Musica per le masse

Gennaio 2005. Al giro di boa del decennio, niente di nuovo sotto il sole. Ciò di cui si parla oggi è un altro gruppo da cover di NME, per intenderci: quattro ragazzi del sud di Londra (Kele Okereke, voce/chitarra – Russel Lissak, chitarra – Gordon Moake, basso – Matt Dong, batteria) nati a cavallo tra ’70 e ’80 e, viene da sé, troppo giovani per avere vissuto il periodo musicale che la loro musica ricorda. Se, come quella di altri, la loro proposta risulta debitrice di una tradizione passata, la spiccata attitudine danzereccia delle loro composizioni allo stesso tempo convince sempre più sulla (forse?) “reale” natura del tanto vituperato e strombazzato revival anni ’80 di cui non si fa che parlare da qualche anno. Alla luce dell’opera di DFA e dell’esordio di LCD Soundsystem sembrerebbe proprio che, dopo aver (ri)conquistato nel decennio passato il valore di “urlo generazionale” per poi progressivamente sfaldarsi nelle pieghe del “post” o essere sommerso dall’elettronica, il rock (o almeno, certo rock) è tornato a far ballare, proprio come ai vecchi tempi. Tanto basta per “giustificare” l’esistenza dei Bloc Party.

Tutto comincia verso la fine del 2002, quando una band di poco più che ventenni allora chiamata Diet realizza un demo di due brani ( This Is Not A Competition e The Answer, descritti dalla rivista Drowned in Sound come “gli Strokessotto anfetamina che incontrano i Cure”), che dà loro l’esposizione necessaria per cominciare a suonare nei pub di Londra. La ruota comincia realmente a girare quando, nella seconda metà del 2003, un secondo demo finisce nelle mani del dj di Radio One / 6 Music Steve Lamacq: l’airplay e una live session, sono garantiti. Nel frattempo, il frontman degli Union (così il gruppo ha cominciato a farsi chiamare) Kele Okereke viene a conoscenza di una nuova band proveniente da Glasgow, i Franz Ferdinand; da quello che legge al riguardo, sembra che il suono degli scozzesi abbia molto in comune con la loro musica, e decide così di entrare in contatto con loro. Questa amicizia garantirà al gruppo – che nel frattempo ha trovato in Bloc Party la definitiva ragione sociale – l’apertura delle porte “giuste”, a partire da un concerto per la Domino (label dei FF) tenutosi all’Electrowerkz di Londra. Una volta reclutato l’ex Menswear Simon White come manager, il resto è venuto da sé: prima due 7’’distribuiti da label indipendenti (She’s Hearing Voices per Trash Aesthetics e Banquet per Moshi Moshi), poi il contratto con la Wichita e la conseguente pubblicazione di un paio di singoli in madrepatria (Little Thoughts, Helicopter); infine, nell’estate 2004 viene distribuito al di fuori della Gran Bretagna il Bloc Party EP (Wichita /V2, 2004), biglietto da visita di sei tracce che, sulla scia dell’exploit dei FF, comincia a destare attenzione intorno ai quattro londinesi in vista del primo full lenght.

Per un pubblico già sintonizzato sulle frequenze di Interpol, Rapture, !!! e Franz Ferdinandstessi, il dischetto non suona come una grande sorpresa, anzi non saranno sicuramente mancate reazioni del tipo “ma come? un’altra band che rifà la new wave???” o “c’era proprio bisogno anche di questi?”. Ad un ascolto attento tuttavia, ci si accorge presto che questi ragazzi possono già poggiarsi su uno stile consolidato – ritmiche micidiali, incastri di chitarre a orologeria, tempi in levare, soli di chitarra spastici e rumorosi (di scuola Jonny Greenwood) e soprattutto una voce espressiva e “colorata”, a metà tra il Robert Smith più giovane e il Damon Albarn più sguaiato. La personalità dunque non manca, e anzi risulta più che marcata in brani cardine come Banquet e She’s Hearing Voices(che non a caso saranno due episodi di punta dell’esordio); il resto mette ben a fuoco il potenziale dei Bloc Party, i quali mostrano di sapersi ben destreggiare tra diversi stili di matrice new wave (Talking Heads in Staying Fat, Fall in Marshals are Dead) conservando comunque un’innegabile attitudine rock (le chitarre scintillanti à la Sonic Youth di The Answer), che viene meno soltanto nel ruffiano-quanto-basta disco mix di Banquet (praticamente, un rifacimento di Blue Monday). L’ennesima band che rifà la new wave? Sì, certo. Perché no? (6.4/10)

Ricorrendo a un abusato cliché, il tanto atteso debutto Silent Alarm (Wichita/V2, 14 febbraio 2005) potrebbe essere il disco giusto al momento giusto. Magari non per il rock in generale (tanta lungimiranza la lasciamo alle testate inglesi), ma almeno per i suoi protagonisti: forti delle aspettative sorte intorno a loro, i quattro londinesi si presentano al primo appuntamento sulla lunga distanza con tredici tracce prodotte dal dj Paul Epworth (aka Phones e Echo Channel). Se vogliamo andare oltre il baraccone mediatico e il solito giochino dei richiami, possiamo parlare di un album che francamente stupisce per l’immediatezza squisitamente pop-wave delle melodie e, allo stesso tempo, per la varietà dei toni e per le sfumature che si riescono a cogliere con gli ascolti; se Banquet, She’s Hearing Voices, Helicopter, Positive Tension e Luno sono felici esempi di uno stile – personale, diretto e coinvolgente – che è già marchio di fabbrica, episodi come Blue Light, This Modern Love, So Here We Are e Plans da un lato (più rassicuranti, tra primissimi U2 e certo dream pop), e Like Eating Glass, Compliments e Pioneers dall’altro (più tesi e oscuri, nevrotici e sobbalzanti tra Joy Division / New Order e Echo and the Bunnymen) sorprendono per profondità, versatilità ed efficacia espressiva. Per alcuni Silent Alarm sarà solo l’ennesimo episodio di emul, per altri il disco più alla moda dell’anno; più semplicemente, lo si prenda come un segno inconfutabile dei tempi. Di come questi giovani musicisti abbiano metabolizzato il passato riuscendo al contempo ad essere modaioli, cool e, in altre parole, figli del loro tempo. Non ci sembra affatto poco. (7.0/10)

E infatti, tanto e tale è stato il successo di Silent Alarm da meritare addirittura per alcuni – manco a dirlo, NME in testa – la palma di disco del 2005. Come se non bastasse, con una mossa per certi versi fin troppo prevedibile (almeno per chi tracciava parallelismi tra la band di Kele e i Rapture rimodellati ad hoc da DFA), si è pensato di affidare l’album per intero a manipolatori più o meno illustri, a beneficio del popolo del dancefloor e degli ascoltatori più curiosi. Non sempre i remix di dischi “rock” (o concepiti come tali) riescono a centrare il bersaglio – il recente Guerolito beckiano ne è solo l’ultimo esempio -, e Silent Alarm Remixed (Wichita / V2, 29 agosto – ottobre 2005) finisce per dimostrarlo ancora una volta. A parte una Like Eating Glass (Ladytron Zapatista) ancora più dark dell’originale, un mix “lupesco” di Whitey non particolarmente impressionante, la Pioneers rivista dagli M83 vicinissima ai Depeche Mode di Music For The Masses e la presenza “onoraria” di Four Tet e Mogwai, l’ascolto di questi remix risulta anzichenò noiosetto, almeno al di fuori della pista da ballo.

Sarà un po' troppo scontato dirlo ma, per dirla come loro, that's the way it is: la musica dei Bloc Party in sé non ha certo bisogno di un restyle per far muovere il sedere. Un'ingenuità di troppo, che però siamo sicuri non nocerà più di tanto alla band, anzi riuscirà nell'intento di accaparrare ulteriormente proseliti. In attesa della seconda prova, di cui il recente Two More Years (Wichita / V2, 3 ottobre 2005), singolo pop ad alto contenuto romantico come piacerebbe al Robert Smith più ispirato e nostalgico, potrebbe essere un antipasto; notare come la versione di Banquet firmata Mike Skinner / The Streets sia stata pubblicata come doppio lato A del dischetto, e la b-side Hero ammorbidisce ulteriormente i toni. vorrà dire qualcosa? (5.0/10 ai remix, 6.7/10 al singolo)

1 Febbraio 2005
1 Febbraio 2005
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