Know Your Roots

In Bristol (Without a Pistol)

Non ce ne voglia Matt Elliott, se ci appropriamo – anzi: “campioniamo” – il titolo di un suo (polemico) brano rovesciandone il significato. Probabile che apprezzi, considerando come anch’egli sia un illustre figlio di una città salita agli onori delle cronache per le solite ragioni sbagliate e superficiali. A nulla serve fingersi smemorati, lasciar credere che in quel cuore rovente dei Novanta fossimo da ben altra parte quando il “famigerato” trip-hop deflagrò, fino a diventare – in un processo cui ormai s’è fatta l’abitudine – un bene di consumo penetrato ovunque, dalla pubblicità alla tappezzeria sonora. Il problema era che la sua natura ondivaga e rilassata si prestava benissimo alla bisogna; tuttavia, se pargoli degeneri introducono nefandezze sulla battuta funk/hip-hop, la colpa non è dei Maestri. Sono i primi a valere poco oppure zero e sui libri di Storia non ne troverete traccia. Tuttavia c’è stato un anno magico, l’ultima grande raccolta sul serio fenomenale nel mondo del rock, quel 1991 così rivoluzionario da far strabuzzare gli occhi e dal quale le cose han preso a correre velocissime, probabilmente troppo. In quell’annata magica, in mezzo ai tanti muri che cadevano trovavi anche quelli che separavano underground e mainstream, psichedelia e noise, pista da ballo e marmaglia pogante. Tutti squassati dalle urla di un depresso biondo del nord-ovest americano, dalle distorsioni ipnotiche di Loveless, dai bassi profondi e le melodie stellari di Blue Lines. E, certo, anche dalla matematica degli Slint e dall’Estasi dei Primal Scream. Avvenimenti irripetibili, legati a doppio filo con dischi che lo sono altrettanto, per la semplicissima ragione che le rivoluzioni si fanno una volta nella vita. Le evoluzioni, invece sono materia quotidiana. Sono affrontare i cambiamenti senza farsi schiacciare da loro o da un passato ingombrante e immenso. Da molto tempo i Massive Attack sono “classici” che hanno mostrato quanto solido fosse il loro messaggio: ci insegnarono che si può essere un fan di rock e di black purché la radice e le aspirazioni – una musica “totale” e creativa, che travalica qualsiasi limite – siano le stesse; che puoi godere di un solo di chitarra come di un virtuosismo del giradischi; che storture ambient e attitudine alla danza non sono estremi incompatibili. Uno splendore che rintraccia la spiegazione in una parola: “crossover”. O, se preferite, meticciato.

Facile respirarlo sin da bambino a Bristol, bellissima mulatta ad un certo punto così ricca e importante da essere considerata centro urbano più importante d’Inghilterra dopo la capitale. Era la più grande città fino alla rivoluzione industriale, avendo elevato il suo prestigio sul commercio degli schiavi: logico dunque che, una volta cancellata quella vergogna, rimanessero salde l’attitudine al commercio e a far girare le novità provenenti da fuori dell’isola. Tabacco o dischi reggae non fa differenza, specialmente se la comunità di colore è numerosa e pure alcuni bianchi proprio “british” non sono (Del Naja ha origini napoletane: così si capiscono meglio gli Almamegretta, no?). Si va d’accordo o grossomodo, perché stare in provincia spinge a rispondere creativamente al complesso d’inferiorità verso la metropoli e pertanto, in tanta multiculturalità, hai solo l’imbarazzo della scelta. Già l’apertura mentale di unire abrasività e free-jazz, dub e Captain Beefheart con il mastice  della militanza saltava all’occhio nel Pop Group. Mentre costoro entrano nella storia e poi si dividono  in decine di inebrianti rivoli, tra 1980 e l’85 fiorisce un’apprezzata scena anarco-punk fatta di squat, ristoranti vegetariani/vegani, cooperative e gruppi d’azione politica. Che sono gli stessi frequentati da chi poi incontri dove suonano jazz d’ogni schiatta fino a notte fonda, nei locali dove si fanno le ossa Adrian Utley dei Portishead e dove Roni Size raccoglie la “viba” felicemente tradotta in chiave jungle. Ancora non basta, però: bisogna far mente locale al vibrante e seguitissimo scenario reggae che decolla nei Settanta e fa capo – con regolare corona DJ, gruppi e soprattutto sound system – in locali come il Blue Lagoon e il Malcolm X Centre. Movimento tanto robusto da figliare almeno due formazioni di vaglia come Black Roots e Talisman, ma più che altro per come getta i semi del fascino in levare tra le generazioni più giovani, contribuendo con quanto sopra a creare un gusto che invaderà il mondo (basti annotare che la gavetta Rob Smith – metà di Smith And Mighty – fu come chitarrista reggae e Dave McDonald, Portishead “nascosto”, apprenderà parecchi trucchi). Abbiamo parlato di sound system, l’embrionale nocciolo della questione, un alveo pulsante di ritmo che Dick Hebdige definisce così: “Per una comunità circondata da discriminazione, ostilità, sospetto e incomprensione, il sound-system finì per rappresentare un prezioso angolo incontaminato.” Quasi giusto, poiché è proprio nel momento in cui il sound-system si apre ai visi pallidi che la contaminazione ha inizio e la Storia della musica cambia per sempre. Mostrano la via i Clash che si avventurano per le vie di Brixton durante il carnevale e se ne escono qualche anno dopo col caleidoscopico Sandinista!; tuttavia, quando leggi sulle riviste che Sinead O’Connor si da al toasting nello stesso contesto, Anno Domini 1991, capisci che qualcosa sta cambiando. Avete fatto caso alla data, immaginiamo. Bene, ora torniamo a quella vita notturna di Bristol così animata…

Makin’ history

C’è, tra i tanti collettivi musicali, anche uno dal nome citazionista come The Wild Bunch, ovvero Il Mucchio Selvaggio, celeberrima pellicola western (alzi la mano chi ha pensato alla fissa di Lee “Scratch” Perry per Sergio Leone…). E’ il 1983 quando cominciano ad aggregarsi nel sobborgo di St. Paul e ad attrarre rapidamente folle sempre più nutrite, scontrandosi amichevolmente coi colleghi locali e arrivando persino a Londra. La loro abilità e grandezza sta nella varietà degli sili proposti, caratteristica all’epoca tutt’altro che usuale: conta che la battuta vada decelerando sempre più e nel frattempo copuli con un’elettronica non invasiva (un’idea ve la potete fare ascoltando un cd della Strut uscito nel 2002, The Wild Bunch: Story Of A Sound System; 7,0/10). Sono un collettivo, inoltre, non un “gruppo rock”; tutt’al più sono vicini al concetto di posse mutuato dal rap, salvo evolversi ben presto in una piccola però tenace unità produttiva di gente che fa musica anche se non sa suonare – grazie, punk rock! – nel senso comunemente inteso. Fanno in tempo a esser messi sotto contratto dalla 4th & Broadway per un singolo, Friends And Countrymen, sul quale fa bella mostra di sé la bacharachiana The Look Of Love ed è l’ennesimo segnale, disossato palpitare di basso, batteria e voce. Chiamalo, se vuoi, trip-hop. Al Mucchio partecipano dei bei tipi: il graffitaro Robert “3 D” Del Naja e i dj Grant “Daddy Gee” Marshall, Andrew “Mushroom” Vowles, Nellee Hooper e Miles “Milo” Johnson. Se l’ultimo sparisce dopo il rompete le righe e Hooper si affermerà come produttore di notevole ingegno, tocca al terzetto proseguire l’attività come Massive Attack dall’87.

Facendosi precedere sul traguardo dell’LP dai Soul II Soul dello stesso Nellee, che nell’estate di due anni più tardi danno alle stampe il capolavoro Club Classics Vol. One (Ten Records; 8,0/10), dissoluzione in un cocktail gradevolissimo di soul, hip-hop, trip-hop ancora da codificare e morbidezza a prova di carie. Non durerà, ed è significativo assai che la loro brillantezza si affievolisca progressivamente mentre i Nostri guadagnano il proscenio. Nel frattempo hanno inoltre preso a maneggaire strumenti veri e propri integrandoli con l’armamentario “dance”, poggiando le parti vocali anche su alcuni amici di vecchia data, tra cui Shara Nelson e Tricky. Pubblicano un nuovo e dolce 12”, Any Love, prodotto da Smith And Mighty che, chiusura del cerchio, tra ‘88 e ‘89 faranno uscire altre due cover di Bacharach/David quel lustro buono in anticipo sul suo sdoganamento critico. Si comincia a mormorare di un pop senza più confini mentre esce un altro vinile un po’ meno carbonaro, Daydreaming, frutto del contratto con la Circa Records. Spetta ancora a una coppia di e.p. soffiare sul fuoco delle attese e far invocare a grand voce un 33 giri. Il quale finalmente vede la luce in piena guerra del golfo, dopo che la formazione deve scorciare la ragione sociale in Massive.

Un fulmine a cielo sereno, Blue Lines (Circa; 10/10), capace di armonizzare ipotetici contrasti e conflitti proprio nel mentre il mondo ne iniziava uno e con esso una nuova era, la nostra. Perché non si era mai sentita una ritmica ipnotica che arriva a Blade Runner partendo da Billy Cobham (Safe From Harm); il dub si era sì contaminato con panorami industriali ma mai in modo così filmico, teso e sognante al contempo (One Love: canta la leggenda giamaicana Horace Andy e sarà così riscoperto). La cura del particolare racchiude l’ingegno dei Grandi visionari della musica di ogni luogo ed epoca, e modella la contemporaneità a suon di una title-track che sulle ali di Isaac Hayes racchiude tutto il sound morbido austriaco mentre spazza via rimasugli acid-jazz. La cura del particolare lascia a bocca aperta, così come le trovate d’arrangiamento e di scrittura, improntate a un’ibridare qualsiasi cosa capiti a tiro: trasfigurazioni di poco note perle soul (Be Thankful For What You’ve Got) e lo stesso valga per il reggae (Five Man Army); cantabilità assoluta resa stranita perché archi e ritmica viaggiano a una velocità diversa (Unfinished Sympathy) o battito e armonia sono così distanti da fondersi (Daydreaming); disco music ripresa sott’acqua o tra le pieghe di un sogno drogato; dissonanze industriali in buccia di struggente pop-soul. Una pietra miliare che nella busta interna si dice ispirata da P.I.L. e Neville Brothers, John Lennon e Herbie Hancock. Filmico e vibrante, prodotto in modo scintillante assieme al recentemente scomparso Jonny Dollar, è lavoro storico che traccia una via stilistica e attitudinale battuta da decine di successori, Portishead e Neneh Cherry i più personali fra tutti in quanto provenienti dallo stesso “humus”.

Devono tuttavia trascorrere tre stagioni – in mezzo la dipartite della Nelson e un remix fantastico per Nusrat Fateh Ali Khan – per essere rassicurati da Protection (Circa, 1994; 8,5/10),che orienta il suono verso una direzione meno vicina ai club. Mossa azzeccata e intento raggiunto con la spazialità degli archi arrangiati da Craig Armstrong, l’omonimo piovoso soul post-moderno con ospite Tracey Thorn, il ciondolare arabeggiante e paranoico di Karmacoma con un Tricky pronto a camminare da solo, una Heat Miser da colona sonora, inquietante di respiri e oscurità a stento squarciata. A rinsaldare il legame col predecessore e prescindendo dalla deludente cover di Light My Fire, assapori Spying Glass (ancora Andy a rimbalzare in catacombe d’echi) e Better Things (da manuale la linea di basso giamaicana, idem la Thorn che vi s’arrampica jazzy); apprezzi la sensuale, melanconica imponenza di Sly e l’impronta Bilie Holiday della cantante Nicolette (che torna, latineggiando, in Three), il pianoforte classico ma pure da night club sparso su quello che adesso chiami trip-hop per Weather Storm. Bellezza e coraggio che significano muoversi da un centro verso altre direzioni senza smarrire la bussola, consapevoli dei luoghi da cui si proviene. Un essere sempre diversi e insieme se stessi. Atteggiamento lucido che spiega l’intuizione di far rileggere l’intero lavoro in chiave “dubadelica” in No Protection: Massive Attack Vs. Mad Professor (Gyroscope, 1995; 7,0/10). Un bello sparpagliare di carte per aria, e ancor di più convincono il lungo tour successivo e un quadriennio speso a remixare a destra e a manca lasciando sempre il segno, dai Garbage a Madonna. Ne consegue il terzo e difficile disco nella primavera ’98, seguito di una trionfale apparizione a Glastonbury dell’estate precedente.

In Mezzanine (Circa;8,5/10) sono citati per la prima volta degli strumentisti a chitarre, bassi e batteria, mentre il trio nella foto interna è colto in un torvo bianco e nero che riflette l’umore dell’album. Cupo e azzeccato, sbianca in conseguenza di quanto sopra le sonorità attraverso un (post) wave-rock pur sempre negroide, peculiarmente contemporaneo allorché del trip-hop si spengono gli ultimi fuochi e si avvia la farsa. Risposta orgogliosa da parte di Artisti rispettosi di sé e del pubblico, che applaude e può gioire del confermato Horace Andy nella meraviglia Man Next Door (di suo pugno; già riletta dalle Slits e attraversata da un campione di 10.15 Saturday Night dei Cure, casomai non avessimo capito l’aria che tira…) e della sorpresa Elizabeth Fraser nella sognante Teardrop. Annichilisce il crescendo dell’iniziale, melodica però muscolare Angel e resta mirabile il suo spegnersi circolare; sono contorte le atmosfere di Risingson (qui il “sampling”, appena percettibile, è dei Velvet Underground!) e della tribale Inertia Creeps. Sparge un po’ di sole Exchange, jazzato omaggio di classe agli amici Portishead, laddove Dissolved Girl – forte del timbro fanciullesco di Sara Jay – gioca a nascondere i nervosismi in impennate hard. Compongono l’eccezionale resto una gommosa Black Milk, i minacciosi punti interrogativi della title-track e l’escursione dalle tinte acid-soul Group Four. Materiale perfetto per raccogliere il plauso di critica e college americani, nonché da portare in tournee, dopo la quale Mushroom sbatte la porta per la piega sonica presa. 3 D e Daddy G tirano dritto ma il colpo è incassato duramente dal secondo, in fuga sabbatica nella tranquillità famigliare.

Robert si affida dunque alle mani di Neil Davidge, già in Mezzanine: bene gliene incoglie solo a sprazzi, essendo il difetto principale del dignitoso 100th Window (Virgin, 2003; 7,0/10) il mostrare un uomo solo al comando dove la Grandezza era nella molteplicità del collettivo. E nel progredire, mente qui per la prima volta si gira in tondo con una certa freddezza. Non un flop, intendiamoci, tuttavia è lampante che l’ispirazione fosse prigioniera di una mente che tutto non poteva. E che si appoggia alla cura per l’intarsio, all’inossidabile Horace nella valida Everywhen e in una gassosa Name Taken, convoca Sinead O’Connor e nondimeno cade su alcune lungaggini. Si fanno comunque ricordare la traslucida Future Proof e una What Your Soul Sings che si guarda indietro con giudizio, l’ondeggiare orientale di Butterfly Caught e il folk manipolato A Prayer For England.

La colonna sonora di Danny The Dog (EMI, 2004; 6,5/10) non chiariva alcunché, diversivo passato per lo più ignorato e che sarebbe stato più saggio far uscire a nome del solo Del Naja. Dissolvenza. Quando il senno suggeriva di archiviare la pratica (Robert dedito ad altri commenti per il cinema), ecco un nuovo e.p., recante la soffice Splitting The Atom e la più articolata e persuasiva Pray For Rain con Tunde Adebimpe di TV On The Radio. Sarà una delle tante stelle presenti nel disco previsto per l’anno venturo, cosa che racconta la volontà di riallacciare i contatti con il proprio background (c’è Martina Topley-Bird in un pezzo) e nel frattempo riscoprire il senso per la musica senza limiti (incuriosiscono, Damon Albarn e Hope Sandoval). Il futuro prossimo? Un’ipotesi che, si spera, resti fedele a un ideale che ha plasmato la Storia e ora celebra l’equilibrata mezza età.