(Un)happy hardcore

Checchè si possa dire dei vari Slint, i Mogwai rimangono probabilmente il gruppo post-rock per eccellenza, quantomeno sul piano dei numeri. Ancora oggi la band di Glasgow è un caposaldo per tutti gli appassionati del genere, un nome in grado di catalizzare attenzioni e presenze sotto il palco anche dopo le ultime controverse uscite. La più recente di queste, Hardcore Will Never Die, But You Will è lo spunto per una chiacchierata con Stuart Braithwaite in persona, in una saletta riservata dell’Alcatraz, in occasione della recente data milanese del gruppo.

Il nostro fa il suo ingresso nella stanza già sorridente e visibilmente smanioso di dare il proprio meglio sul palco. A dispetto di un’affabilità che non avremmo dato per scontata, non è facile ottenere risposte molto eloquenti; emerge però con chiarezza come quel giovane indie-rocker scozzese sia rimasto tale, nei modi oltre che nei fatti: consapevole magari dello status raggiunto dal suo gruppo ma ancora refrattario a qualsivoglia sensazionalismo e totalmente focalizzato sulla sua musica.

I titoli dei vostri dischi hanno sempre delle storie curiose alle spalle. Riguardo a questo nuovo, so che il termine hardcore si riferisce alla happy hardcore: un genere che credevo passato di moda negli anni 90. Ma so anche che c’è di mezzo un ragazzino di Glasgow…

Hai ragione sulla happy hardcore e in realtà non sta tornando di moda neanche a Glasgow: eppure, soprattutto nelle fasce più giovani, c’è chi è ancora assuefatto a questo genere che noi invece troviamo estremamente noioso. Nel caso specifico abbiamo sentito pronunciare questa frase dal ragazzino che hai citato. Voleva comprare dell’alcol in un negozio ma il titolare si rifiutava di venderglielo, così lui gli ha urlato questa frase ed è scappato. Il suono di questa espressione ci ha colpito e da lì abbiamo estrapolato il titolo dell’album.

Per la registrazione e la pubblicazione di questo nuovo disco avete impiegato pochi mesi. Cosa mi dici circa la creazione delle nuove canzoni, ci è voluto molto tempo per comporle?

Abbiamo lavorato ai demo delle nuove canzoni ciascuno per conto nostro, poi una volta incisi i demo delle singole parti li abbiamo provati tutti insieme e infine siamo entrati in studio a registrarli. Non abbiamo mai impiegato troppo tempo per lavorare su un nuovo disco. Quando decidiamo che è il momento di comporre nuovo materiale ci mettiamo all’opera, e finchè il disco non è finito non ci concediamo alcuna pausa, anzi programmiamo ogni cosa in modo che niente intervenga nel mezzo: solo lavoro, lavoro, lavoro.

Nonostante il fatto che siate tornati a farvi produrre da Paul Savage, l’album suona molto diverso da Young Team. Suonate come un gruppo che va molto più dritto al sodo rispetto al passato.

E hai ragione, infatti. Però ci tengo a dire che non è qualcosa di intenzionale: quando siamo in studio ci concentriamo semplicemente sulla realizzazione dei brani, ragionando molto poco su cosa vogliamo o su quanto vogliamo cambiare rispetto a questo o a quel disco. Anch’io la penso come te, davvero, e come me credo tutto il gruppo: ma sono considerazioni a cui arriviamo solo una volta che riascoltiamo il materiale finito.

Durante una carriera musicale così lunga, le vostre vite private sono sicuramente cambiate. Quanto del vostro vissuto influenza i vostri lavori?

Bè ora ho 34 anni e dieci anni fa ne avevo 24. E’ una fascia di età in cui per forza di cose molti aspetti della tua vita cambiano. Questo però ha poco a che fare con i cambiamenti sul piano strettamente tecnico: se i dischi sono diversi, è ovviamente solo perchè abbiamo voluto sperimentare nuove strade. Una questione di testa, diciamo. E lo stesso dicasi, in realtà, anche sul piano dei contenuti: cerchiamo di emozionare chi ci ascolta ma durante il lavoro in studio non siamo emozionati, non dalle nostre esperienze personali almeno. Quando lavoriamo sulle canzoni cerchiamo di isolarci e pensare solo alla musica: probabilmente poi non ci riusciamo davvero del tutto ma posso assicurare che, se c’è un condizionamento da parte del nostro vissuto, esso avviene a livello puramente inconscio.

Rano Pano ha questa andatura che la rende la cosa più cantabile che abbiate mai composto. Un po’ la vostra Seven Nation Army.

E’ una canzone piuttosto insolita per noi, con una melodia molto forte di cui siamo effettivamente molto soddisfatti. Piuttosto antemica, è vero. Anche se non riesco a immaginare migliaia di persone che la cantano in coro. Non che mi dispiacerebbe, anzi, ma quella melodia in crescendo mi fa venire in mente qualcosa di più epico e solitario, alla Ennio Morricone per intenderci. Un autore che inevitabilmente amiamo.

Mexican Grand Prix è di fatto una canzone. Qualcuno la paragona ai Neu, qualcun altro agli Stereolab, nessuno ai Mogwai.

In effetti è un altro brano lontano dai nostri standard. John (Cummings, altra chitarra dei Mogwai) ha riversato lì tutta la sua passione per il kraut-rock, certamente, e in particolare per i Kraftwerk e i Neu. Le parti di batteria invece le dobbiamo ai Suicide, un altro dei nostri gruppi preferiti. Ma a parte questo abbiamo cercato di personalizzare il brano, soprattutto con l’implemento della voce, successivo alla versione che avevamo sul demo. Ha reso tutto più imponente. Siamo felici del risultato.

In You’re Lionel Richie c’è un recitato in italiano. Da dove arriva?

E’ opera di Dr Kiko, un dj italiano che è anche nostro amico di vecchia data. Avevamo registrato queste parti vocali che fanno da intro a George Square Thatcher Death Party in gaelico, giapponese, italiano e francese. Kiko aveva fatto la parte italiana e questo per lui è stato una specie di test, siccome l’avevamo registrato al telefono e intendevamo fare lo stesso anche con il racconto che recita in You’re Lionel Richie. Ci pareva che l’effetto finale si adattasse bene all’atmosfera del brano.

Vi considerate una band hardcore in qualche misura?

In senso musicale certamente no, e tantomeno in senso umano o attitudinale. Ci sentiamo casomai vicini al mondo hardcore in termini di estrazione e di modo di intendere la musica, nel senso che proveniamo da quello stesso genere di sottocultura diy che è elemento di congiunzione tra gruppi indie-rock come il nostro e gruppi hardcore veri e propri.

Cosa pensi delle molte altre band in giro che vengono generalmente connesse ai Mogwai o che si dichiarano per prime influenzate dal vostro lavoro?

Credo che ci siano un sacco di band che vengono connesse a noi o vengono paragonate tra loro senza avere di fatto molto in comune. Notoriamente non amiamo le categorizzazioni e tantomeno ci piace essere considerati i capi di qualcosa. Però, per quanto suoni banale, nel momento in cui sono i gruppi stessi a dichiararsi influenzati dal nostro lavoro, lo apprezziamo. Lo apprezziamo eccome.

Per finire: che mi dici della vostra etichetta, la Rock Action Records? E cosa ci dici circa l’undergorund della tua città in questo momento? Ci sono dei nomi che vale la pena di tenere d’occhio?

Per quanto riguarda Rock Action abbiamo in uscita il secondo album dei Remember Remember, il terzo degli Errors e l’esordio di Blank Mass, side-project di Ben dei Fuck Buttons. Direi che stiamo attraversando un buon periodo. Per quanto riguarda Glasgow non saprei farti un nome in particolare nell’underground attuale: certo è che ci sono un sacco di gruppi interessanti, la scena cittadina è sempre attiva. Magari mancano una linea comune, un genere o una scuola di riferimento in particolare, ma d’altra parte non c’erano nemmeno quando abbiamo cominciato noi.