Il tuffo riuscito dei Mary In June. L’intervista.

Roma di questi tempi è diventata uno dei centri nevralgici della musica pop nostrana. Da I Cani di Niccolò Contessa ai Thegiornalisti, fino all’ultimo fenomeno mediatico Calcutta, la Capitale sembra vivere una sorta di stagione d’oro del cantautorato a tinte pop. Negli ultimi mesi Roma si è però anche trasformata in un terreno di aperto conflitto in cui realtà più o meno piccole dell’ambito musicale si vedono costrette a scontrarsi con burocrazia e autorità (vedi le ultime vicende del Dal Verme e dell’Init, locali accusati un po’ pretestuosamente di essere luoghi in cui si consumerebbero «forme gravissime di illegalità…»). Ma, nonostante questo, dal sottobosco della Capitale continuano ad emergere progetti interessanti. Uno di questi sono i Mary In June, «band italiana, dal nome inglese […] che canta in italiano testi che hanno il sapore del petrolio» attiva dal lontano 2010 e che lo scorso marzo ha dato alle stampe il primo full-length Tuffo, molto apprezzato su queste pagine. Prodotto sotto la supervisione di Giorgio Canali, il debutto del combo capitolino è un condensato di suoni di chiara origine emo-folk che spianano la strada a testi «che spaziano dal disagio generazionale (tipicamente emo) a cartoline dal fronte (ci sono riferimenti a Beirut, al Pakistan e all’India) creando limpide immagini romantico-esistenziali (Fango, Confini, Combustibile)». A prendere forma è così l’affresco amaro di una generazione ormai “abituata” a vivere nella disillusione, ma che allo stesso tempo non aspetta che una scintilla per invertire il flusso negativo al quale sembra essere condannata. Di tutto questo abbiamo parlato con la band nell’intervista che segue.

Intervista

In sede di recensione facevamo riferimento al fatto che sembra incredibile che ogni volta che Giorgio Canali lega il suo nome a un progetto, questo progetto è poi destinato ad avere un certo “successo”. È accaduto con i Verdena e Le Luci della centrale elettrica. Succede oggi con voi. Come è nata la collaborazione con lui e quanto vi ha aiutato nel processo creativo?

La collaborazione con Giorgio nacque nel 2012 dopo che ascoltò un nostro live al Circolo degli artisti. Dopo il concerto ci raggiunse e ci disse una roba del tipo «fate cagare ma i pezzi son fighi». Da quel momento iniziammo a coltivare un rapporto a distanza dalle nostre rispettive sedi di residenza. Durante la stesura dei pezzi cominciammo a mandare i primi provini e a ricevere feedback positivi e meno positivi, e capimmo meglio la direzione da prendere e cosa andasse scartato. La ricerca maggiore l’abbiamo fatta sul suono, volevamo essere del tutto soddisfatti del prodotto e suonare qualcosa che veramente ci trascinasse più dentro possibile, che ci emozionasse. Così, a maggio 2015, chiamammo Giorgio per confermagli che saremmo entrati in studio e che volevamo il suo supporto. A luglio venne per le voci e le melodie, si intrecciò con Alessandro nel caldo e nel sudore estivo a bere e urlare. Dobbiamo ammetterlo, non ha voluto incidere sulle parti strumentali ma ci teneva tanto alle voci ed è stato fondamentale, rassicurante, decisivo, ha condiviso con noi la sua attitudine musicale pazzesca! Siamo stati sempre onorati di questo e, nonostante le sue “bastonate”, è stato il nostro trampolino. Speriamo ora di fare la carriera dei Verdena e di Brondi [risata, ndSA].

Titolo e artwork del vostro debutto alludono per l’appunto al “tuffo”. Un tuffarsi che può essere interpretato come “prendersi una sorta di rischio”, ma anche come liberazione. Cosa c’è dietro alla sua scelta? E per l’appunto, dove avete intenzione di tuffarvi?

Ci piace andare a fondo nelle cose. A volte siamo troppo introspettivi e in qualche caso ci inginocchiamo e infiliamo le teste nei vasi, ma questa volta abbiamo deciso di fregarcene e di tuffarci. Il nostro tuffo è una presa di coscienza. È come se tutti noi ci fossimo trovati alla fine della prima analisi del nostro ego e della nostra persona. Eravamo stanchi emotivamente per diverse ragioni e compatibilmente stavamo accrescendo il desiderio più importante: vivere ogni sfaccettatura delle nostre vite e soprattutto farlo insieme e suonare, suonare, suonare!

Dal vostro primo EP Ferirsi ad oggi sono passati tanti anni, quasi sei. Come mai tutto questo tempo e soprattutto cosa trovate che sia cambiato da allora (sia nel contesto musicale che vi ospita, sia in voi stessi)?

Precisamente cinque anni! Non volevamo dare un peso al tempo, ci sono stati periodi per alcuni di noi molto intensi, ma anche l’attività in sala di registrazione è stata lunga e affascinante. Analizzando Ferirsi e Tuffo, ci si accorge che è come se mancasse un disco di mezzo. Abbiamo scartato gigabyte di musica. Avremmo potuto tranquillamente far uscire un disco che si avvicinasse molto di più al nostro debutto, ma quello che ormai ascoltavamo e che ci dava un’identità era altro. Ad oggi abbiamo appreso la nostra formula migliore per la stesura dei brani, non ci saranno da attendere più cinque anni! [risata, ndSA]. Per quanto riguarda il contesto, devo dire che è cambiato moltissimo; l’influenza del pop e dell’elettronica ha contaminato tutta la scena e anche le grosse etichette indipendenti virano verso queste tendenze, nonostante il “sottobosco” indie-emo-punk continui a sfornare prodotti validi e interessanti. Ad oggi credo che sia importante il colore e la rotondità di quello che si vuole scrivere, i contesti sociali cambiano la realtà della vita di tutti e gli artisti descrivono le emozioni in maniera diversa, dipingendo immagini nuove. Quanto a noi, l’unica cosa che possiamo sicuramente dire è che siamo più maturi, più coscienti e abbiamo focalizzato l’obbiettivo. Una, due volte a settimana, alle solite tisane aggiungiamo grappa e genziana!

Nella vostra musica sono chiari i riferimenti ad un certo emo di stampo italiano (Fbyc, Gazebo Penguins, Riviera e gli Altro di Baronciani sono i primi nomi che saltano in mente). A tal proposito, quali sono stati gli ascolti che vi hanno segnato sia prima, sia durante la registrazione di Tuffo, e quali vi hanno aiutato a trovare la vostra collocazione “stilistica” (anche se questa appare ancora abbastanza sfumata e non del tutto definita)?

È vero, i riferimenti sono chiari: l’emo italiano l’abbiamo divorato ma c’è stato un gruppo inglese che ci ha entusiasmato, i Crash of Rhinos. Impossibile poi non citare Alt-J, Beirut, Tame Impala e tutto quel filone post-rock che emerge sempre tra i nostri ascolti. I Mary In June non hanno una collocazione stilistica precisa, e come dici tu è sfumata, ma crediamo e speriamo che sarà sempre così, perché non ci piace fossilizzarci su qualcosa di preciso. È chiaro però che non toglieremo mai i distorsori!

Una domanda sull’attualità. Voi che siete di Roma, e che quindi conoscerete bene il contesto culturale e musicale della Capitale, cosa pensate di questo stato di repressione degli spazi culturali presi di mira dalle autorità (vedi la chiusura del circolo Dal Verme e le ultime notizie sull’INIT). Che clima si respira? E che futuro prevedete per la vostra città?

Il clima è sicuramente di accanimento e soprattutto sembra incredibile che ad associazioni che da anni promuovono la cultura e l’ innovazione vengano tolti i diritti di esercente, e quindi la possibilità di rimanere in piedi. Il Dal Verme e l’Init sono realtà presenti sul territorio da anni, ma purtroppo guardare la vicenda solo con gli occhi dell’utente medio non rende del tutto la chiarezza dei fatti. Credo che come al solito la verità sia sempre nel mezzo (vedi la vicenda del Circolo degli Artisti). Molto spesso i gestori e le associazioni però si adagiano e non vanno ad accrescere il loro potenziale nelle infrastrutture e nelle attrezzature. La furbizia secondo noi sarebbe quella di partire in un modo, crescere e poi fare di tutto per non essere attaccato da nessun lato, perché prima o poi qualcuno potrebbe infastidirsi. Per quanto riguarda il futuro di Roma, dipenderà tutto dalle prossime elezioni, ma dal punto di vista culturale, e quindi anche per i concerti e gli eventi simili, non credo che ci saranno chissà quali grandi innovazioni. Sarebbe bello se si potesse organizzare un grande festival tipo Primavera o Sziget, ma l’Italia non dà proprio l’impressione di essere pronta…