Di deserti, eroi dimenticati e sonorizzazioni

Uno dei lavori giunti sul fil di lana del 2012 che più ci ha colpiti è stato T.E.L. di Mirto Baliani, versione vinilica delle musiche utilizzate per l’omonima piece teatrale incentrata su Lawrence d’Arabia e portata in scena dalla compagnia Fanny & Alexander.

Figlio d’arte, Mirto ha sempre bazzicato a vario titolo l’ambiente teatrale, tanto da far pensare ad un rapporto “istintivamente naturale” (Fin da piccolo e fino ai 25 anni circa, ho recitato in parecchi spettacoli, ho fatto lo scenografo, il tecnico luci, aiuto regista, fotografo di scena, ecc.) che lo ha man mano avvicinato alla compagnia Fanny & Alexander cui si deve la messa in scena di T.E.L.: Fanny & Alexander li ho conosciuti così, andando a fare un provino per una sostituzione, non fui preso ma al lavoro successivo, REQUIEM, mi vollero come attore. Dal progetto ancora dopo, ARDIS 1° (prima tappa del lungo percorso della compagnia sul ADA di Nabokov), cominciai ad occuparmi dell’aspetto sonoro nei loro spettacoli.

Parallelamente al percorso teatrale, la crescita musicale del romano si è sviluppata seguendo una weltanschauung diremmo classica: Fin da piccolo ho sempre coltivato la musica in me, studiando pianoforte e percussioni da privatista, suonando in vari gruppi e ascoltando musica di ogni genere, così un po’ per volta ho iniziato a occuparmi di musiche per il teatro parallelamente agli altri lavori fino a farlo diventare la mia occupazione principale. Una occupazione che Baliani svolge ormai regolarmente da quasi un ventennio, in cui ha avuto modo di confrontarsi con registi e compagnie assai differenti, così come di sperimentare in territori musicali a volte agli antipodi. Rifugiandosi in una naturale zona franca in cui risiede il succo del suo lavoro: Lavorando con la musica in teatro/danza/performance/istallazioni o quel che sia, il comune denominatore é mettere la propria arte e competenza al servizio di un’altra arte e il più delle volte di un altro pensiero artistico, essere guidato da altre persone, con cui non é detto si condividano gusti e scelte. Ciò fa sì che da un lato si abbiano molte più limitazioni (di genere, durata, atmosfere, ecc.), e dall’altro una grande libertà di sperimentare abbracciando anche tutto ciò che é al di fuori degli schemi/generi, fino ad abbracciare la rumoristica, la sonorizzazione appunto o anche solo la ricerca sonora intesa come strumento narrativo.

Un procedere che necessita di un continuo reinventarsi tentando di mantenere una cifra stilistica propria, evidente. Nonostante le modalità applicative varino di situazione in situazione e la metodologia di conseguenza sia estremamente variabile – Mi é capitato di iniziare creando una mia libreria di suoni inediti, andando cioè in giro con boom e quant’altro a registrare tutto ciò che era inerente al tema dello spettacolo. Altre volte ho scritto in maniera più classica partendo dai temi al piano e finendo in studio a registrare musicisti in carne ed ossa e arrangiare il tutto come fosse un disco. Altre volte ancora ho creato tutto in elettronica usando solo strumenti virtuali perché quello richiedeva lo spettacolo. Spesso poi ho semplicemente messo la mia tecnica al servizio di una idea scenica “imitando” brani o generi ben definiti che erano stati scelti in un primo momento e dei quali non si poteva più fare a meno – lo stile dell’autore è ormai ben definito e in grado di cogliere sfumature e suggestioni “altre” rispetto alla realizzazione “classica” di un album. Per questo motivo l’etichetta di sonorizzazione va anche stretta a Baliani – Normalmente per come lavoro, preferisco parlare di composizione più che sonorizzazione, anche se a volte, soprattutto in un certo teatro di ricerca é effettivamente richiesto un lavoro sonoro rumoristico/effettistico più che musicale… – pur delineandone il modus operandi principale in sede creativa: porre cioè ogni suono al servizio dello spettacolo e in stretto rapporto alla drammaturgia, visto che “In teatro ogni suono o musica ha un significato drammaturgico ancor più evidente che nel cinema dove una musica può essere anche di “sottofondo” o provenire da stereo e televisioni come suono reale in un mondo di cellulosa”.

T.E.L. stupisce per la forza evocativa messa in atto da Baliani attraverso l’utilizzo di una serie di fonti sonore tra le più diverse frutto spesso di una ricerca sul campo di stampo etno-musi-antropologico di tutto rispetto. Vecchie registrazioni, prevalentemente, reimmesse in circolo da Baliani con un sapiente e certosino lavoro di reinterpretazione funzionale al messaggio – visivo, concettuale, ideologico – dell’opera messa in scena. Il risultato è una musica pertanto ritualistica, ipnotica, cerimoniale in cui il clash of cultures si manifesta in un flusso unico e ben armonizzato tra arcaiche visioni e tecnologie moderne: voci di muezzin e dub, techno-trance e litanie mistiche, rimasugli white-funk e deliqui psichedelici ci fanno realmente rivivere non solo le atmosfere dello spettacolo, ma anche le atmosfere di un mondo lontano nel tempo oltre che nello spazio. Il disco è stato ovviamente rielaborato rispetto alla versione teatrale soprattutto per missaggio e pulizia, alla ricerca di un aggiustamento che potesse rendere fruibile le musiche decontestualizzate dal luogo (della mente) in cui sono state pensate: Ho limato qua e là alcune parti ancora troppo legate a delle azioni che avvenivano in scena e ho dato un taglio più elettronico ad alcuni suoni con lo scopo di renderli più incisivi, aggiustamenti che facevo dal vivo durante gli spettacoli mettendo mano a volume ed eq e che ora dovevano essere “riparati” pensando ad una resa soddisfacente in hi-fi domestici e quindi ad esempio senza subwoofer separato.

Una scelta importante, insomma, quella dell’uscita vinilica e non solo per questioni nostalgiche. Le musiche per teatro di Baliani sono spesso un take one in sede di rappresentazione e non sopravvivono in forme altre, se non in sporadici casi: Alcuni lavori, come é stato per TEL, hanno un qualcosa che li rende interessanti ed evocativi anche a prescindere dalla loro messa in scena. Questo é stato il motivo principale per cui abbiamo deciso di lasciare una traccia indelebile e riascoltabile di questo progetto. Abbiamo deciso di farlo in vinile, per l’amore che nutriamo per l’oggetto in sé ma anche perché ci sembrava il supporto più giusto per queste musiche. Molti campioni vengono infatti da vinili, una sorta di ritorno alle origini, il cerchio che si chiudeva. La scelta, visti i risultati, non poteva essere migliore.

31 Gennaio 2013
31 Gennaio 2013
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