Il frastuono armonico e celeste

Di nuovo, quel frastuono

La nostra ricostruzione comincia il 30 maggio 2009, nell’Auditori del Forum di Barcellona, all’interno del Primavera Sound Festival. La fotografia acustica ritrae un suono che entra nelle viscere in mezzo a un maelstrom di rumore. La cornice è il desideratissimo e attesissimo live dei My Bloody Valentine; ascesi raggiunta dentro il reattore di un aereo: è ancora una volta la metafora più azzeccata, nonostante i necessari tappi per le orecchie (distribuiti all’ingresso). Di fatto, nella breve ma intensa storia del Primavera Sound, i testimoni (chi scrive è tra quelli) riportano un caso mai verificatosi: il concerto dei MBV è l’unico avvertibile anche all’esterno del perfettamente isolato (acusticamente) auditorium compreso nelle fondamenta dell’edificio di Herzog & De Meuron.

Secondo la vista, quel suono è prodotto da uno strumento riconoscibile, ma il cervello e il corpo lo trattano diversamente. Dentro l’ascetismo massimalista del rumore, la cacofonia assoluta, emerge il lamento ancestrale della chitarra di Kevin Shields (chitarra e mente ingombrante dei MBV), che sembra un animale preistorico che soffre e, date le dimensioni, produce un pianto straziante che assorda. Accidentalmente, quel lamento è finito dentro una canzone (Come In Alone), biograficamente si è stampato tra i neuroni dei presenti, a quel live come ai – non molti, per la verità – altri che hanno accompagnato la storia dei My Bloody Valentine: gruppo probabilmente dell’oltre-rock ma leggibile con coordinate precisissime, fenomelogicamente chiare, che confezionò uno dei capolavori di quell’impressionante, per numero di uscite imprescindibili, inizio anni Novanta.

Anziché solo pensare ai MBV come massimi esponenti dello shoe-gaze (quali sono, indubitabilmente) ci interessa coglierne la contestualizzazione temporale a scala più ampia, per cominciare a farne un ritratto. Fa girare la testa pensare a quel 1991, dove, accanto a Loveless, uscirono tra UK e USA dischi come Yerself Is Steam, Spiderland, Frigid Stars, Just For A Day, solo per snocciolarne alcuni, senza soluzione di continuità di genere. E ancora, e forse con maggiore forza, non a caso quei primissimi mesi di Nineties segnarono l’interruzione di tante di quelle esperienze, capitolo chiuso stop, punto e a capo, o forse punto e virgola.

Un nome non a caso: Spacemen 3, che proprio nel ’91 licenziarono Recurring, chiudendo la carriera. Nella stessa edizione del festival, ma all’aperto, si esibisce in quel 2009 anche Sonic Boom, sulla carta travestito da Spectrum ma di fatto incarnazione fedelissima di quegli Spacemen 3 (qui una parte di quella esibizione, dove tira fuori dalle memorie The Perfect Prescription una cover dilatatissima della Transparent Radiation dei Red Crayola), di cui voleva dichiaratamente dimostrare di essere l’unico a potersi fare carico – in barba agli Spiritualized che suonavano in un altro palco.

My Bloody Valentine e Spacemen 3, e tanti di quei paladini (ancora dentro il rock) del passaggio tra 80 e 90, condividono una visione radicata della musica. In mancanza di termini più efficaci, la chiameremo massimalista. Non come opposizione a minimalista, ma come rimozione di termini intermedi, di compromessi. L’estremo massimalismo è la riduzione del tutto a una scelta binaria : vita o morte, silenzio o pienezza del suono. Strategia perfetta, specie per un gruppo come i Valentines, noti da sempre per i live-evento con volumi improponibili, e subito mitizzabili, non come “Mito d’oggi” barthesiano (e quindi effimero), ma come discesa indù di una qualità ultraterrena. E, delle due (silenzio e caos), camminando a fine concerto fuori dall’Auditori ancora scossi e mezzi assordati, di certo cambiati come ascoltatori, non abbiamo dubbi.

Vuoto temporale

Peter Kember non è un nome nuovo per chi segue le vicende dei MBV, e non solo per la vicinanza spazio temporale. Una volta rimasti entrambi orfani dei propri progetti principali, nel 1994 Kember e Shields, insieme a Kevin Martin (allora God e Techno Animal), formano l’ensemble Experimental Audio Research. Una sorta di supergruppo che, anziché mettere a sistema le esperienza infra-rock che ognuno dei componenti ha esplorato con esiti eccellenti nel proprio campo, va verso l’altrove. Citando evidentemente non solo un “lassù” spaziale, ma anche un “allora” temporale. Esplorando l’ultraterreno alla maniera della musica cosmica tedesca, citata espressamente in Mesmerized (D.M.T. Symphony), e rasentando la new age e la pura astrazione – almeno in Beyond The Pale, e poi ancora in Millennium Music, che non vede già più in organico Kevin. Una scelta non inconsueta per chi ha dato tutto se stesso per valutare come decollare all’interno delle radici rock. Una volta messe tra parentesi quelle radici, si va alla cosmica, tensione pare sensualissima (lo abbiamo detto di recente anche per David Baker) per chi si muove entro una cornice “psichedelica”, nel senso più lato del termine, ossia capace di muovere l’immaginario verso terreni non prettamente sostanziali.

A Shields, però, la strada cosmica non è bastata negli anni. Chiusa l’esperienza EAR, inizia una serie di collaborazioni fuori dai My Bloody Valentine che lo portano a collaborare con gli ex compagni di etichetta – in Creation – Primal Scream (vogliamo anche ricordare, in quel ’91, anche Screamadelica?), dall’interno (capitolo non chiuso, dato che nel prossimo album dei Primal Kevin comparirà nella compagine insieme a un’altra Valentine, la bassista Debbie Googe); poi con Dinosaur Jr. e Yo La Tengo, come produttore. Fino a confezionare, da co-curatore, la colonna sonora (leggendaria per i kids del periodo) di Lost In Translation (di Sofia Coppola) nel 2003, in un periodo ancora “pionieristico”, se così ci si può azzardare a dire, del revival wave (già accennato nel ’96 dalla cover di Map. Ref. 41N. 93W degli Wire), centrando il mood in maniera scientifica: come non associare i giochi di sguardi di Bill Murray e Scarlett Johannson a Ikebana oppure a Goodbye? È poi impossibile non citare almeno anche The Coral Sea, a firma Kevin Shields / Patti Smith, dove il primo accompagna, tenendola delicatamente per mano, il reading della seconda.

Uno come Kevin non si poteva fermare, pur sapendo il picco raggiunto. Fatto sta che da quei primi novanta si apre un vuoto spazio-temporale, che nei Duemila si è per alcuni protagonisti riaperto con quella dinamica che incondizionatamente abbiamo chiamato reunion, senza preoccuparci di andare alla ricerca delle differenze. Le quali sono almeno su due piani. Uno di valore, l’altro di merito. Il primo ci porta ad accostare – di esperienza personale in esperienza personale – quel live a quell’altro – l’anno precedente e sempre nell’Auditori barcellonese – di Throbbing Gristle, testimone di un altro capitolo fondamentale di una storia d’amore tra un’amplificazione adatta e le intenzioni musicali di chi ha idee ben chiare e iper-incisive in testa. E su questo torneremo, dentro il proposito di MBV. L’altro piano, quello sul merito, è ben più complesso. E di fatto mette in discussione il concetto di re-union.

Kevin Shields (leader ma soprattutto portavoce della band) strombazza ormai da mesi e ai quattro venti una delle notizie più sfolgoranti degli ultimi tempi: i My Bloody Valentine stanno lavorando a un nuovo disco. Ciò darebbe ragione a quanti hanno sempre sostenuto che i Valentines non si siano mai sciolti, ma che abbiano semplicemente continuato a lavorare a un terzo album che, senza meno, non poteva non aumentare esponenzialmente la cura certosina già dimostrata in Loveless. Eppoi c’è una responsabilità enorme, e questo rende l’operazione ancora più difficile giustificando una ricerca ormai ventennale, secondo quei beninformati e forse un po’ folli fan che sostengono queste tesi. I due dischi che i MBV hanno dato alle stampe (Isn’t Anything e Loveless) hanno seguito una manciata di anni che hanno rivoluzionato l’approccio alla scrittura delle canzoni dentro la cornice dell’accessibilità rock. I MBV non possono seguire se stessi ma andare oltre, come hanno sempre fatto.

Ritrovare quella “cosa”

Ne va del proprio massimalismo. A questo proposito, lo stesso Shields la fa molto semplice: i My Bloody avrebbero ripreso materiale di metà Novanta considerato “non poi così male” ed essenzialmente fatto di frammenti e non di canzoni. L’ellepì in arrivo, da qui a qualche mese sembrano promettere, sarà poi, bingo nel bingo, seguito da un EP di materiale “nuovo”, ovvero scritto nell’oggi, fatto in un momento di totale immersione della band. Una fretta davvero bizzarra, se si pensa al tempo che i Valentines si sono concessi dal ‘91 a oggi. E Shields scherza pure su questo:

Ho questa nomea per cui sarei uno che continua a lavorare in maniera maniacale e perfezionista sullo stesso materiale, dilatando a dismisura i tempi, prima di esserne soddisfatto. Non è così, o almeno non sempre. La questione è un’altra: per lavorare bene bisogna stare bene, quando arriva quella “cosa” bisogna catturarla il più velocemente possibile”.

Eppure, all’indomani della pubblicazione di Loveless, girava voce che i MBV avessero lasciato la Creation, dopo il tour del ’92, proprio perché i costi (temporali e finanziari) che aveva richiesto il disco stavano per portare la label al fallimento. In un quadro più ampio, va detto che la storia dei Valentines è sempre stata di forte conflittualità con etichette e case discografiche. Chi di noi oggi ascolta Loveless e Isn’t Anything su vinile probabilmente possiede una ristampa della Warner (per il mercato americano) del 2003, allora salutata con favore, eppure oggi scopriamo non riconosciuta dalla band:

Fecero un lavoro pessimo. È stato fatto tutto senza il mio permesso, e riuscirono a ottenere un suono al 100% sbagliato. Una truffa. Non ne sapevo nulla, finchè non sono comparse le ristampe nei negozi. Tentammo una causa, per evitare che arrivassero nel mercato UK, perchè tecnicamente era un bootleg, ma in America, la Warner fece scudo con la legge americana.

Non è un caso isolato. Qualche anno dopo, più vicino a noi, nel 2009, in Germania è comparsa un’altra release non ufficiale, che ridava alla luce ai primissimi pezzi dei My Bloody (quando ancora non avevano incrociato il feedback-a-billy dei Jesus And Mary Chain) dentro una compila intitolata Things Left Behind…, stampata dalla tedesca Independent Music. Cosa non strana, dato che quel This Is Your Bloody Valentine, LP datato 1985, primo long-playing della band, fu licenziato a Berlino, sede provvisoria del gruppo dopo la nascita a Dublino, un paio di anni prima.

Non è certo una questione di attaccamento ai diritti musicali, che certo può essere opinabile ma legittima, quella che fa concentrare Shields e soci sul controllo delle uscite con il proprio nome. È piuttosto una questione di consapevolezza, che ci riporta alla fama certosina del confezionamento e che oggi, maggio 2012, trova il suo compimento, dopo almeno cinque anni di attesa (dal primo annuncio), con la ristampa di ben tre digipack CD. Il primo, intitolato EP’s 1988-1991, contenente i tre EP della pre-maturità (sulla strada dello shoegaze, ma anche dell’immanenza musicale, come vedremo): You Made Me Realise e Feed Me With Your Kiss (entrambi dell’88), Glider (1990) e Tremolo (1991). Il secondo, con la ristampa di Isn’t Anything, primo album rivoluzionario della band, del 1988. Il terzo, ovviamente, con Loveless, in doppia versione, quella aderente alla versione originale, e quello rimasterizzato dallo stesso Shields, vero gioiello dell’operazione. Il tutto stampato da quella stessa Sony Music che nel 2001 sembrò far sparire i nastri dei due album di cui sopra, benchè i Valentines avessero in mano un contratto già firmato che garantiva loro l’unicità del possesso. Tutto rientrato, dopo che la minaccia di sguinzagliare un detective fece riapparire i nastri dopo un anno. Un altro aneddoto che va a gonfiare l’ipotesi sostenuta da alcuni per cui Shields non sia sempre in grado di tenere il polso, essere squalo, fare un buon management della band.

Ascoltare oggi Loveless nel remastering di Kevin, evidentemente al massimo del volume che i nostri impianti di riproduzione consentono, ci fa capire almeno un paio di cose: anzitutto che valeva la pena di attendere la totale sicumera con cui oggi riappaiono nei cataloghi le gemme MBV, e secondariamente – ma neanche troppo – che c’è da prendere in mano il topic reunion. Torniamo al 2008, quando a ridosso dell’atto di rimettersi insieme con l’occasione della curatela dell’All Tomorrows Parties dell’anno dopo, i My Bloody Valentine decidono non solo di “ricordare” quell’esperienza, ma di trarne il massimo possibile. E di approfittare delle tecnologie oggi a disposizione – e non nel 1991 – per riprendere la ricerca di quel suono a cui hanno sempre aspirato e che forse oggi, per la prima volta, potrebbero trovare.

Quello che abbiamo fatto allora – dice Shields – fu provare per sette settimane. Lavoravamo sei giorni la settimana, chiusi lì con tutto il necessario. Poi è arrivato il primo live della nostra reunion. È stato alla ICA (l’Istituto di Arte Contemporanea di Londra), ma non c’è stata una discontinuità dalla sala prove. Un giorno stavamo provando, il giorno dopo eravamo nella nostra gig, a iniziare il concerto con Only Shallow. […] Fu straordinario. Come svegliarsi sul palco e essere noi stessi quel rumore. Non dirò che è stata un’esperienza magica, ma di certo tutti abbiamo realizzato un’energia enorme.

In realtà, quelle sette settimane non sono propriamente spese solo per provare. Con i soldi garantiti dalla reunion, l’attività che li assorbe maggiormente è cercare i migliori strumenti in circolazione per ottenere gli effetti desiderati. E, nonostante i tempi biblici che una tale ricerca potrebbe comportare, se la cavano in fretta e con una spesa folle ma necessaria a un re-inizio con tutti i crismi. La Sometimes suonata all’ATP è solo una goccia (negata al pubblico del Primavera, lo stesso anno) di quel mare di onde e feedback, di quel suono/senso immanente ed estatico.

Sempre a proposito di reunion, Shields è molto chiaro, nel ricordare l’esperienza degli amici Dinosaur Jr (altri patiti/patologici del volume) e nel sottolineare un punto fondamentale dell’operazione. Dice che vederli rimettersi insieme è stato di totale ispirazione, perchè ha capito che l’esperienza, i soldi per la strumentazione, la maggiore competenza non hanno fatto che migliorare il suono di J Mascis e compari. Stesso dicasi dei My Bloody Valentine: la band del 2008 non può essere peggiore rispetto a quella del 1991, perchè essenzialmente, nel rapporto con le tecnologie a disposizione (Mc Luhan sorride sotto i baffi), i due casi sono distanti, se non anni luce metaforici, una ventina d’anni reali. La continuità del volume è evidente, ma l’effetto non necessariamente è lo stesso. La ricchezza delle parole di Shields, anche a questo proposito, è tale che esprimersi diversamente sarebbe un peccato:

Suoniamo a quel volume perchè usiamo molto le distorsioni. O meglio, il volume sembra più alto perchè ci sono livelli di distorsione che si rincorrono. Ma la nostra distorsione non è quella classica del rock, o del heavy metal. È una distorsione molto ricca dal punto di vista armonico, che ha una sorta di effetto psico-acustico che fa percepire quel rumore totale. Se noi suoniamo a 120 decibel, alcune persone percepiscono 132 decibel. Ci sono dietro questioni tecniche molto precise, che riguardano per esempio la differenza di consumo di energia tra una classe A e una classe C, cose così. Detto questo, consiglio a tutti di mettersi i tappi nelle orecchie quando vengono a un nostro live!

Al di là dei tecnicismi, sembra un manifesto. I My Bloody Valentine ottengono nel loro sound un’immersione del suono definitiva. Stare dentro a una stanza dove c’è amplificazione comporta uno stato diverso di coscienza, come aveva capito John Cage a proposito dell’amplificazione del rock’n’roll. Il rock non può prescindere, lezione magistrale che i MBV dimostrano di aver capito alla perfezione, dall’applicare il concetto all’esperienza musicale in tutte le sue sfaccettature. Nella registrazione, nella costruzione dei layer di suono, nell’esecuzione. Fa certamente parte del massimalismo e di una ricerca che va di pari passo con la perdita dell’udito, probabilmente (anche se lo stesso Shields dichiara di usare sempre i tappi per le orecchie).

Dalla sottosuolo alla sostanza

La cura per il suono non è quindi un atteggiamento maniacale, come sempre è passato a proposito dei Valentines, ma uno strumento. Per raccontare questa cura del suono, Simon Reynolds, in un articolo compreso in Blissed Out (quindi pre-Loveless), usa la metafora del vampiresco, come storia mitologica:

Vampiresco è la prima parola che scatta nella mia mente, ascoltando i My Bloody Valentine di Isn’t Anything. E di certo ciò va dritto all’allegoria sessuale che sta dietro al mito del vampiro, l’afflusso di sangue che scorre via dalla testa, l’idea che quell’eccesso porti a pallore, ma anche nevrastenia, malattia”.

Involontariamente, Reynolds ci riporta alle loro origini. Al nome, anzitutto, e allo scenario in cui i MBV fecero i primi passi. My Bloody Valentine era il titolo di un film slasher horror canadese del 1981, tra l’altro censurato per eccesso di violenza. E con quell’immaginario i My Bloody Valentine si formano a Dublino, nel 1983, in ambiente gotico. Nella formazione ci sono Kevin Shields, il batterista Colm O’Ciosoig, il cantante Dave Conway, la bassista Tina Durkin e una serie di altri personaggi che si succedono in un turnover senza fine, nei primi mesi. Trasferitisi a Berlino (prima di tornare a Londra, dove Tina lascia il posto a Debbie Googe), incidono le prime tracce, raccolte in This Is Your Bloody Valentine, licenziato nella prima parte del 1985. Il marchio degli inizi è dettato dalla voce di David Conway, fortemente legato al mood bat-cave.

I riferimenti vanno dai Bauhaus ai Cramps, almeno prima dell’ultima traccia, The Last Supper, che sembra un’epifania. Il tono è quello dei Doors di Riders On The Storm, ma sul finale il canto di Conway, tra Peter Murphy, Brian Setzer e Morrissey, rivela un’inclinazione diversa, diremmo oggi un desiderio di cambiamento. Passano pochi mesi che la vera rivoluzione arriva. Proprio in quell’anno usciva Psychocandy, apice del recupero di canzonette cosparse di rumore bianco, formula ineccepibile che riusciva a salvarsi da una rapidissima obsolescenza con la mossa furbissima di riprendere gli anni intramontabili del rock’n’roll. Fanno la comparsa, in Scozia, i Jesus And Mary Chain, e, a detta degli stessi My Bloody, scatta una vera e propria mania per quel suono.

All’improvviso, tutti ci siamo messi a imitarli come pazzi. Ogni nostro pezzo diventava un mare di feedback.

Un cambiamento completo, che però si esaurì abbastanza in fretta. All’interno di Geek! (di fine 1985, 12” pubblicato da Fever Records), la mania è manifesta. No Place To Go è in puro stile Jesus And Mary Chain, un rockabilly immerso nei feedback di chitarra, con una vocalità al di sopra di ogni sospetto (rispetto a quello che sarebbe stato prodotto dalla band), gagliarda e quasi ironica. In Moonlight la formula ha trovato ormai la propria centratura: il feedback è diventato paradigma di saturazione, ma non è l’unica via possibile. È di nuovo l’ora di cambiare. Nel frattempo, i MBV rimpiazzano Conway con Bilinda Butcher, trovando l’assetto definitivo. Sentendo The Things I Miss di Ecstasy (anno 1987, così come per Strawberry Wine, poi raccolti in Strawberry And Wine – Lazy Records, 1989, mentre il 12” The New Record By My Bloody Valentine era di qualche mese prima), emerge, rispetto ai Jesus And Mary Chain, una maggiore astrazione, e anche – paradossalmente – l’essenza sanguigna che crea un legame con il passato Cramps-iano degli esordi.

(Please) Lose Yourself in Me, che chiude Strawberry Wine, dichiara le intenzioni della ricerca. I primissimi passaggi sembrano ancora figli di Psychocandy, eppure ci si accorge di una raffinatezza decisamente maggiore. È come se i MBV applicassero la saturazione della chitarra agli acquarelli surf, più che al rockabilly. L’immaginario della canzone Sixties non gli appartiene del tutto. Il feedback è ingrediente di qualcosa che serve a comunicare un piano di comunicazione energetica universale. Tra l’iperuranio e il sanguigno. Saturo vuol dire pieno, ma anche ascetico. È sexy, ma anche asessuato. Kevin Shields ha pronta la definizione, per questa chitarra satura, sparata a volume killer.

Sembrerà pretenzioso, ma abbiamo pensato di chiamarla “glide guitar”. Non è semplice feedback, è quell’effetto per cui il suono è lì, che fluttua attorno a te. Ti circonda.

Non c’è presenza ma immersione completa: il paradigma/consiglio di Cage è stato rispettato, così come la consapevolezza del rapporto tra amplificazione e scrittura. Le due cose sono indissolubili, i MBV non sono certo una novità in tal senso, ma raggiungono vette di complessità ed efficacia inaudite (alla lettera). Muoversi dentro il fare canzoni ma trovare sempre la via di fuga tramite la calibratura degli strumenti. Slow (seconda traccia di You Made Me Realise – cristallino ingresso nell’universo Creation, nel 1988) è esempio lampante. Non è solo l’apparato di vocalità svenevoli (che sarà una delle eredità maggiori che i MBV consegneranno alla vulgata shoegaze e dream-pop) a distinguere l’approccio dei Valentines. È l’intreccio strettissimo tra elementi compositivi e pensiero esecutivo. Il basso distorto è il mantello che protegge quel riff paranoico ed eminentemente psichedelico della chitarra, che se non fosse “pensato” in secondo piano non potrebbe innestarsi così nei nostri neuroni. C’è rapporto figura sfondo ma anche un messaggio chiaro sulla corporeità della musica: “Prende le viscere, ma le rimuove, e restano i rimasugli”, dice ancora Kevin, intervistato da Reynolds.

Il sound dei My Bloody prende una strada precisa, in quel 1988. Va verso l’estatico che ha sempre impresso il corporeo. Per usare le parole di Shields, non è un rock di pancia ma di rimasugli. Siamo d’accordo con Simon Reynolds quando afferma che

C’è caso che, grazie a quel loro strano metodo di lavoro (registrare un album in due settimane, dormendo una o die ore al giorno), I My Bloody Valentine abbiano scoperto una psichedelia naturale. Forse questo rende conto di quella sensazione strisciante di disgregazione della realtà che abita alcune delle loro canzoni, o di quella sensualità assonnata presente in altre.

Reynolds fa continui riferimenti alla metafora sessuale, alla languidità dei MBV. Ed estorce una confessione stupefacente, criticamente geniale. Non è un caso che la vocalità di Bilinda Butcher sia così imprendibile, se la catturi alle 6:30 di mattina, dopo una notte insonne passata a suonare quel frastuono celestiale. È una tesi davvero interessante che risponde alla questione della nascita della languidità nello shoegaze. Dal sonno. Dalla privazione onirica, e da quella sosituzione fisica che può essere la musica. Dalla voce che emerge dal sonno. Da qui Shields costruisce la continuità coi Sessanta, che però non coincidono affatto con quelli dei Jesus And Mary Chain. Il mondo di riferimento dei Valentines è l’indolenza del cantato di gente come Syd Barrett e Ray Davies. Quella psichedelia espressa sulla propria pelle, non sul corpo del blues (come invece hanno fatto centinaia di band, fino ai già citati Spacemen 3), tranne in alcuni casi (la full lenght version di Glider).

Riascoltare oggi il periodo 1988-1990 ci porta a capire come quel frastuono micidiale (quella musica celestiale dentro il reattore di un aereo) fosse un elemento già presente già dai passi intermedi della band. Basti pensare alla struttura di You Made Me Realise, che dopo una prima strofa-refrain decide di optare per il decollo, portando prima le chitarre a un primo limite, poi riassettandosi con altra strofa-refrain e sul finire decollando di nuovo (alla maniera degli intermezzi rumoristi versione Daydream Nation dei Sonic Youth).

Di conseguenza, Isn’t Anything è il terreno di una battaglia, tra maschio e femmina, tra dolcezza e violenza. Una guerra in dodici tracce dove i My Bloody esplorano sotto sotto ancora quel matrimonio tra composizione e amplificazione, declinandolo ancora come una – seppur geniale – tradizionale rock band. Soft As Snow (But Warm Inside) ha un incedere indimenticabile, ma anche un riff da manuale MBV, ossessivo ma di fatto “produttivo”. Nothing Much to Lose è una mitragliata che bilancia perfettamente il power-pop con una melodia inglesissima. Lose My Breath è invece, a scala più ampia, manifesto per lo shoegaze tutto, e per lo sguardo che dai piedi va all’onirico (negato?). Il dream pop, si dirà.

Il dopo come potrà mai essere? Nel dopo, c’è il rumore trascendente. Che non è alto o basso, ma è totale e definitivo. Dove la chitarra non è strumento-icona, ipostasi, ma medium. La trasformazione è esplorata in maniera completa dalla doppia compila dei quattro EP della maturità. E si esternalizza con due esempi strumentali, opposti come approccio, e testimoni informati dei fatti. Il secondo (Instrumental No. 1) è corporeo, ossatura nerboruta, maschia, degno degli episodi più energici di Isn’t Anything. Il primo (Instrumental No. 2) mostra delle sovrapposizioni con i Seefeel – basso dub, atmosfere eteree come solo i My Bloody sanno fare – e soprattutto segna il passaggio a quella dimensione dove abitano il rumore, la musica, il senso. L’immanenza.

Immanenza e trascendenza

Loveless esce il 4 novembre 1991, dopo due anni di lavoro, diciannove studi di registrazione, una squadra intera di ingegneri e tecnici del suono coinvolti. Kevin Shields inizialmente aveva promesso alla Creation che per fare il disco alla band sarebbero bastati cinque giorni. In realtà Shields prova e riprova tecniche chitarristiche (come la barra “tremolo”), sample, e persone. Scartando queste ultime quando non adatte al compito. E i My Bloody si fanno terra bruciata attorno: l’unico ingegnere ammesso ad assisterli, dopo il gran lavoro fatto sugli EP GliderTremolo e in particolare su Soon, è Alan Moulder, un allievo di Brian Eno, da lì molto attivo nella produzione di band Creation (come Jesus And Mary Chain e Ride) e shoegaze in generale. Di Moulder – e successivamente di Anjali Dutt – i MBV apprezzano una particolarità esclusiva: “Tutti gli ingegneri, tranne Moulder, quando ci lavori ti dicono che quello che stai facendo è completamente sbagliato.

Loveless è un disco che evidentemente (lo abbiamo scritto anche sopra) va aldilà delle possibilità del tempo. La rivista Melody Maker farà un conto spannometrico rispetto ai costi di realizzazione dell’album. Il saldo fa su per più duecentocinquanta mila sterline. Ma testimonia di un accordo tacito (per quanto non esente da rotture, che avvengono presto): se la Creation ha investito così tanto è perché tutti sanno, all’indomani di Isn’t Anything, che il passo successivo è un disco ultraterreno. Qualcosa di mai udito.

Benchè le aspettative siano altissime, Loveless le trascende. L’udito dell’ascoltatore – almeno quello di chi non è avvezzo a esperimenti acusmatici, ingegneristici – non ha mai percepito qualcosa di nemmeno simile. Quel rumore si porta via la mente (To Here Knows When), grazie alle tecniche pazientemente studiate, provate, applicate da Shields e sodali. La tecnologia è un filtro di lettura utile per Loveless. Un approccio che la sfrutta al massimo senza ipostatizzarla, mcluhaniano, abbiamo già detto. È il modo che hanno i My Bloody Valentine di uscire dalla definizione di un genere, perchè, diciamolo una volta per tutte, Loveless non è un disco shoegaze. Non è forse un disco rock. È un flusso di capolavori, oltre che la testimonianza di un gesto che detta la direzione, la visione, e nell’indicarla la compie.

Come In Alone è una ballata trascendente che in realtà nasconde il battito di un cuore sotto anfetamina, negli ultimi attimi prima che l’effetto scenda. Sottende l’inversione del rapporto tra canzone e composizione di layer di rumore armonico, come lo chiama Kevin. Il riff (già da Only Shallow) non è sistema strutturale della song, ma collante verticale tra i livelli orizzontali sovrapposti. Le lyrics (per un terzo composte da Bilinda Butcher, per il resto frutto della penna di Shields) sono pretestuali. Non si riescono nemmeno a capire, talmente sono fantasmatiche le voci. Neppure i fan più maniaci di www.mybloodyvalentine.net le riescono a comprendere. Anche perché è uno sforzo vano. I My Bloody interpretano al meglio il mondo rock (che non è poesia) anche in questo.

A un anglofono o a una persona che non parli inglese, questa musica arriva sostanzialmente uguale. Ciò che entrambi si ricordano dopo l’ascolto è l’effetto di pienezza di senso. Di certo anche elementi puntuali, come quella chitarra ancestrale, il verso dell’animale con cui aprivamo l’articolo, che appare anche in Touched. È un concetto difficile da spiegare, ma ci proveremo. Nella sostanza delle cose ci sono personaggi, temi, spazi, tempi. Da questi si possono astrarre relazioni pure, ed è quella dimensione densa da cui si dipana la significazione, il modo in cui riconosciamo e chiamiamo le cose. “E’ difficile dire qualcosa di sensato sul senso”, diceva qualcuno. È proprio questa sensazione quella che coglie chi deve scrivere qualcosa di sensato su un Loveless che è in sé un macro-mondo completo di rappresentazione delle facoltà che la musica ha dalla sua.

Tornando all’opposizione tra massimalisti e non, ci sembra di ravvedere un paragone con l’oggi (o forse con l’immediato ieri). Quel massimalismo dei My Bloody Valentine si oppone all’indefinizione di una scelta. I MBV hanno – avevano? – la direzione, l’intenzione ben chiara in mente. E quella direzione è la chiave della loro ricerca massimallista, implementata con precipitati raffinatissimi. Agli antipodi delle non-scelte (senza giudizio di valore) delle hauntologie odierne, delle ricapitolazioni dei suoni che furono, purché sfumati, indecisi. C’è dietro una massima con cui vorremmo chiudere. Come nell’atto linguistico (il sindaco che dice “vi dichiaro marito e moglie” trasforma lo status dei due fidanzati che ha davanti), l’atto musicale dei My Bloody Valentine trasforma l’ascoltatore. È utopico, in questo, e quindi essenzialmente rock. Legato a una visione della musica che da un po’ non frequentiamo più, detto sempre come constatazione, senza stabilire un meglio e un peggio.

La domanda è: saranno i MBV prossimi venturi dei driver per il ritorno di questo approccio? Sulla dilatazione dei tempi davvero la storia insegna che non ci possiamo lasciare andare a previsioni, ma tutto concorre a far sembrare che lo scopriremo presto. E intanto ci lasciamo con Soon, come loro ci lasciarono tre anni fa, il 30 maggio 2009, nell’Auditori del Forum di Barcellona, all’interno del Primavera Sound Festival.