I migliori dischi rock degli anni ’90

Si dice: “I ’90 stanno tornando”. Ok, ma quali anni ’90? Quelli dell’angst generazionale made in Seattle o quelli della coolness metropolitana britpoppara? Tornano, è vero. Vuoi per una legge non scritta che vuole che qualunque cosa obsoleta dopo dieci anni, torni di moda dopo venti; vuoi per il fatto che i ’90 (e forse l’inizio del millennio successivo) rappresentano l’ultimo periodo in cui potevi parlare con il vicino di banco o di scrivania e sperare che avesse ascoltato i tuoi stessi dischi o avesse visto i tuoi stessi video musicali. Quel che è certo è che chi li ha vissuti, quegli anni se li ricorda come un periodo di commistione, rivisitazione, detournement, addirittura, ma non certo di innovazione. Per lo meno in ambito rock, quello apparentemente più saccheggiato dai giovani artisti indipendenti e non.

Paradossalmente, solo oggi, constatando i tentativi più o meno riusciti di emulazione, ci rendiamo conto di quanto, nel ricombinare esperienze passate, si sia stati in grado di sintetizzare formule capaci di durare nel tempo. Da qui l’idea di tracciare una mappa di nomi, titoli, esperienze che hanno definito un’epoca e la sua importanza, riverberando la loro influenza fino ad oggi in modo forse non sempre evidente.  Si tratta di un elenco ragionato ma realizzato volutamente con poco distacco, vista la relativa vicinanza dell’oggetto trattato. Pertanto è da leggersi in modo laico (considerando anche che il modo in cui ci si rapporta a ciascuno di questi dischi è destinato continuamente a mutare) e, soprattutto, divertito. Pronti a cominciare?

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35. Metallica – omonimo (Black Album, 1991)

Pochi album così importanti sono stati anche tanto controversi. Maturità o sell-out? Lasciamo ad altri sentenze e processi alle intenzioni, notiamo invece una scelta di campo applicata in tutto e per tutto, con raziocinio, pervicacia e  ispirazione: alzare l’asticella oltre l’essere di genere per atterrare nella serie A, anche commerciale, del rock. Del rock, quindi più che del metal, anche se il vero sacrificato è il punk, non il metallo pesante. È tutto consequenziale: la scelta di Bob Rock, produttore di Mötley Crüe e Cult, le composizioni semplificate rispetto al virtuosismo barocco di …And Justice for All, il privilegiare il suono rispetto ai tempi mozzafiato, i riff a combustione lenta e quasi da vecchia scuola heavy blues di Enter Sandman e di Sad But True – tra una Kashmir del post-thrash e una via metallica al grunge (l’ispirazione viene dai Soundgarden e si sente) – o provare a essere melodici in una percentuale in cui i Metallica non erano mai stati prima della morriconiana The Unforgiven e di Nothing Else Matters, dove nello stesso pezzo si autoinfrangono due tabù, la ballata romantica e l’arrangiamento orchestrale. Fermata obbligatoria per il metal anni ’90, volenti o nolenti, persino per i suoi titolari, da allora rimasti al palo. (TI)

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34. Flaming Lips – The Soft Bulletin (1999)

Alla perfezione cinematica, i Flaming Lips avevano già preso la mira con il progetto Zaireeka, l’album in cui il loro noise pop perdeva ogni scoria rumorista per farsi lisergica sinfonia. In pochi se ne erano accorti, impegnati più ad osservare l’oggetto in sé (un quadruplo CD da suonarsi all’unisono), piuttosto che ascoltarne i contenuti. Infine nel ’99  esce The Soft Bulletin e viene da pensare che se Brian Wilson avesse avuto la stralunata ironia (e l’efficienza) di Wayne Coyne forse avrebbe prodotto qualcosa di simile. In verità il songwriting di Coyne paga solo in parte tributo all’ex Beach Boys. L’album, con la sua cinedelìa spaziale, è più un omaggio a compositori non allineati come Van Dyke Parks e Joe Meek. C’è una voglia di portare questo pop allucinato alle masse con inni ultraterreni come Race For The Prize, di cui ognuno può scegliere se cogliere la carica anthemica o il destabilizzante sottotesto lisergico. E’ una caratteristica di Coyne quella di cercare lo straordinario nell’ordinario. O viceversa, realizzare strumentali che sembrano temi disneyani sotto acido. Anche negli spettacoli i Flaming Lips si fanno interpreti di una concezione gioiosa della psichedelia che diventerà paradigma per interpretare gran parte del pop a seguire, dalle trame oblique degli Animal Collective a quelle danzerecce dei MGMT. (DB)

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33. Sepultura – Roots (1996)

Tra i tanti dischi metal di successo commerciale (vedi Metallica e Pantera) Roots dei Sepultura rimane il più rappresentativo della cultura 90s perché espressione massima del crossover in zona heavy. Un’operazione musicale e culturale: c’è lo spostamento d’asse dal trash/death degli esordi verso le direttrici nu metal (Lookaway), ma soprattutto l’orgogliosa riscoperta della tradizione brasiliana, e in questo senso la presenza del percussionista Carlinhos Brown (già con Caetano Veloso in Estrangeiro) pare molto più significativa di quella del cantante dei Korn, Jonathan Davis. E’ la radice etnica l’anomalia e la chiave di lettura di Roots, che partorisce una brutalità sempre a braccetto con djembe e timbe, sitar e berimbau, passando in rassegna chitarre tradizionali (Jasco), fascinazioni indigene (Itsàri) ed esoteriche (Ratamahatta), senza tralasciare classici anthem d’impatto come Attitude. Ironia vuole che sarà proprio quel concetto di attitude and respect a venire meno, tanto nel futuro dei Sepultura (complice la separazione dei fratelli Cavalera), quanto nel filone metal sudamericano che sull’onda lunga di Roots troverà un discreto spazio discografico. (SG)

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32. Slowdive  – Souvlaki (1993)

Quando usciva questo disco, nel ’93, lo shoegaze era già stato sbranato, digerito e deiettato. I MBV, con Loveless, avevano indicato il punto di non ritorno. Nessuno sapeva che farsene di questa band di Reading di cui tutti, a partire dalla loro etichetta, avevano fatto in fretta a disinteressarsi. La colpa di Neil Halstead e soci era quella di incarnare l’anima più dreamy e ultraterrena della “scena che celebrava se stessa”. Canzoni come 40 Days e Alison però non erano eccellenti solo grazie ad un utilizzo di effetti e riverberi. Erano frutto di una visione che introiettava il rumorismo del decennio precedente e lo espelleva in un pulviscolo atomico di chitarre, dando vita ad una sinfonia celeste, ad un ambient iperuranico. Ecco perché la band voleva che a produrre il disco fosse Brian Eno. Il maestro rifiuterà, esprimendo, però, il suo apprezzamento e chiedendo di partecipare all’album. È così che Souvlaki alterna il candore pop di When The Sun Hits a rarefatte jam sperimentali (Souvlaki Space Station). Non mancano neppure i prodromi di quel folk mesmerico che porterà alla nascita dei Mojave 3. All’uscita verrà quasi snobbato. Vent’anni dopo le band e le etichette che lo hanno preso a modello, non si contano neanche. (DB)

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31. Kyuss – Blues For The Red Sun (1992)

Il deserto, il blues, la musica heavy. Tre elementi che hanno sempre flirtato e che trovano una nuova vita agli inizi dei ’90 quando quattro debosciati del sud della California inclini all’uso di droghe leggere e alla fusione degli ampli, trovano nel deserto l’illuminazione che prenderà il nome di stoner: psichedelia desertica a base di peyote e erba applicata all’hard-rock primitivo e acido. Giri di basso enormi, chitarre che definire sporche è poco, batteria come un locomotore più un frontman piuttosto carismatico come John Garcia fanno di Green Machine il singolo ideale per introdurre l’album e sfondare in un momento in cui l’“alternative” comincia ad interessare le grosse label. Non sarà così e Blues From The Red Sun sarà in pratica tanto un flop commercialmente quanto una pietra miliare stilisticamente: inutile dire che la genia post-Kyuss – QOTSA, Fu Manchu, Unida, Slo Burn in maniera più o meno diretta, una infinità di altri in maniera indiretta – è a dir poco sterminata e per forza di cose riconoscente ad una formazione che ha l’onore di aver letteralmente inventato un genere. (SP)

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30. Motorpsycho – Timothy’s Monster (1994)

Un disco rock completo come capitava di sentire (solo) nei ’90. Se Demon Box aveva saputo proporre una via scandinava, del tutto credibile e ispirata, al suono grunge, il doppio CD, segno di una prolificità debordante che li contraddistinguerà durante tutto l’arco della carriera, approfondisce meglio un altro aspetto dell’estetica Motorpsycho: la psichedelia. Una psichedelia soffice e bucolica come nell’iniziale Feel, o che viaggia su lunghezze da superjam e con cadenze panzer nella The Wheel degna di un gruppo stoner. I due brani agli antipodi – in tutti i sensi – del monumentale Timothy’s Monster danno già di per sé la misura della versatilità sonora dei norvegesi. Manca di aggiungere tutto quello che c’è in mezzo, gemme tra il folk più delicato ed esotico, il pop chitarristico acido e rumoroso che mastica accordi e rumina sulle lezioni dei corrieri sonici d’oltreoceano (Dinosaur Jr. e Sonic Youth) e un hard rock brillante ed evoluto. Il raggio d’azione è così ampio da abbracciare una fetta non indifferente dello scibile rock, in cui è difficile trovare uno stile che Snah e Bent non sappiano abbracciare. (TI)

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29. Elliot Smith – Either/Or (1997)

Dopo che l’evoluzione del post-punk/post-hardcore ha compiuto la sua parabola fino al grunge e le major hanno prosciugato i roster delle etichette “storiche” degli anni ’80, il ricambio generazionale e musicale in seno alle indipendenti porta alla riscoperta della figura del cantautore. Da Damien Jurado a Mark Linkous, da Bill Callahan a Mark Kozelek, una nuova genìa di singer/songwriters fa sentire la sua voce addentrandosi nelle pieghe nascoste della propria anima. Elliott Smith, assieme a Bonnie Prince Billy, è uno dei più dotati. Esordisce per una piccola etichetta di Olympia quando è ancora il bassista degli Heatmiser, per poi passare alla Kill Rock Stars. La vena preferita è intima e acustica, tra Paul Simon, Elvis Costello e Nick Drake. Either/Or dimostra tutte le sue potenzialità grazie agli arrangiamenti più elaborati e ad alcune delle canzoni più brillanti del suo repertorio: Speed Trials, Alameda, Ballad Of Big Nothing, Pictures Of Me, Say Yes. Verranno poi Gus Van Sant, la notte degli Oscar, il contratto per la Dreamworks e il relativo successo. Il mal di vivere, quello resterà fino alla fine. La sua voce fragile è stata tra le più intense di una generazione. (TI)

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28. Jon Spencer Blues Explosion – Orange (1994)

Non chiamatelo revivalista. Dopo la filologia drogata di modernismo dei Pussy Galore, Jon Spencer dà vita a un trio che chiama Blues Explosion per mettere in scena la metacritica della “historia de la musica rock”. È il verso della medaglia del post rock: se a Chicago e Louisville si procede in direzioni altre, Spencer va all’origine dello specifico della musica chitarristica bianca (cioè nel suo fondo nero) non per superarlo, ma anzi per dissezionarlo e riscriverlo in chiave lo-fi, raschiarlo e scarnificarlo con l’irriverenza di un punk e l’interesse dello studente di semiotica che era stato negli anni ’80. Con Orange poi si conferma l’Elvis del post-strutturalismo rock. Avremmo potuto scegliere altri lavori ma l’album del 1994 contiene tutto ciò che promette, un’esplosione blues che non è solo blues, riff inanellati su chitarre polverose e le trovate più bizzarre, dai violini della rutilante Bellbottoms al rap di Beck in Flavor e all’assolo di theremin in Dang. Jon è l’anello di congiunzione tra i Jeffrey Lee Pierce di un tempo e gli Auerbach e i White di oggi. Ed è anche molto di più. (TI)

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27. Blur – Parklife (1994)

Si può parlare di britpop senza i Blur? No, perché di quel fenomeno sono stati la formazione più rappresentativa, la più articolata, e persino la più coraggiosa. Dimenticati i trascorsi baggy, l’album che li ha lanciati anche fuori dai patrii confini riannoda i fili di una tradizione britannica selezionata per rientrare nel loro immaginario weird pop: i Beatles, i Kinks, gli XTC, i Who, Bowie, Elvis Costello, ma anche il music-hall e il vaudeville. È un piccolo compendio della storia del rock inglese visto da una prospettiva un po’ eccentrica e leziosa, da parte di un gruppo giovane con molti assi da giocare. Girls and Boys e Parklife sono quanto di più esuberante e sbarazzino, End of the Century, To the End, Badhead hanno melodie brillanti e malinconiche il giusto per essere singoli perfetti. Le storie di personaggi alienati – inventati ma veri – della middle class britannica scritte da Damon Albarn sono icastiche come i bozzetti di un novello Ray Davies. Niente Cool Britannia, semplicemente, this is England. (TI)

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26. Red Hot Chili Peppers – Blood Sugar Sex Magik (1991)

Il quinto album in studio dei Red Hot Chili Peppers – Anthony Kiedis al canto, John Frusciante alla chitarra, Flea al basso, Chad Smith alla batteria – è sintesi e consacrazione di una carriera che, rispetto all’austerity dell’underground americano, ha sempre avuto nel non prendersi troppo sul serio uno dei propri vessilli. D’altronde, le influenze sono quelle da muovi il culo e la tua mente gli andrà dietro. Impegno e storie più serie sono sempre sullo sfondo di una goliardia che comanda. E la musica fa il paio a questo modus operandi. Funk, rock, assoli, bassi da maglio allo stomaco, batteria pestona, rapping mischiato alla melodia, sono gli ingredienti che rendono questo disco una cosa inaudita: la formula che in tutti i dischi precedenti era stata continuamente perfezionata, qui tocca la perfezione. Inutile dare testimonianza di una scaletta epocale, 17 brani per più di settanta minuti che portano agli anni Novanta un meltin’ pot che, da qui in avanti, sarà letteralmente saccheggiato. Talmente sfruttato che, a guardarlo oggi, quel funk-punk-rap-rock-pop pare alquanto imbolsito. Ma non qui, perché le canzoni (e qui sta la vera differenza con gli epigoni) dei Peppers sono frutto di penne mature e scintillanti, mai come ora e mai più dopo così all’apice. (AM)

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25. Björk – Post (1995)

Non è un’artista rock in senso stretto, Björk. L’esperanto musicale della cantante islandese appare piuttosto una commistione tra trip-hop, dance elettronica e pop moderno, dove è però la forma canzone a prevalere sui generi di riferimento. Per questo abbiamo comunque scelto di citarla, considerando che si tratta di una delle artiste più innovative del decennio. Il suo successo nasce da solide basi, una originalità indiscussa nel canto che andava di pari passo con la scelta oculata dei collaboratori: per bissare il successo del primo album (intitolato apoditticamente Debut), la cantautrice islandese puntava tra gli altri su Nellee Hooper, Tricky e gli arrangiamenti d’archi di Eumir Deodato, veterano delle colonne sonore. Anche i brani più celebri che l’hanno lanciata come fenomeno mondiale hanno sempre qualcosa di spiazzante, da quel mirabile incontro tra pop e techno (che è un’altra cosa dal techno pop, proprio un’altra) di Hyperballad alla sottile angoscia di una Isobel o alla cover di un brano da musical, It’s Oh So Quiet, in cui Lars Von Trier doveva avere visto già in azione la sua prossima vittima. E le imitazioni non si contano. (TI)

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24. U2 – Achtung Baby (1991)

Il passaggio tra il decennio che li ha eletti star assolute e un futuro pieno di incognite coglie gli U2 esattamente nel luogo simbolo della nuova era, la Berlino fresca di caduta del muro. Tra mille difficoltà ma affidandosi alle mani sapienti di Lanois, Eno e Flood, gli irlandesi vanno in autoanalisi e scardinano tutte le certezze acquisite. La sfida è plasmare il nuovo rock del villaggio globale. Bono si reinventa istrione postmoderno mentre The Edge traffica con settaggi, loop, batterie elettroniche e nuovi effetti, oltre ai suoi arpeggi e chop in delay che al tipico staccato adesso aggiungono vibrazioni funky e riflussi cacofonici. L’operazione riesce grazie alle canzoni: One, Who’s Gonna Ride Your Wild Horses, So Cruel, The Fly o Ultraviolet sono il meglio degli U2 “modernisti”. Un disco che storicamente si colloca tra Bowie e Iggy Pop, che a Berlino avevano “inventato” la new wave, e i discepoli Radiohead che dalla musica dance contemporanea trarranno ispirazione per un programma più radicale. (TI)

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23. Mogwai – Young Team (1998)

Il post rock degli anni ’90 è nato in Gran Bretagna – almeno come attitudine, secondo la teoria del critico Simon Reynolds che per primo ne parlò apertamente su The Wire – ma è stata la scuola americana di Louisville e Chicago a definire le coordinate musicali con cui il genere si è poi identificato negli anni successivi. Non a caso la punta di diamante del post rock europeo è la formazione scozzese di Stuart Braithwaite che dagli Slint ha appreso una maniera nuova di usare le chitarre e tutta strumentale. Dinamiche che cominciano dal pianissimo quasi impercettibile a preparare imperiosi crescendo o lo scoppio improvviso di sequenze alienanti con picchi distorti di rumore chitarristico: la lezione di Spiderland portata a un nuovo livello, con l’aggiunta dei suoni siderali, di cui parla una voce catturata in Yes! I Am a Long Way From Home (un vezzo quasi pinkfloydiano più che slintiano), e delle tempeste noise alla Kevin Shields, del quale i Mogwai sono fedeli discepoli, ma fortunatamente non banali imitatori. Mogwai Fear Satan è per metà un sabba rock e per l’altra si avvicina alla maestosità di una sinfonia. (TI)

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22. Shellac – At Action Park (1994)

Il disco più punk del math rock, sempre che di math si possa parlare in senso stretto, ma le partiture tanto violente quanto sofisticate porterebbero a dire di sì. Insieme a Bob Weston e al tentacolare batterista Todd Trainer, Steve Albini crea uno dei suoi migliori album come musicista, se non il suo migliore in assoluto. Gli Shellac sviluppano il discorso di Big Black e Rapeman in un laboratorio sulla decostruzione, sublimazione e astrazione del suono di matrice post-hardcore stile Touch and Go, tra il noise dei Jesus Lizard e il rock, questo sì, matematico dei Don Caballero. Il passaggio dall’aggressività e dalla violenza sonora ancora punk alle geometrie post si concretizza in mezzora di rock acrobatico, spericolato quanto compatto e cerebrale. Il blues rock autoptico di My Black Ass o The Admiral, le convulsioni di una chitarra tignosa, cattiva, che scricchiola, si contorce e picchia duro nello strumentale Pull the Cup, la ritmica sincopata di Crow sono tra i momenti topici. (TI)

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21. Primus – Sailing The Seas Of Cheese (1991)

E fu così che un altro gruppo di alieni atterrò sulla terra. Inglobando gran parte della tradizione weird americana (dagli storici Residents ai contemporanei Butthole Surfers e Melvins, senza dimenticare Captain Beefheart) i Primus fecero di un approccio strampalato al rock il loro punto di forza. Crossover è un termine utilizzato dopo il loro passaggio: avevano un impianto hard rock ma tra quelle pieghe viveva un mondo fatto di infusioni etniche, funk, blues epilettico, psichedelia che riuscì a condensare in un’unica formula l’anima alternative della musica americana. Non a caso, il pubblico della band veniva dai nuclei più disparati: quello rock certo, ma anche fricchettoni e metallari. Sailing The Seas Of Cheese è il disco della rivelazione al grande pubblico e incarna tutti gli elementi del Primus-pensiero, a partire dal concept cartoonistico che ben identifica l’ironia sghemba del trio di San Francisco; a dispetto dei molti classici (Here Come The Bastards, American Life, Jerry Was a Race Car Driver, Tommy The Cat impreziosita dalla voce di Tom Waits), la minuzia compositiva di Claypool e soci viene alla luce nelle tracce accidentali come l’incipit barcollante di Seas of Cheese, il fast’n’bulbous di Is it Luck? o nelle trame orientali di Sathington Waltz. Paradossalmente sarà il minore Antipop a fornire il termine giusto per descrivere la loro musica. (SG)

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20. Jeff Buckley – Grace (1994)

Per una volta tanto, figlio d’arte non era una frase fatta. Guai però a parlare a Jeff di Tim, con cui ebbe pochi contatti nella breve vita – di entrambi – ed evitava a priori qualsiasi paragone. Del padre aveva però ereditato tutto, e specialmente la formidabile voce, dall’estensione vertiginosa. Grace è un album diviso tra gli originali sospesi tra rock, soul, folk, psichedelia e musica lirica, e una versatilità d’interprete già provata nei concerti che si misura con un classico di Nina Simone, un brano di Benjamin Britten e una versione di Hallelujah di Leonard Cohen, talmente personale da diventare una delle migliori cover di sempre. I vocalizzi sovracuti di quel falsetto teso, vibrante e quasi incorporeo sono il tratto distintivo di un talento cristallizzato in quest’unico disco di studio. Buckley il giovane ha lasciato però un’impronta profonda, su cantautori come Rufus Wainwright ma pure Antony & The Johnsons o su Joan Wasser, che fu la sua compagna, e ha ispirato molti gruppi inglesi di area mainstream, tra cui i Muse o i primi Coldplay. (TI)

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19. Jesus Lizard – Goat (1991)

Quando nel 1991 i Jesus Lizard fanno uscire Goat, al loro attivo hanno già la fine di una band come gli Scratch Acid, e la pubblicazione di EP (Pure) e di un LP (Head) che certificano il loro ruolo di guida del noise americano. Meno cervellotici e stilosi dei Sonic Youth, più blues dei Big Black ed ugualmente aggressivi (e con Steve Albini a produrre), con Goat i quattro partoriscono quel che si suol dire una cannonata. Fin dall’incipit di Then Comes Dudley, i JL viaggiano su quattro vettori: aggressività chitarristica fantasiosa (Denison, un principe della chitarra), sezione ritmica bulldozer, testi scatologici e malsani e voce grottesca. È musica che, nonostante si infili in un alveo che potrebbe risucchiare fino al monotono, nel monotono non scade mai: merito di musicisti capaci, autentici, realmente creativi. E di un invasato come David Yow alla voce, che all’austerità mostruosa del suono contrappone una disperazione canora che non risulta mai meno che autentica nel suo essere totalmente sbilenca. È questo forse il segreto dei Jesus Lizard: in un genere che si prende spesso terribilmente sul serio, loro stanno dalla parte dell’assurdità. Della vita, quasi. (AM)

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18. Yo La Tengo – I Can Hear Your Heart Beating As One (1997)

Così come ai Radiohead spetta il compito di chiudere i conti con il Britpop, dall’altra parte dell’oceano sono gli Yo La Tengo a inventare l’exit strategy dal manierismo lo-fi e alternative. Nel ’97 i tre di Hoboken sono già dei veterani ed è proprio per questo che il loro settimo lavoro funge da punto di partenza per la maturazione di tutta la scena. Il rinnovamento, ancora una volta si realizza guardando al passato, andando oltre il marchio di fabbrica del gruppo (la melodia velvetiana infusa di scorie noisy) e facendo proprie le pulsazioni metronomiche e le derive spacey del kraut rock. Tutti questi sperimentalismi su ICHYHBAO convivono all’insegna di un pop polimorfo e artisticamente vorace, che fa della misura e del rigore la propria carta vincente. La risultante è una nuova e ambiziosa forma di drone music, che prende di volta in volta la forma di meditazione folk (Green Arrow), romantica poesia shoegazy (We’re An American Band), giustapposizione fra pop, cacofonie e scale jazzy (Moby Octopad). Il twee pop di Stockholm Syndrome e il lungo exploit, a metà fra Neu! e Sister Ray, di Spec Bebop, sono le Colonne d’Ercole di un album il cui range stilistico anticipa gran parte del pop del nuovo millennio. (DB)

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17. R.E.M. – Automatic For The People (1992)

Strane cose succedevano nelle parti alte delle classifiche nel ’92. Poteva accadere persino che una mantra mesmerico come Drive circolasse furiosamente per tutti i maggiori network. Una cosa resa possibile dall’exploit di Out of Time, avvenuto appena pochi mesi prima, e da un clima più generale di grande attenzione verso l’underground. Anche per questo la band di Athens, stordita da un successo che non si sarebbe mai aspettata in simile misura, abbassava i volumi e sfornava il suo lavoro più rigoroso e ascetico dai tempi di Murmur. Automatic è in tutti i sensi il Murmur degli anni ’90. Quello in cui la band recupera il misticismo della primissima produzione e ne restituisce il senso di mistero attraverso ballate trasfigurate e solenni. Dove i pochi momenti elettrici fungono da mero alleggerimento, mentre agli episodi acustici come Nightswimming, Find The River ed Everybody Hurts spetta il compito di scavare in fondo, recuperare il rapporto fra vita e memoria, descrivere un paesaggio sospeso che è lo specchio della coscienza collettiva di quegli anni. Saranno in molti a considerarlo un album importante, già al momento della sua uscita. Chiedere a Kurt Cobain e a tutti quei fragili campioni del rock che in quei suoni così classici e così freschi, avevano intravisto un via di uscita dal circo del grunge. (DB)

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16. Mercury Rev – Deserter’s Songs (1998)

Rispetto agli esordi del gruppo di Jonathan Donahue e Grasshopper, Deserter’s Songs lascia fuori i cicloni di chitarre rumorose e distorte e propone un altro wall of sound, di marca quasi spectoriana. È il biglietto da visita dei nuovi Mercury Rev, campioni di una canzone nobile americana tra Tin Pan Alley e i Beach Boys di Pet Sounds. Questo aspetto “neoclassico” è evidente nel soft rock orchestrale, elegante e sontuoso, anche piacevolmente ridondante, in cui si ritrovano le atmosfere pastorali, la vocazione per le colonne sonore care al gruppo di Buffalo, ma anche scampoli di musica sinfonica e le note blu del jazz, nel solo di sassofono di Hudson Line suonato da Garth Hudson della Band – altra influenza maggiore. Più che un disco degli anni ’90, sembra sospeso nel tempo, segno di grande libertà espressiva, e prefigura già un’epoca in cui le varie tradizioni vivranno simultaneamente in unico presente “storico” indistinto, come saranno gli anni Zero e oltre. (TI)

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15. Nine Inch Nails – The Downward Spiral (1994)

Trent Reznor è il neuromante di William Gibson, lo sciamano tecnologico che s’interfaccia direttamente con il sistema nervoso delle macchine, il mago dello studio di registrazione che dal perfezionismo maniacale di producer cava i suoni più viscerali. È il primo cantante showman – la prima rockstar – della musica industriale, genere che contribuisce a sdoganare presso il pubblico rock sfruttandone la valentia rumorista all’interno di una forma canzone sperimentale finché si vuole ma in fin dei conti vendibile. The Downward Spiral, concept album maledetto e ammantato di un’aura disturbante, prosegue un bel passo oltre il connubio di melodie claustrofobiche, ritmi dance e scariche metal dell’album di debutto Pretty Hate Machine con un programma multitasking di atmosfere torbide e sinistre che incrociano il terrorismo sonoro di un Foetus, un techno pop perverso, un martellante heavy rock, paesaggi sonori al limite dell’ambient e canzoni acustiche. I brani simbolo, non per niente, sono il cyber-punk di March of the Pigs, il synth pop decadente di Closer e la ballata esistenziale Hurt. (TI)

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14. Neutral Milk Hotel – In The Aeroplane Over The Sea (1998)

I gruppi del collettivo Elephant 6 di cui Jeff Mangum è stato uno dei fondatori insieme ai membri di Olivia Tremor Control e Apples In Stereo condividevano l’amore per il sound degli anni ’60 e in particolare per i Beach Boys. Anzi, avevano eletto l’artigianato da studio di Pet Sounds a nume tutelare per le loro prove discografiche, ma non si sono fortunatamente fermati al 1966. Il secondo album dei Neutral Milk Hotel dimostra, per esempio, che l’attitudine punk e lo-fi si sposa benissimo con un’idea pop di stampo sixties. Le composizioni di Jeff Mangum seguono un canovaccio in teoria abbastanza lineare partendo da un’acustica in primo piano che macina accordi, però sono tali la qualità della scrittura di musica e testi, l’abilità nell’arrangiamento e il pathos interpretativo che il risultato dimostra come si possano scrivere canzoni classiche e incrostarle di rumori, galvanizzarle di fiati squillanti e, più in generale renderle nuove e fresche anche in ossequio a modelli mai superati. Pensate pure a una band come gli Okkervil River, che a questi solchi devono veramente tanto, se non tutto. (TI)

 Bonnie Prince Billy Darkness

13. Bonnie Prince Billy – I See A Darkness (1999)

Will Oldham, con le sue varie incarnazioni e sigle, ha contribuito rilanciare la figura del cantautore folk nell’ambito della musica indipendente americana, a metà tra l’alternative country più brillante propugnato da band come i Wilco e la tecnica spartana del lo-fi. Dopo Palace Brothers, Palace Songs, Palace Music e Palace, e il disco omonimo del 1997, è l’alter-ego Bonnie Prince Billy a monopolizzare la sua produzione. Che non cambia in modo sostanziale. L’esordio del nuovo pseudonimo può essere preso ad esempio per l’atmosfera da waste land esistenziale e un tipo di scrittura toccante e intimista, dagli accenti gotici piuttosto marcati, da man in black del terzo millennio, che aderisce ai canoni del folk, dal country o del blues senza tentativi olografici. A Minor Place, Nomadic Revery (All Around), I See A Darkness e gli altri brani del disco non si pongono il problema di suonare tradizionali, semplicemente suonano, bene, tra arrangiamenti essenziali e una voce dolente e carica di romanticismo. (TI)Siamese_Dream

12. Smashing Pumpkins – Siamese Dream (1993)

Come avreste immaginato a caldo una fusione tra Nevermind e Loveless? Billy Corgan non l’ha solo immaginata. Del resto, come per molti loro pari dei primi ’90, anche lo stile dei Pumpkins è un furioso ricombinare altri stili dall’intero spettro del rock (meno, forse, il punk), ma lui non aveva paura nemmeno di sporcarsi le mani con l’AOR di Boston, Queen ed ELO, che altri della sua generazione avrebbero schifato o al massimo fatto entrare dalla porta di servizio. È stato questo il suo segreto meglio e meno nascosto allo stesso tempo. Chiarificare un impasto di distorsioni pesanti con la levigatezza pop, innalzare sbarramenti di chitarre per smuovere le montagne senza nascondere il cuore melodico (e mélo) delle canzoni, dosare il grunge e l’indie pop, la mano pesante e la carezza, il sangue e le fragole, il rombo delle chitarre distorte e il suo lamento nasale dai toni accorati e suadenti, non c’era cosa che Mr. Corgan non sapesse fare destreggiandosi sul filo del rasoio tra preziosismi di scrittura e arrangiamento. Disarm, tutta chitarra acustica, campane tubolari, violino e violoncello rimane un bijou. (TI)

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11. Rage Against The Machine – Rage Against The Machine (1992)

Avvisaglie sparse ce ne erano già state, ma è indubbio che per portata e impatto è questo l’album “crossover” per antonomasia. Quattro personalità diverse, quattro provenienze differenti, un unico obbiettivo: la destabilizzazione della “macchina” con uno sfogo di rabbia strumental-testuale da brividi. Merito di una sezione ritmica compattissima, un chitarrista che definire eclettico è poco e un frontman invasato: tutti e quattro fulminati sulla via della protesta, politicamente impegnati e pronti a trasformarsi in una macchina piena di rabbia. Punk, funk, noise, metal, rap, impeto hc e quant’altro in un tourbillon sonoro spesso anthemico – Killing In The Name divenne inno nel giro di un passaggio televisivo – che regge il passare del tempo infinitamente meglio di altri dischi magari tecnicamente più ricercati. Era l’energia quella che i quattro volevano trasmettere al pubblico e quella contava: vedere centinaia di migliaia di teste muoversi all’unisono in quel di Reading, anno domini 1993, vi assicuro, vale come descrizione del portato dei RATM più di mille parole. (SP)

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10. Fugazi – Repeater (1990)

Difficile scegliere un solo disco per illustrare l’avvento della stagione post hc ma indubbiamente Repeater è quello con più frecce al suo arco. Non è una questione prettamente musicale: i Fugazi sono il più evidente paradigma del cambiamento hc/post hc, il passaggio dalla violenza dei sobborghi americani ai campus universitari, dalle corpulenze rocciose e pugilistiche di un Henry Rollins a quelle più emaciate e dinoccolate di Ian MacKaye. E poi una carriera che ha attraversato trasversalmente tutte le fasi salienti di questa trasformazione. I Minor Threat di MacKaye, la Revolution Summer dell’85 con il passaggio emotional di Guy Picciotto e i Rites Of Spring (e ancora MacKaye con gli Embrace), l’esplosione della Dischord Records. Non da ultimo, le canzoni. Repeater racchiude una serie infinita di hit (Merchandise, Turnover, Repeater, Blueprint) in cui a dominare sono i contrasti: la violenza con il cerebrale, la politica (indimenticabile lo slogan You Are Not What You Own) con il nichilismo (Shut The Door), la standardizzazione e il fuck you (Repeater). L’entrata nei 90s non poteva essere più destabilizzante. (SG)

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9. Oasis – Definitely, Maybe (1994)

È facile sottovalutare l’importanza dei fratelli Gallagher, alla luce del loro primitivo savoir faire, della sovraesposizione mediatica e delle ultime prove non certo entusiasmanti. Altra cosa è tornare con la memoria a quei mesi del ’94, quando in seguito all’exploit di Supersonic, faceva il roboante debutto questo impeccabile album. Definitivo, forse. Non certo per l’originalità della proposta, ma perché una sintesi così perfetta fra la grazia dei Beatles e l’arroganza dei Sex Pistols non si era mai sentita. Se il Britpop è stato il modo in cui le band dei 90s attingevano al patrimonio nazionale, gli Oasis furono quelli che seppero scegliersi i beni migliori. Compresa quella sfacciataggine che è comune denominatore di ogni act di successo. Live Forever, Cigarettes & Alcohol e Rock’n’roll Star si imponevano con l’autorevolezza di chi non si limitava a replicare il passato, ma pretendeva di giocarsela con i grandi. Poi certo, i Gallagher saranno importanti anche per i numeri. Per il fatto che con loro il rock ritorna ad essere popolare. Se ne riappropria l’uomo della strada e il lad della curva. Perché qui dentro ci sono inni da cantare assieme con i lucciconi agli occhi e con una strafottenza che verrà passata come un testimone a Kasabian e Arctic Monkeys. Tutti ansiosi di diventare, a modo loro, i nuovi Oasis. (DB)

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8. P.J. Harvey – To Bring You My Love (1995)

To Bring You My Love è il disco della liberazione per Pj Harvey, un gettarsi alle spalle l’etichetta ingombrante di riot girrrl e i paragoni con Patti Smith, per intraprendere una carriera sempre più personale e dalle molteplici maschere. Un’evoluzione che va di pari passo con il make up: c’era lo slabbrato Dry, poi il naturale Rid Of Me e ora il rossetto di To Bring You My Love, che porta in dote teatralità, intimismo e marcescenze blues. Siamo di fronte a una Harvey femme fatale, in cui il tema centrale dell’amore è tutt’altro che sdolcinato, anzi è uno strumento per parlare di Dio e del Diavolo, di morte, di maternità e orgasmi in Cadillac. L’ispirazione principe è chiaramente Nick Cave (Down By the Water), eppure non siamo davanti a una copia al femminile del Sinner Saint, semmai a un alter ego: i testi sono quanto di più profondo e sanguinoso la Nostra abbia mai realizzato, mentre la musica è sì avviluppata nel blues ma con un ventaglio apertissimo, dallo lo stomp waitsiano di Meet Ze Monsta al lirismo struggente di The Dancer, che conferma anche il grande lavoro alla produzione – e alla chitarra – di John Parish. E’ lo sbocciare della Harvey come artista a tutto tondo, nonché uno dei punti più alti della sua discografia. (SG)

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7. Beck – Mellow Gold (1994)

In realtà c’erano già stati i due album quasi coevi su Sonic Enemy e Flipside. Per molti, però, l’apparizione di Beck Hansen è legata all’uscita di questo disco, non fosse che contiene il brano simbolo dello scetticismo universale della Generazione X. A 23 anni Beck è un giovane autodidatta che già da qualche anno frequenta il giro anti folk di New York. Dalla gavetta delle open mic nite ha imparato a realizzare lunghi stream of consciousness in cui ingloba i segni dell’america post-reaganiana e li risputa in canzoni in cui la musica di Dylan si scandisce al ritmo dell’hip hop e il blues di Tom Waits si impasta con schegge noise, campionamenti ed esperimenti digitali. È il disco più genuinamente postmoderno che finisca fra le maglie di MTV. Realizzato appena con 200 dollari, Mellow Gold non è solo l’apice di quel fai-da-te narcolettico che pure produrrà lavori significativi. C’è un mondo intricatissimo qua dentro, in cui è possibile raccapezzarsi solo decrittando il coacervo rumorista di Mutherfucker e Soul Sucking Jerk, il nonsense di ballate surreali come Truckdrivin’ Neighbors Downstairs, la psichedelia metropolitana di Pay No Mind, fino ad arrivare al cuore di quella romantica disillusione che segnerà il resto del decennio. (DB)radiohead - ok computer

6. Radiohead – OK Computer (1997)

Esce nel ’97, Ok Computer, e di colpo il Britpop sembra la cosa più obsoleta del mondo. Il gruppo ci arriva dopo che con The Bends aveva moltiplicato le intuizioni di Creep in una sorta di psicodramma pop. A sua volta Ok Computer ne amplia le prospettive, innalzandole a tensioni millenaristiche e dando loro la forma di visioni distopiche come quelle di Karma Police e Paranoid Android. Thom Yorke assurge a fulcro, anche estetico, di tutto il discorso. Il suo lamento afflitto si innalza come quello di un muezzin, dando vita ad un soul ancestrale a metà Tim Buckley e Freddy Mercury, ovvero fra poesia e sceneggiata. Questo equilibrio precario (frutto di ascolti bulimici di artisti disparati e di un utilizzo massivo, ma ancora non del tutto consapevole, dello studio) provoca una continua tensione fra alto e basso, fra rarefazione ed eccesso, fra ambizione e svaccamento che si fa cifra stilistica. A partire dagli arrangiamenti stratificati, infusi di elettronica, che lambiscono il progressive ma se ne allontanano grazie all’ispirata vena pop e alle prime, timide, oasi di sperimentazione kraut. Si tratta di un album più importante, che bello. Foriero di una formula così instabile che basterà alterare un elemento anziché un altro, per dar vita a cose eccelse o riprovevoli. (DB)

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5. Primal Scream – Screamadelica (1991)

Fino alla fine degli anni ’80 la musica indie era l’antitesi del ballo e i Primal Scream vivevano in un blando sogno regressivo da generazione C-86. Poi Andrew Weatherall fa il miracolo, remixa una ballata un po’ oleografica del secondo disco, I’m Losing More than I’ll Never Have, e la trasforma in Loaded, manifesto dell’indie dance. Folgorati da quel tripudio di fiati, pianoforte boogie, cori gospel, loop vocali e breakbeat, i Primal Scream richiamano Weatherhall a lavorare sull’album insieme agli Orb e al produttore di Exile On Main Street Jimmy Miller. Primo comandamento, il groove, la ritmica di Sympathy for the Devil – una specie di mantra che continua da Loaded alla giubilante Movin’ On Up – e le visioni lisergiche di Rocky Erikson trapiantate nel paradiso artificiale della dj culture. Il nuovo indie rock viaggia in sintonia con la house e il dub in pastiches inclassificabili dalle pulsazioni magnetiche – Higher Than the Sun e Come Together. È l’incontro tra due culture psichedeliche, quella dell’LSD e quella dell’ecstasy. A riprenderlo, con il percorso inverso, saranno musicisti dance come i Chemical Brothers, fondamentali per gli anni ’90 (TI).

nirvana - nevermind

4. Nirvana – Nevermind (1991)

Esistono moltissimi dischi “spartiacque” nella storia della musica ma pochi hanno avuto l’impatto di Nevermind. Sì, perché il disco in questione ha travalicato l’ambito musicale – in realtà, ad esser pignoli, piuttosto scarso, essendo un riciclo ben organizzato di influenze precedenti – per diventare il punto di svolta tra l’ancien régime del mercato discografico e un qualcosa di nuovo pronto a manifestarsi di lì a poco. Prima di Napster e degli mp3 colpevoli di aver ucciso la moribonda industria discografica ci furono questi tre drop out da Aberdeen, Seattle, che dimostrarono al mondo ciò che il punk dimostrò trenta anni prima e aprirono gli occhi agli avidi discografici convinti di poter trovare nell’underground più disturbato l’ennesima gallina dalle uova d’oro. Con i Nirvana funzionò e milioni di copie vendute lo dimostrano; con moltissimi altri – Melvins?, Jesus Lizard??, Butthole Surfers?!? – assolutamente no, aprendo di fatto la (pre)crisi delle major e testimoniando il predominio dell’indiestream. I Nirvana di Nevermind – pop, punk, disagio, melodie appiccicose, richiami 60s, ecc. – furono innegabilmente gli iniziatori (nonché profeti) della (propria) fine. (SP)

Pavement-Slanted-Enchanted

3. Pavement – Slanted And Enchanted (1992)

Slanted And Enchanted, esordio sulla lunga distanza della band di Stockton, viene pubblicato da Matador, label che poi sarebbe diventata leader nell’underground. Il suono dei Pavement è qui al perfetto crocevia tra il dilettantismo creativo degli EP precedenti ed il suono scintillante e pop del successore Crooked Rain, Crooked Rain. Ogni suono ripulito potrebbe assomigliare ad una melodia, ma i Pavement proprio non se la sentono: il carattere amatoriale delle registrazioni è il classico caso di necessità che diventa virtù. E così canzoni pop come Summer Babe, Zurich is Stained e Loretta’s Scars sono immerse in distorsioni, più che strumentali, produttive. Eppure ciò non indebolisce mai le canzoni: esse rivelano anzi un talento melodico eccezionale, per assurdo. Le contrapposizioni generano un suono che più obliquo nel pop non si potrebbe (la strumentale Jackals, False Grails: The Lonesome Era è Morricone chiuso in un cassonetto coi Chrome), i testi sono postmodernismo puro nell’uso delle immagini e dei riferimenti – forse merito della passione di Malkmus per Calvino -, la voce è puro scazzo. Il tutto per dire di un’autenticità magari ingenua, ma mai minimamente simulata. (AM)

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2. Slint – Spiderland (1991)

Spiderland è un miracolo. Questo si può dire di apparentemente nuovo su un disco (edito da Touch & Go) che è allo stesso tempo una terra deserta e un oceano. Il territorio desolato è quello della vita della band, devastata dalle registrazioni e che non terminerà dopo di esse, e quello del rock: inscheletrito, gelato dove prima c’era il calore del “sesso e droga”, rallentato nei suoi germi hardcore (da lì venivano alcuni degli Slint) ma non nella disperazione. L’oceano è la figliata interminabile di band cosiddette post-rock che da qui in poi spunteranno, direttamente e non, e la mole di idee, possibilità, direzioni che le canzoni prendono: dall’attacco in arpeggio geniale di Breadcrumb Trail agli arabeschi di Good Morning Captain, non c’è un momento che non sia inaudito. Pochi come gli Slint hanno rivoltato il rock con i suoi strumenti: qui c’è forse del jazz ma è privo di sentimento, là del noise ma senza la liberazione di certe deflagrazioni, qui c’è un accenno di melodia ma la voce o non c’è o è impaurita, là c’è del punk ma sotto anoressizzanti dove prima c’era anfetamina. Una musica che ancora oggi riesce a svelare il suo mistero senza mai bruciarlo del tutto. (AM)

My Bloody Valentine - Loveless

1. My Bloody Valentine – Loveless (1991)

Il muro di suono, le casse che friggono, gli ampli in fiamme, i concerti insostenibili, le ambulanze e i tappi per le orecchie, i tecnici del suono licenziati, la mitologia legata al comeback, la follia perfezionista di Kevin Shields, i due anni in studio, la rottura con una Creation buttata sull’orlo del fallimento, le quotazioni stratosferiche del vinile originale, il silenzioso iato pluriennale, gli attestati di stima, la frattura tra i membri della band, la lezione della melodia affogata nel rumore portata a livelli parossistici e il dio del rumore solo sa quant’altro possa rimandare a quelle 11 tracce per 45 minuti che, indubbiamente, contribuirono a cambiare un certo tipo di musica. O meglio, a porre un punto di approdo mai più minimamente avvicinabile in futuro di cui gli estremi citati sopra non sono che il corrispettivo di una musica portata agli eccessi. Dolce e ruvido, potente e sognante, grezzo e ricercato, Loveless è un disco fondamentale (e rumoroso) nella stessa misura in cui il silenzio e lo iato più che ventennale l’ha fatto maturare nelle orecchie di generazioni diverse, crescere come referente principale di un certo suono, di volta in volta definito noise-pop, shoegaze o quel che volete, divenire mito irraggiungibile e mai replicato. Nemmeno dagli stessi autori quando, a sorpresa, hanno deciso di tornare col famigerato comeback. Il rumore è grande, i MBV sono i suoi profeti e Loveless è il punto di non ritorno. (SP)

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