Lontano dai barbari

L’appuntamento è sul soppalco di Semm, negozio di dischi bolognese di via Oberdan particolarmente attivo sul fronte delle iniziative musicali cittadine. E’ lì che incontriamo verso sera i Massimo Volume per l’intervista che leggerete di seguito, realizzata pochi minuti prima della presentazione ufficiale del nuovo disco Aspettando i barbari. Al piano di sotto è un mescolarsi di persone compresse nella metratura non troppo generosa dei locali – ma piena, vivaddio, di CD e soprattutto di LP in vinile – e stipate nel portico esterno al negozio. Tutte con gli occhi puntati sulla vetrina, dove Emidio Clementi, Vittoria Burattini, Egle Sommacal e Stefano Pilia si accomoderanno di lì a poco per far ascoltare ai presenti la loro ultima fatica discografica.

C’è una certa attesa, nell’aria, conferma ulteriore di quanto l’immaginario del gruppo sia ben radicato in una Bologna che lo ha visto nascere e che alla fine ci è pure finita dentro, ma anche dell’affetto che circonda i Nostri da sempre. In parallelo ci viene in mente il Giovanni Lindo Ferretti che abbiamo visto qualche tempo fa, sempre a Bologna, in occasione della presentazione del film autobiografico Fedele alla linea: anche lì, stessa attesa, stessa ressa, stessa voglia di partecipare a evento piccolo ma con un grande significato per molti. Sembra quasi che, al di là dei meriti innegabili degli artisti citati, essi rappresentino quasi dei punti fermi, delle ancore in alto mare figlie di un’epoca irripetibile, a cui appendere il cuore in tempi caratterizzati da un fast food dell’informazione (musicale e non) che non ammette distrazioni e in cui forse, molti, non si ritrovano. 

I doveri promozionali e uno sfortunato accavallarsi di eventi impediranno a Clementi di partecipare all’intervista, sostituito egregiamente dal resto del gruppo. Quanto segue è il resoconto di una chiacchierata amichevole sul nuovo disco e sulle dinamiche che regolano il lavoro all’interno dei Massimo Volume, con qualche polaroid sbiadita dai ricordi ad arricchire il tutto.

Tema libero: Aspettando i barbari

Egle Sommacal: Siamo soddisfatti del risultato. Siamo anche a un punto della nostra carriera in cui il giudizio degli altri può incrinare poco le scelte che facciamo per un disco. E’ chiaro che se il disco riceve buoni riscontri, ci fa piacere, ma allo stesso tempo non ci preoccupiamo più di tanto del caso contrario. In generale, Aspettando i barbari è un disco che rifaremmo. Per quanto riguarda il titolo, ti posso dire che personalmente lo leggo come un’attesa dei tempi scuri, tempi scuri che, a dirla tutta, mi sembrano arrivati già da un po’.

Vittoria Burattini: Il disco ha un’atmosfera abbastanza cupa. Credo che il titolo indichi, comunque, questa attesa, questa atmosfera. La stessa atmosfera che, a mio modo di vedere, si ritrova anche nei testi delle canzoni

Rispetto a Cattive Abitudini, Aspettando i barbari mi è sembrato un disco più integrato in quello che potremmo definire “l’immaginario più classico” dei Massimo Volume. Cosa ne pensate?

ES: Le nostre intenzioni, in realtà, erano un po’ diverse. Volevamo allontanarci dallo stile classico del gruppo, rimanendo al tempo stesso comunque al suo interno. E’ vero però che questo disco, soprattutto per quel che riguarda le voci, il cantato e i testi, potrebbe richiamare un po’ Stanze. C’è forse il ritorno di un recitato che è più vicino al cantato, cosa che Emidio, nel corso degli anni, sembrava avere sempre più abbandonato. C’è anche il ritorno a una metrica del testo che è più vicina alla forma canzone, piuttosto che a una forma narrativa. Forse è il passaggio che era mancato a Club Privè, in cui si era cercato un cantato che alla fine si è rivelato, probabilmente, non del tutto a fuoco. Qui mi pare che Emidio abbia fatto un grosso lavoro, da questo punto di vista.

VB: Anche nella composizione dei pezzi, forse, c’è un ritorno a Stanze. I brani, in generale, mi sembrano più arrangiati, più compatti.

Cattive abitudini mi era sembrato un po’ un allentare l’ortodossia stilistica dei Massimo Volume, quasi per vedere dove si sarebbe potuti arrivare. Episodi molto più lenti del solito, come se fosse in atto un gioco di equilibri tra di voi. In fondo era il disco della “ripartenza”…

ES: Alla fine queste cose sono sempre molto casuali, credo.

Stefano Pilia: Quel che ricordo io, è che finito Cattive Abitudini avevamo preso la decisione di fare, con il disco successivo, qualcosa di più claustrofobico, di duro.

VB: In effetti Aspettando i Barbari è un po’ il negativo di Cattive Abitudini.

SP: Credo che i due dischi si siano materializzati in due modi completamente diversi. Per Cattive Abitudini abbiamo lavorato molto sulla composizione dei brani, ognuno per le sue parti ma in maniera corale, e poi abbiamo registrato praticamente in diretta cercando il giusto equilibrio. Qui invece ognuno ha registrato separatamente e tutto il processo è stato fatto passo per passo.

E cambiato qualcosa nella strumentazione?

SP: Abbiamo inserito altri elementi timbrici, ad esempio i sintetizzatori; Vic Chesnutt ha al suo interno due bassi. In generale, però, la concezione del suono è rimasta praticamente la stessa.

sentireascoltare_massimo volume

Com’è interagire all’interno dei Massimo Volume? L’impressione dall’esterno è che ognuno di voi abbia un portato molto personale e diverso da quello degli altri. Come lavorate di solito?

VB: Di solito iniziamo improvvisando in sala prove; qualche volta c’è un riff interessante da cui partiamo per sviluppare insieme il lavoro. In generale il procedimento è questo.

SP: Alla fine c’è tantissima selezione sul materiale che suoniamo e spesso lo stesso materiale viene lavorato e rivisitato più volte. In qualche caso viene buttato via qualcosa che potenzialmente potrebbe essere molto bello, ma che non convince tutti quanti.

ES: C’è stato un lavoro molto lungo di selezione, per questo disco. Un processo che, alla fine, si è rivelato anche logorante.

Sono nate prima le musiche o i testi?

ES: Emidio ha tratto ispirazione per i testi dalle musiche, dalle atmosfere. In realtà, quando poi sono arrivate le parole, abbiamo modificato nuovamente le musiche per adattarle alla parte vocale. Nonostante lo si sia registrato in maniera separata, il lavoro è stato comunque collettivo. Qualche brano ha cambiato completamente volto, tipo Dio delle zecche, ad esempio. E’ stato un disco dalla genesi molto “combattuta”, per certi versi. Il risultato finale, comunque, ha soddisfatto tutti.

VB: Che io ricordi, il nostro iter di lavoro è sempre stato un po’ “sofferente” in questo senso. Ognuno, ovviamente, si attacca a quello che ama e quindi le dinamiche decisionali sono sempre delicate. Questo dipende sia dal portato musicale, che da quello caratteriale. Poi quando si suona dal vivo, si dimentica tutto. Siamo un po’ come quelle coppie che hanno un ottima intesa sotto le coperte e litigano quando vanno a fare la spesa.

Come gruppo avete una storia ormai ventennale. Quale disco, per i Massimo Volume, ha rappresentato il passaggio più importante verso la maturità? Che ricordi avete legati al periodo in cui lo avete inciso?

ES: Non saprei risponderti.

VB: Anche se per Lungo i bordi provo molto affetto, credo che sceglierei Da Qui. Mi pare che dal punto di vista creativo, per il lavoro svolto in studio, per i personaggi coinvolti (Steve Piccolo, ad esempio), Da qui rappresenti un po’ quel momento. Di quel periodo ricordo l’atmosfera che c’era in studio, le ore notturne passate a suonare, il fatto che il rapporto tra di noi quasi non tenesse conto dell’esterno. Dopo, come è normale che sia, sono arrivati gli orari, le famiglie e via dicendo, quindi le cose sono un po’ cambiate. Scendendo nello specifico, ho un ricordo di un brano, Manhattan di notte, registrato proprio nelle ore notturne; mi è sempre sembrato che la notte che avevamo intorno, il silenzio, fossero entrati in qualche maniera all’interno del brano.

SP: a me piacciono molto i primi tre, anche se Lungo i bordi ha forse qualcosa della freschezza di Stanze, pur iniziando a definire qualcosa di nuovo.

Se doveste fare un bilancio della vostra storia?

ES: Quando arrivi alla nostra età, cambiano un po’ i valori rispetto a quando si è giovani. Magari la musica non è più al primo posto, per quanto rappresenti, comunque, la nostra vita. Entrano in gioco anche altri fattori, altre variabili. Ora, se saliamo sul palco e uno di noi è nervoso o magari sbaglia, tendiamo a vedere tutto in maniera molto più rilassata, rispetto al passato. Adesso quello che ci interessa è ricoprire bene il nostro ruolo all’interno della band. Per quanto mi riguarda, ho una visione molto disincantata. Per assurdo, potrei anche pensare che un giorno la musica diventi solo una cosa personale mia, privata.

Credete che la band sarebbe stata la stessa se non fosse nata in un contesto cittadino come Bologna?

ES. Alla fine credo che la vita sia solo un insieme di contingenze, di casualità. Una variabile può anche cambiare tutto quanto.

Quanto vi ritrovate in una contemporaneità musicale in cui esiste una grande interconnessione tra i generi e i suoni?

SP: Siamo dei freak, in questo senso. Ci scambiamo anche ascolti, informazioni. Siamo molti aperti.

ES: In realtà non siamo molto legati al nostro passato musicale più tradizionale. Musicalmente siamo onnivori; ascoltiamo musica classica, jazz, di tutto. Sul fatto che noi si sia o meno buoni musicisti, si può discutere, ma in generale siamo ottimi ascoltatori.

12 Ottobre 2013
12 Ottobre 2013
Leggi tutto
Precedente
L’amore per gli estremi Anna Calvi - L’amore per gli estremi
Successivo
A Mystical Time Zone Parte Prima The Smiths - A Mystical Time Zone Parte Prima

etichetta

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite