Con o senza amplificazione. Dentro e fuori NO-PA | PA-ON. Intervista a Luciano Maggiore

C’erano una volta i luoghi convenzionali della ricerca musicale. C’erano una volta i ruoli convenzionali della musica non convenzionale. O forse non ci sono mai stati. Ho il sospetto che parte non trascurabile della sperimentazione acustica risieda da sempre nel saper leggere con lo sguardo della complessità la relazione tra i soggetti coinvolti. E che l’accezione “non convenzionale” passi anche dalla instabilità consapevole del ruolo, non potendo mai essere (solo) compositori, musicisti, operatori o astanti della scena. NO-PA | PA-ON (traducibile in “con o senza amplificazione”) è una di quelle esperienze al tempo stesso esemplari e uniche (cortocircuito tra generale e particolare): una serie di concerti dove i due responsabili del progetto, Luciano Maggiore e Louie Rice, eseguono partiture, a volte già esistenti, a volte appositamente scritte per il duo da parte di compositori messi «al corrente del progetto, contestualizzandone i limiti spaziali e temporali e puntualizzando il fatto di non sapere suonare nessuno strumento musicale in maniera convenzionale».

Sono partiture che spesso seguono lo spirito delle event score di Fluxus (sull’argomento, consigliamo l’ottimo libro Sense Sound Sound Sense. Fluxus Music, Scores & Records in the Luigi Bonotto Collection, edito da Danilo Montanari), notazioni che davano istruzioni per eseguire una performance e che di fatto costituivano l’ossatura acustica del movimento. Il primo appuntamento di No PA (i primi passi erano pensati esclusivamente per situazioni senza amplificazione) fu una dichiarazione d’intenti. Luciano e Louie eseguono, ad aprile 2017, nel Project Space di Cafe OTO, a Londra, La Caccia di Walter Marchetti, composizione nota ai più per la versione registrata, la leggendaria pubblicazione Nova Musicha n. 4 di Cramps del 1974 (ristampata qualche anno fa da Algha Marghen), eppure originariamente una notazione per richiami per uccelli (prevista anche all’aperto, come da esecuzione di No PA no. 1), inclusa nel libro d’artista Arpocrate seduto sul Loto, del 1968.

Dal testo di accompagnamento dell’edizione del ’74 citiamo qualche passaggio, ottima metafora del progetto: «Questa Caccia è diversa, raggela le attese e fa mancare il compito del cacciatore, invano si attende quello che nella caccia è la conclusione: la preda raggiunta e circondata. È come entrare in un incubo se per avventura qualcuno si pone sulla pista dei cacciatori e si sente divenire simile ad essa. […] Il richiamo imita la vittima e al tempo stesso ne è la sua metamorfosi, esso mette in luce ciò che nell’imitato si ripete per stereotipi. Ma fra l’imitazione e la metamorfosi, il suono che diventa voce musicale, il fatto della caccia, deve passare per la strettoia simbolica della simulazione. Questa Caccia che simula la fuga disordinata della vittima è, al tempo stesso, la trappola in cui cadrà il cacciatore giacché, qui, il suono prima ancora di essere un richiamo per la preda è la metamorfosi dei desideri del cacciatore».

Il duo esegue la stessa partitura, qualche mese dopo anche a Bologna, nella rassegna Orto Magnetico, alle Serre dei Giardini, ma nel frattempo, sempre nel Project Space di Cafe Oto, ha già eseguito anche una notazione di Stephen Chase del 2012 e Skirting dello stesso Luciano Maggiore, che proprio in questi giorni il duo suonerà, insieme a una score di Robert Bozzi, in occasione del festival Live Arts Week VII (nome – significativo – della performance: Unrewarding task based actions), che avrà luogo a Bologna dal 18 al 21 aprile 2018.

Ne abbiamo approfittato per scambiare qualche battuta con Luciano. «A Live Arts Week portiamo due partiture, una scritta nel 1966 da Robert Bozzi (In Memoriam to George Maciunas #2) e una scritta da me nel 2017 in occasione del primo invito fuori dall’Oto Project Space, per una mostra collettiva tenutasi in una galleria in East London (Gallery46): eravamo stati invitati da Kevin Quigley a performare qualcosa di nostro e abbiamo deciso di pensare a qualcosa che fosse scritto da noi piuttosto che rivolgerci a terzi. I due pezzi sono semplicissimi e preferirei non andare nel dettaglio. Posso dirti che il pezzo di Bozzi prevede l’uso di nebulizzatori e nella realizzazione saremo aiutati da Daniela Cattivelli e Massimo Carozzi. Per quanto riguarda Skirting, il pezzo prevede l’uso dei piedi e a eseguirlo saremo io e Louie Rice».

Luciano Maggiore non è nuovo a essere promotore di scena, oltre che musicista. È stato tra gli ideatori e gli organizzatori di San’Andrea degli Amplificatori, stoica esperienza bolognese che, a partire da una cantina di via del Pratello a Bologna, ha per anni visto esibirsi i nomi più interessanti dell’elettroacustica, psicoacustica, improvvisazione radicale. Un luogo (fisicamente variabile) che ha permesso di mantenere, in una città tutto sommato non troppo grande e soprattutto in anni di scarso dinamismo, un livello molto alto di intensità e di qualità delle sperimentazioni contemporanee. Con un afflato non dissimile, ma in un’altra città (Londra), nasce NO-PA | PA-ON: «Il progetto è nato dalla morte/evoluzione di un altro progetto. Appena arrivato a Londra, nonostante l’enorme proposta musicale, soffrivo un po’ la mancanza di concerti che esplorassero approcci alla musica più liminari, mi mancava quella nicchia di cui a Bologna si erano occupati Desco Music e poi Sant’Andrea degli Amplificatori. Prima del mio arrivo un’esperienza simile era stata portata avanti da Louie Rice e Vasco Alves con i concerti di Hideous Porta. Con Louie si pensò di creare una nuova serie di concerti che rispondesse a quel tipo di attitudine e che fosse esclusivamente pensata per il Project Space di Cafe Oto, un luogo che non è fornito di alcuna amplificazione (NO-PA) e dove i suoni dell’ambiente esterno si fondono con quello che succede all’interno (quasi con lo stesso volume se non addirittura imponendosi completamente alle volte) e, caratteristiche fisiche a parte, un luogo che si offre gratuitamente alla comunità di musicisti: a Londra se vuoi organizzare un evento di solito devi pagare l’affitto giornaliero della venue. Lavorando a questa idea ci siamo resi conto che nonostante la gratuità del Project Space di Oto, i costi da sostenere sarebbero stati per entrambi troppo alti, e così è entrata in gioco un’altra possibilità: chiedere, a quegli stessi artisti che avremmo voluto ospitare, delle partiture che potessero essere eseguite da me e Louie. In questo modo siamo riusciti ad abbattere i costi pur mantenendo l’identità della serie e la varietà della proposta, e in più, trattandosi di spartiti, ci siamo trovati ad estendere i nostri inviti non solo ai vivi ma anche ai morti».

L’accessibilità sembra essere uno degli aspetti centrali dell’esperienza, non solo nei termini di creare un contesto di esecuzione per partiture poco frequentate, ma anche per riprendere discorsi avviati proprio in periodo Fluxus, centrati proprio sull’accorciamento delle distanze tra compositore, esecutore e ascoltatore: «Scegliere di portare in scena una partitura Fluxus ha dal mio punto di vista molto a che fare con la consapevolezza che probabilmente l’atto stesso di scriverla abbia esaurito la missione e l’urgenza che la partitura aveva avuto per l’epoca in cui era stata scritta, portarla fuori dal foglio dunque significa darle un nuovo posto nello spazio che non sia esclusivamente quello del racconto o della curiosità storica. Quando decidi di mettere in scena qualcosa di molto semplice, come sono state fino ad ora le partiture che abbiamo scelto di interpretare, è in conto la possibilità che nel pubblico nasca la voglia di approcciarsi a quell’oggetto in maniera diversamente partecipata. L’esperienza che si fa lavorando a qualcosa di altri è sia un esercizio di umiltà che un ottimo modo per aprire il proprio immaginario ad altri fattori, lo considero un ottimo strumento pedagogico. Non c’è uno specifico invito e neppure un reclamo di possesso».

Il lavoro del duo è uno strano anello che mette allo specchio chi seleziona e chi esegue. «Noi non scegliamo le partiture, ma gli artisti a cui chiederle: una volta che l’artista ce la spedisce, se questa rispetta i parametri dati  allora scegliamo di performarla. Se invece ci imbattiamo in qualche spartito preesistente che ci interessa, allora si decide semplicemente se eseguirlo o meno; andiamo avanti a sì e no, senza parlare troppo: non si discute tanto, se non a partitura eseguita». Ciò che tra le altre cose colpisce, conoscendo i protagonisti, è quanto NO-PA | PA-ON riesca a essere in continuità con le ricerche personali dei due, una diversa dall’altra, eppure per questo tratto ben allineate. «NO-PA è sicuramente la somma di due archeologie personali, non conosco a fondo quella di Louie ma mi sembra di intravederla quando discutiamo sul da farsi o scegliamo le partiture e gli artisti a cui chiederle. Per quanto riguarda la mia, direi che quella a cui sto attingendo, per fare la mia parte di scelte all’interno del progetto, è più un’archeologia di alcune attitudini o qualità umane se preferisci, di cui ovviamente puoi trovare esempi e nomi nella storia dell’arte come in altre discipline. Mi riferisco ad esempio a una certa ostinatezza nell’operare, una qualità che è comune negli atleti di sport estremi, vedi David Goggins che fa 4025 pull-up in 17 ore o, per toccare la storia dell’arte, lo stare fermo di Chris Burden in Shoot (1971) e nella musica l’insistere sul concetto di durata di La Monte Young, Phill Niblock, ecc».

«Non ci facciamo troppe domande sul perché mettere in scena un pezzo piuttosto che un altro, e chiediamo di scrivere partiture per noi solamente ad artisti di cui ammiriamo il lavoro e la strada che stanno percorrendo. Cerchiamo di mettere davanti al pubblico cose che noi stessi vorremmo vedere. Ritornando alla prima domanda che mi hai fatto, l’idea di partenza era invitare gente di cui ci piacesse il lavoro e che esplorasse certi territori a suonare all’Oto Project Space».

Eseguire un compito, una cosa che ho sempre pensato essere un tratto distintivo di Luciano. Gli chiedo quanto eseguire queste notazioni sia una forma di meditazione, un esercizio di volontà o intenzione. «Mi piace pensare che l’eseguire un compito ti permetta di svincolarti da molte questioni che normalmente ti attanagliano: avere a che fare con il gusto personale, stancarsi, volere smettere o continuare qualcosa perché ci piace o non ci piace, volere cambiare direzione. Per i meditatori sicuramente queste 3 o 4 cose suoneranno familiari, ma non è una questione di meditazione, è proprio l’idea di eseguire un compito, arrivare alla fine di qualcosa di prefissato rispettandone le regole intrinseche, quando ci sono».

NO PA emerge da subito come un progetto potenzialmente community oriented: nato attorno a uno spazio preciso, si coglie un sottotesto di confronto con una comunità (ristretta?) di riferimento. Eppure la legge della nicchia segue una curva di crescita che non va di pari passo con il pubblico potenziale di una città. Neanche nella grande – grandissima, paragonandola a Bologna – Londra. «Mentre rispondo a queste domande siamo al sesto appuntamento di NO-PA che per l’occasione ha rotto una delle regole di base introducendo l’uso dei PA, introducendo un nuovo formato: PA-ON. Essere al sesto appuntamento significa che stiamo ancora lavorando sul nostro sviluppo e su quello della comunità che eventualmente ci sosterrà. Poi la comunità in questione non è solo quella del pubblico del Project Space, ci sono anche i musicisti che ti scrivono le partiture e le persone che ti invitano a portare lo stesso progetto in altre parti del mondo. Anche il nostro pubblico è piuttosto vario e lontano da una qualsiasi idea comunitaria. Tra l’altro il pubblico di NO-PA è ancora piuttosto ridotto, Londra da questo punto di vista è una strana bestia: concerti che in qualsiasi parte del mondo sarebbero pieni di gente qui potrebbero essere tenuti al cospetto di pochi: ho visto Merzbow suonare di fronte a 30/50 persone. I nostri eventi sono gratuiti e riteniamo i nostri concerti come un laboratorio dove esplorare limiti e modi di stare e mettere in scena: il pubblico è benvenuto e fa piacere che ci sia ma – e questo a sottolineare iperbolicamente il nostro stile laboratoriale – potrebbe anche non essere considerato come un elemento necessario».

Per chiudere il nostro scambio, ricordo a Luciano quando l’anno scorso, mentre stavamo predisponendo lo spazio dell’orto alle Serre dei Giardini per l’esecuzione della Caccia, chiesi loro come mettere le sedie. Mi risposero «fai tu». Mi fece molto riflettere sul “prendere posizione” da parte del pubblico, davanti a un’esecuzione che lascia margine di apertura, anche prossemica. Come se il compito dell’esecutore si fermasse all’eseguire la partitura e al resto dovesse pensare l’ascoltatore, che come prima cosa deve fare un esercizio ermeneutico (e riflessivo al contempo) del proprio stare al cospetto dell’esecuzione. «Ho passato una vita guardando male la gente ai concerti perché parlava, faceva rumore, ecc., cosa assolutamente legittima se sei un organizzatore o un fruitore pagante. Dal punto di vista dell’organizzatore, il pensiero di base è “ho invitato questa persona a fare qualcosa e voglio garantirgli il 100% dell’attenzione e la possibilità che quello che sta facendo sia fruito al meglio”. Dal punto di vista del fruitore (pagante o meno ma scegliamo il pagante per farla ancora più brusca): “ho pagato 5/7/18 euro e voglio vivere al meglio questa esperienza, voglio il rispetto della mia posizione nello spazio e del mio essere qui per osservare qualcosa al meglio delle mie possibilità».

«Il punto adesso è: date per scontate le due posizioni suddette, e dato anche per scontato che l’esecuzione verrà portata a termine più o meno qualunque cosa succeda, credo che tutte le parti prese in causa debbano fare delle scelte di posizione nello spazio e approccio di fruizione all’oggetto in questione. Le partiture di cui ci siamo occupati fino ad ora stabiliscono un set di regole, La Caccia in particolare definisce dei movimenti nello spazio, delle porzioni di tempo alla fine delle quali eseguire delle azioni, ma non parla affatto del definire lo spazio o il modo in cui l’ascoltatore deve porsi di fronte ad essa. Se la partitura l’avesse fatto, l’avremmo resa pubblica in maniera che il pubblico potesse in qualche modo eseguire il suo compito. Diciamo che il pubblico davanti a questo tipo di intervento è messo di fronte ad una bella X a cui dare un valore, e quel valore è il modo in cui deciderà d’incastonarsi nell’esperienza che sta per vivere».

16 aprile 2018
16 aprile 2018
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