dischi con me dal 1996, canta e suona la chitarra su Leviathan; Dick Garwood suona la chitarra su un paio di pezzi; il mio amico belga Aldo Struyf, che è stato nella mia live band sin dai tempi di Bubblegum; Dave Rosser, chitarrista dei Gutter Twins e dei Twilight Singers, suona su un paio di pezzi… Credo sia tutto.

Insomma, una grande famiglia.

Praticamente.

Scendiamo un po’ più a fondo nel significato di Blues Funeral, iniziando proprio dal titolo. Cosa significa, e perché lo hai scelto?

Insomma, devi chiamare il disco in qualche modo. E quando mi sono trovato davanti a questa collezione di canzoni mi sono fermato a pensare a come rappresentarla, alla tonalità che volevo dargli e a come volevo che apparisse, ho scelto quel nome. Perché pensavo calzasse. E’ stato veramente l’unico criterio che io abbia mai usato per ogni tipo di titolo, di una canzone o di un album: perché mi sembrava che stesse bene. Non diversamente da quando scelgo un paio di scarpe o qualcosa da un menù… Perché è quello che voglio e quello che mi sembra sia meglio. E in questo è ciò che volevo.

Eppure le parole “blues funeral” sono citate nel testo di Tiny Grain Of Truth, il brano conclusivo del disco, un po’ come se fosse una title track in pectore. Come mai l’hai scelta per chiudere la scaletta? Ha un significato particolare?

Quella canzone esisteva prima della sequenza delle canzoni, e il testo prima del titolo dell’album. E’ un genere di canzone che ho già fatto in passato, anche se in modo leggermente diverso, e per il testo che ha, per il fatto che contiene il titolo e perché dura sette minuti ed è molto meditativa, quasi un mantra, per me è ovvio e naturale che sia il tipo di canzone con cui concludo un disco. Ci sono canzoni che sembrano conclusive e Tiny Grain of Truth è quel genere di canzone. E visto che la prima canzone è The Gravedigger’s Song e il disco si chiama Blues Funeral mi sembrava la conclusione migliore.

Ho notato che l’album ha molti riferimenti biblici e religiosi, sia nelle parole scelte per i testi che nei titoli (elegy, funeral, leviathan). Persino il fatto che il disco abbia dodici canzoni rimanda a un elemento biblico. C’è sempre un senso religioso di qualche genere nei tuoi testi, nei riferimenti che fai. Che significato ha tutto questo per te?

Non saprei. Non sono una persona religiosa. A modo mio cerco di essere una persona spirituale, questo si. Non mi piace la religione organizzata, però la religione è una cosa che mi ha sempre interessato. Amo molto il gospel, il gospel blues, sono sempre stato affascinato dalla passione di chi vi è coinvolto e quello di cui stiamo parlando credo si sia sedimentato in me con il tempo. A pensarci, è una cosa che ho sempre avuto, ma forse adesso affiora più che in passato.

Tornando al passato, i tuoi primi tre album solisti erano una specie di trilogia sulle radici del blues e della musica fondamentale americana. Quel Blues nel titolo può quindi rappresentare un nuovo inizio, un aprire nuovamente quella trilogia sotto una nuova veste?

Non mi sento di discordare con quello che dici, ma non… Come posso dire? Faccio questi dischi per me, consapevole che altre persone li sentiranno, e una volta che li ho fatti sta a qualcun altro giudicare. Odio dirlo, ma non li farei se altre persone non li ascoltassero. Certo forse scriverei comunque canzoni, ma non credo mi prenderei la briga di fare un disco se altri non lo potessero ascoltare. Mi farei i miei nastri, tutto qui. Per questo credo stia agli altri decidere che significato abbiano. Non sta a me. Non importa veramente cosa significano per me: ovviamente ho una mia idea, ma è anche giusto che chiunque ami la mia musica abbia la propria opinione a riguardo. Per esempio, io non sapevo cosa significasse Higway 61 Revisited, capisci cosa intendo? Ogni disco che ho amato aveva un senso di mistero senza il quale forse non lo avrei amato così tanto, qualcosa che si spiega da solo e a cui ognuno dà un significato. Specialmente in questa epoca, in cui ci sono così tante informazioni su tutti quanti – sono sicuro che potrei andare su Twitter o Facebook e scoprire tante cose anche su di te e sulla tua vita – sono molto più interessato a cose di cui non conosco tutto. Voglio dire, ascolto musica in gran parte perché voglio che mi trasporti da qualche parte, lontano dalla realtà della mia vita e credo che molti lo facciano per la stessa ragione. Quindi, in questo senso, cosa può valere quello che penso io di quello che faccio? Nulla. Insomma, per me spiegare la mia musica è un po’ annullarne il significato.

Capisco. E’ più facile legarsi a qualcosa se ci si proietta sopra una parte di sé.

Esatto. Scoprendo alcune cose, il mistero sparirebbe e poi quella musica non sarebbe più parte di me. La musica che amo è musica che mi racconta la mia storia, che sia vera o no. Magari è una mia storia immaginaria o è come vorrei che fosse la mia storia o mi ricorda una parte della mia storia o di qualcuno che conosco. Se dovessi dirti quello che ogni mia canzone vuol dire allora farei a me, alla mia musica e anche a te un’ingiustizia. Anche se a te magari non interessa un approccio alla musica di questo genere, per qualcuno potrebbe essere importante e non vorrei intaccare la sua esperienza con un mio commento su una canzone.

Credi quindi che tutta questa sovraesposizione a livello informatico e comunicativo abbia modificato il mondo della musica in peggio? Prima hai detto di fare dischi principalmente perché le persone li ascoltino, una cosa che con Internet è molto più semplice e immediata, no?

Non mi faccio troppo coinvolgere dal lato del business. Sono contento e fortunato ad avere una compagnia che mi fa fare dei dischi e li promuove, anche se oggi chiunque può fare un disco e metterlo fuori. E credo che questa sia una cosa buona: tutto quello che può sfociare in qualcosa di creativo è buono, anche se magari posso non apprezzare il risultato. Per esempio tu potresti fare un quadro che potrebbe non piacermi…

Guarda di questo ne sono praticamente certo, faccio veramente pena.

Ah, sono sicuro che nemmeno tu apprezzeresti i miei quadri… Perché non sono assolutamente capace di dipingere! Ma capisci quello che voglio dire. Il modo in cui la musica sta cambiando credo sia buono. Tutti hanno accesso a molta musica, tutti possono fare musica, bisogna solo guardare meglio in giro per trovare cose che ti piacciono, ma ci sono anche più possibilità di trovarle.

Per concludere, un paio di domande sul tour che inizierai tra poco: hai già iniziato a pensare a come poter rendere l’album dal vivo? E come sarà composta la band live?

Inizieremo le prove la prossima settimana. Ci saranno Aldo Struyf, il mio amico belga, e altri tre musicisti dal Belgio. Cercheremo di suonare queste canzoni, magari non proprio come suonano su disco ma in un modo che ci renda felici. E’ quello che cerco sempre di fare dal vivo.

10 Febbraio 2012
10 Febbraio 2012
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