Nell’orbita della stella nera: Jonathan Barnbrook e David Bowie

Jonathan Barnbrook è indubbiamente uno dei più talentuosi e conosciuti grafici al mondo. Dal suo studio di Londra, fondato nel 1990, lavora in un ampio raggio di discipline che includono la stampa, l’arte, il design industriale, la grafica motion e molto altro ancora. È inoltre coinvolto in numerose cause politiche e sociali.

Barnbrook non solo ha collaborato con David Bowie, disegnando gli artwork dei suoi ultimi album, ma ha gradualmente incorporato sempre più le sue idee artistiche nella musica dell’alieno del rock, raggiungendo infine con Blackstar una perfetta sintesi di arte concettuale e manifesto musicale. Il grafico inglese ha fatto in modo di amplificare e intensificare le melodie e i testi di Bowie apportando il suo tocco visivo ad un numero considerevole di oggetti discografici: vinili, CD, singoli, antologie e altro ancora. Egli ha inoltre completamente ridisegnato il sito ufficiale Bowienet ed è stato strettamente coinvolto nella creazione e nello sviluppo della mostra e del catalogo David Bowie Is, a cura del Victoria & Albert Museum di Londra.

Nell’intervista che segue Barnbrook parla di arte, della sua professione, del suo nuovo progetto musicale, ma soprattutto condivide generosamente i suoi ricordi riguardanti quello che non era solo un semplice cliente, ma anche un incredibile collaboratore e forse un amico.

Mr. Barnbrook, lei ha incontrato la prima volta David Bowie grazie alla sua collaborazione con l’artista Damien Hirst. So che poco dopo David venne presso il suo studio per alcune idee sul libro della moglie intitolato I Am Iman. Come è stato incontrare e avere vicino un grande artista come lui?

Come per chiunque lo ha incontrato per la prima volta (ma questo vale anche per i successivi incontri), ero terrorizzato naturalmente. Sono sempre stato un grande fan di Bowie, perciò è stato un grande risultato per me. Devo dire che quando ci siamo incontrati lui è stato divertente e umile, mi ha messo immediatamente a mio agio. Totalmente un’altra cosa dall’essere una ‘big star’. Lo ricordo sedere vicino a me, chiacchierare e sorridere. Questo non significa che non possedesse una grande presenza: faceva in modo di essere amichevole, ma in ogni caso se ci lavoravi assieme pretendeva il massimo da te. Iman era arguta e molto intelligente. Ricordo anche di quanto loro apparissero innamorati assieme – tra loro c’era una meravigliosa e genuina energia.

Quali erano, esteticamente e artisticamente parlando i vostri punti di contatto?

Beh, può sembrare secondario affermare questo ma… entrambi condividevamo lo stesso sense of humour tipicamente britannico – molto autoironico, satirico. Una volta raggiunto l’obiettivo ci facevamo scherzi a vicenda, ecco come abbiamo capito di essere in sintonia. Artisticamente le assonanze tra noi erano che entrambi lavoravamo in un terreno ‘popolare’, un comune campo creativo, ma apportando alcune influenze piuttosto non convenzionali oppure di avant-garde. Il design si inserisce in un’area prettamente commerciale ma ho sempre pensato che fosse importante conoscere quello che stava avvenendo per esempio nella pittura e nella filosofia, per creare delle idee originali. Quando David e io lavoravamo su un album le influenze erano molteplici. In lui c’era una completa assenza di snobismo, nel modo di guardare alle proprie influenze. Era interessato nell’arte dei fumetti così come nella pittura rinascimentale, perciò ci muovevamo agilmente tra questo genere di differenti campi. Le mie spiegazioni riguardanti le influenze sul design erano sempre abbastanza lunghe e beh… in qualche modo pretenziose – ma lui comprendeva immediatamente tutti i riferimenti ai quali alludevo.

Possiedo il suo libro I Am Iman, e lo considero una pubblicazione davvero notevole. Le prime pagine in particolare sono così poco convenzionali. Ma è grandioso in tutta la sua interezza, con interessanti contributi, belle foto e un fantastico design… sebbene devo ammettere che l’uso di font molto diversi da un capitolo all’altro un po’ mi confonda.  David e Iman che cosa volevano esattamente, e cosa ne pensa del risultato finale?

Penso sia una pubblicazione particolare. Se prendi in considerazione la maggior parte dei libri dedicati a persone che sono diventate modelle, sono completamente privi di significato – solo un mezzo per mostrare belle foto. Iman ne era perfettamente conscia ed era molto consapevole di essere una modella nera, e cosa questo significasse in America. Desiderava anche creare un libro divertente e comprensibile a tutti. Riguardo al design, se lo rifacessi oggi lo renderei più semplice – ma è stato disegnato nello spirito di quell’epoca, e questo è un aspetto importante. Penso sia un libro coraggioso in un settore di pubblicazioni assai noiose. Possiede senz’altro la personalità di Iman. Durante il processo di realizzazione abbiamo discusso molto sul testo e le immagini, apportavamo assieme e di comune accordo i vari aggiustamenti.

Poco dopo ha iniziato a collaborare ufficialmente con David. Ha affermato che era una sua ambizione da quando ha iniziato ad essere fan della sua musica. Qual è il suo Bowie preferito prima e dopo il 2001, da un punto di vista prettamente musicale?

Sono stato attratto dalla produzione di Bowie da quando avevo 14 anni. I primi album che ascoltai furono Low e Heroes. Un tizio a scuola che era fissato con Bowie insisteva che dovevo ascoltarli e quando lo feci mi resi conto che era qualcosa di completamente diverso dalla musica che ascoltavano i miei genitori, o da quella che guardavo alla TV.  La sua musica suscitò in me delle complesse emozioni. Non era come quella americana ma qualcosa nel quale potevo meglio identificarmi. Un luogo che aveva una profondità, un luogo nel quale potevo vivere. Fu un punto di partenza per molte cose: la scoperta dei Kraftwerk, una curiosità nei confronti della storia europea moderna, un appassionato interesse per la musica elettronica e per la cultura e la politica dell’Europa centrale-europea. Dell’ultimo periodo ovviamente Blackstar è il mio favorito. Sedevo accanto a David quando sentii per la prima volta l’album. Ero così felice quando me lo fece ascoltare. Suonava come qualcosa di davvero nuovo, una musica sincera per questi tempi così oscuri.

Quale era il ‘modus operandi’ nella vostra reciproca collaborazione? Differiva di album in album oppure era sempre lo stesso?

Mano a mano che la collaborazione progrediva David si fidava sempre più di me, cosa per la quale gli sarò sempre grato. In genere il grosso del lavoro veniva fatto via mail o Skype. Forse è una cosa poco conosciuta ma David era estremamente ben organizzato – penso perché così poteva avere più tempo per sua figlia – così i suoi messaggi venivano scritti ad un orario davvero mattutino, ed era sempre chiaro e conciso nei suoi pensieri, il che era un grande aiuto. Non posso dire nulla di negativo sul modo nel quale lavorava con me – era sempre rispettoso e incoraggiante, e ti guidava verso una soluzione che egli pensava potesse funzionare. Dopo 30 anni di carriera nel design, avendo lavorato con molte persone diverse, famose e non, posso dire che è una qualità rara che davvero in pochi possiedono. Ma è chiaro che egli applicava questo modo di operare non solo con me, ma anche con tutti i musicisti e gli altri collaboratori con in quali lavorava.

Adoro il suo lavoro per gli album usciti all’inizio del nuovo millennio. Il mio preferito, dal punto di vista visivo e del packaging, è probabilmente Heathen: la sua classicità, le meravigliose foto firmate da Klinko e Indrani e quella strana aura della quale è pervaso. Fu un’idea sua o di David quella di dissacrare delle immagini religiose?

Grazie Matteo. Heathen ovviamente fu la nostra prima collaborazione, e venni coinvolto nel progetto abbastanza all’ultimo momento. Ricordo di aver chiacchierato con David al telefono il giorno prima che realizzassero le foto. Fu proprio allora che mi coinvolse dicendo: “Abbiamo lo shooting domani, perciò se hai qualche idea da poter accludere, fammi sapere”. Cominciai a sudare freddo e risposi qualcosa a riguardo via mail. Dopodiché gli chiesi di darmi del materiale per crearci sopra un design. Così non fu affatto pianificato, ma a volte le cose vanno così. L’idea di dissacrare le immagini (non necessariamente religiose) fu mio, ma suggerito dagli oggetti che avevano fotografato. Era in realtà un progetto che avevo inizialmente realizzato al college, basato sulla bellezza di dipinti danneggiati.

Per Reality ci fu una collaborazione con il grafico e artista americano Rex Ray. Avete interagito direttamente uno con l’altro? In una intervista rilasciata poco prima di morire Ray affermò di essere fondamentalmente soddisfatto della copertina, ma si rendeva conto che a molti fan non era affatto piaciuta. Qual è la sua opinione?

Fui in contatto diretto con Rex e lo trovai una persona assolutamente deliziosa con la quale lavorare. So che a molti fan la cover non piace, e onestamente ho anche io i miei dubbi, soprattutto perché sentii di non essere riuscito a comprendere abbastanza la musica per creare qualcosa di originale per essa. Vorrei essere riuscito a creare un design complessivo migliore. Ci sarebbero volute più idee e sarebbe dovuto essere esteticamente più centrato e giusto per David. Ritengo che per migliorare, una persona creativa debba accettare che alcune cose non sono andate nel verso giusto e imparare dagli errori.

Dopo il 2004, David scomparve a lungo… e allora tutto cambiò. Problemi di salute, priorità familiari e specialmente una nuova strategia di rivelarsi al mondo come artista: niente più interviste e pochissime apparizioni pubbliche, solo la sua musica a parlare per lui. Non sono mai riuscito a spiegarmi questo cambiamento di rotta, ma devo ammettere che lo trovai molto intrigante. Lei ha lavorato con David prima e dopo. Cambiò qualcosa nel vostro modo di collaborare?

Fui in contatto con lui anche durante quel periodo, e c’erano varie cose in ballo, per esempio la mostra David Bowie Is, che venne programmata 5 anni prima della sua inaugurazione e nella quale fui coinvolto a pieno titolo, perciò non smettemmo mai di confrontarci. Ci furono anche alcuni piccoli progetti non prettamente legati alla pubblicazione di nuova musica. Chattavamo anche solo per il piacere di farlo e per inviarci l’un l’altro materiale che trovavamo interessante. Quando nel 2013 ritornò per rilasciare il nuovo album, fu chiaro che lo avrebbe fatto alle sue condizioni. Penso che non avesse più nulla da dimostrare. La stampa era stata piuttosto crudele negli anni precedenti ma ritengo che il fattore principale fosse che lui era invecchiato, ed era diventato un padre di una famiglia. Ha realizzato alcuni dei migliori dischi nella storia della musica pop e non sentiva più il bisogno di cercare successo o approvazioni. Il metodo di lavoro in realtà non cambiò molto. Voleva ancora che il design fosse il migliore possibile, ma notai che era più felice di seguire le mie idee. Aveva fiducia in me.

Un’altra differenza riguardante la nuova pubblicazione era che tutto venne fatto in segreto. Pensammo che sarebbe stata una grande cosa annunciare l’album già bello pronto, senza che nessuno ne fosse a conoscenza. Così – credo 6 mesi prima – ricevetti una telefonata nella quale si diceva che David desiderava chattare con me riguardo qualcosa. Ero emozionantissimo, perché significava una sola cosa. Così tutto venne fatto senza dire nulla a nessuno. Anche i collaboratori del mio studio non ne sapevano nulla, per evitare fughe di notizie. Questo portò ad alcune discussioni davvero divertenti con quelli della casa discografica – utilizzavamo un nome in codice  per l’album, era ‘table‘, nel caso che le nostre telefonate venissero registrate, sono sicuro che se qualcuno le avesse ascoltate sarebbero sembrate davvero strane. Fu davvero interessante anche custodire questo segreto, il fatto che ci fosse un nuovo album di Bowie in uscita, con nessuno che ne fosse a conoscenza. Quando stavo lavorando alla mostra non potei dire nulla nemmeno allo staff del V&A. Ne furono davvero sorpresi quando venne rivelato, mi telefonarono chiedendomi se potevano utilizzare la nuova copertina per la mostra.

La copertina dell’album The Next Day. Esteticamente non mi piace molto ma la considero un’opera geniale. Un vero e proprio pezzo di arte post-moderna, molto concettuale. Probabilmente una cosa così era applicabile solo a Bowie, nel senso di sovrapporsi visivamente a se stesso. Nella mostra David Bowie Is troviamo un certo numero di progetti alternativi a questa copertina e so che anche lei era piuttosto indeciso sulla scelta finale. Fu all’ultimo momento, la sera prima dell’annuncio del nuovo album, che David si convinse. Quale sarebbe stata la sua scelta?

Quando ascolto il brano Where Are We Now? comprendo meglio perché abbiamo scelto la foto di “Heroes“, ma come elemento di sovversione a quel tempo pensai che Aladdin Sane avrebbe avuto un impatto più grande… dopotutto è probabilmente la copertina più conosciuta di David e sarebbe stato qualcosa di ancora più scioccante sovvertire quella. Ma sono molto felice del risultato finale, specialmente della discussione che ne è scaturita. Un sacco di persone sono state dure, ma credo che fu anche molto importante che parlassero in questo modo della copertina di un disco, una cosa che non era accaduta per anni, e David mi redarguì dall’intervenire in discussioni online con altri perché sarebbe stata una cosa semplicemente senza senso (e aveva assolutamente ragione).

L’aspetto dell’estetica per il packaging è interessante: ho prodotto volutamente una grafica anti-popstar, non bella; i colori erano freddi, la tipografia minimale e i testi nello stile di un monologo molto lungo. Mentre ci lavoravamo discutemmo dell’idea di esistenzialismo e di discontento che pervadevano l’album.

C’è solo una foto originale di David all’interno del booklet di The Next Day – un primo piano abbastanza strano in realtà. Con uno sguardo deformato… come mai?

Perché pensavamo che ci potesse essere solo una foto di lui per fermare l’atteggiamento: «Sono una popstar, guardatemi». È un uomo nell’ultima parte della sua vita, non lo stesso che ha fatto Ziggy Stardust… e lui stava affrontando dentro di sé quello che si prova a una certa età. Sembrava anche giusto far corrispondere all’immagine di copertina una sua singola immagine attuale. Solo per dare un po’ più di impatto e significato. Riguardo alla foto, in questo caso fu una scelta di David.

Il suo studio fu coinvolto da vicino nello sviluppo di alcune sezioni della mostra David Bowie Is e del suo catalogo. Apportò nuovi contributi alle varie tappe che sono state fatte in giro per il mondo negli ultimi 5 anni?

Ogni museo ha gestito il progetto nella sua interezza e poteva decidere se utilizzare o meno la grafica. In molti casi  hanno creato la loro versione di quanto avevamo preparato noi, che qualche volta era OK, ma in altri casi era davvero pessima, e spesso mi sono chiesto perché avessero cambiato tutto. Nonostante fossi molto coinvolto nell’organizzazione e nella direzione della mostra originale al V&A, non lo fui particolarmente in quella delle altri sedi… fatta eccezione per il Giappone, dove tenni una conferenza. Lo stesso Sukita partecipò e fu meraviglioso.

La mostra si è chiusa la scorsa estate a NYC e pochi mesi fa diventata una esperienza virtuale e digitale (una applicazione per gli smartphone) . È ancora lei coinvolto nel progetto?

Non lo sono, ma ho concesso il permesso ad utilizzare i miei lavori.

Ho particolarmente apprezzato la Silver Edition Newyorchese del catalogo, sebbene avrei voluto vedere più foto di Jimmy King in essa. Come è lavorare su progetti come questi, ora che David non c’è più?

Per la mostra e il catalogo in realtà David, quando era ancora vivo, tenne le distanze perché desiderava che fossero un ritratto imparziale di lui, e non voleva interferire. Per questo ne fui coinvolto: volle assicurarsi un livello qualitativo alto e cercava persone delle quali fidarsi, per il progetto che stavano mettendo assieme. Penso davvero che il catalogo di una mostra sia molto più importante di quello che crede la gente. Spesso è l’unica cosa che rimane a testimoniare la exhibition, una volta che essa stessa è terminata. Perciò era fondamentale che fosse molto sperimentale nello spirito. Penso anche che le persone dimentichino quale rivelazione sia stata in termini di nuove informazioni e manufatti provenienti dalla vita di David. La maggior parte non sono mai stati visti prima, perciò volli che fossero presenti e messi in luce nel libro.

Mi piace molto il concetto del titolo David Bowie Is. Ci volle molto affinché emergesse come titolo della mostra, ed è stato ideato da Paul Morley, il quale ha curato anche lui la realizzazione. Ha fatto in modo che la mostra si inserisse davvero nel nostro tempo presente, sottolineando come David stia ancora adesso influenzando la mostra società e la musica attuale. La rese anche molto più interattiva, aiutando a comprendere maggiormente l’opera di Bowie. ‘David Bowie Is’ inizia una frase e finisce in modo diverso. Per esempio ‘David Bowie Is Cut-up’ si riferiva alla tecnica di scrittura dei suoi testi, ma anche alla sofferenza e al dolore della sua musica, e alla sua appropriazione. C’erano così tante sfumature e significati in ogni frase.

Ora David non è più qui con noi, ed è un’esperienza molto strana disegnare una copertina per lui. Ha lasciato un enorme vuoto. Mi sembra ancora di sentire i suoi commenti alle mie grafiche, ma non è più qui. Tutto è cambiato ovviamente – non c’è più nuova musica, né la possibilità di modificarla o ri-arrangiarla con lui, e una cosa molto importante – è difficilissimo proporre design sperimentali alle case discografiche. Se David supportava qualcosa allora di certo si realizzava. Ora non ho più lui alle spalle e spesso le decisioni vengono prese da altri. Mi sembra che non siano rispettosi nei confronti dell’eredità di David, solo alcune volte, ma ora è molto più difficile mettersi d’accordo e loro interferiscono in modo completamente senza senso. Questo implica che spesso è molto più difficile lavorare su un’idea originale.

Parliamo di Blackstar. Alcuni fan stanno ancora cercando nuovi significati nel suo artwork e nel booklet. Ci sono probabilmente altri misteri da scoprire, e questo è parte di un criptico gioco ideato da lei e David. Qualche tempo fa ho intervistato la pittrice inglese e sua amica Clare Shenstone e mi ha colpito quello che mi ha detto: “So che nella sua ultima opera sono nascosti… alcuni messaggi segreti rivolti a diverse persone speciali, e solo questi ultimi capiranno e riconosceranno gli ‘indizi’. David ci sta ancora parlando.” Può confermare in un modo o nell’altro?

Ho promesso di non commentare nulla di quello che concerne Blackstar, perciò è meglio non rispondere a questa domanda. Vorrei solo dire che penso Blackstar sia uno dei più grandi lavori di David, spietatamente sincero – ci è voluto molto coraggio per lui nel fare un album e affrontare la fine della sua vita in quel modo. In ogni caso, per quanto riguarda trovare dei segreti da parte delle persone, credo che una delle cose fondamentali dell’essere umano sia l’abilità di trovare corrispondenze tra simboli diversi e ottenere dei significati o delle storie. Non importa se giuste o sbagliate. Cercare una motivazione al segreto di Blackstar è un atto molto creativo.

Possiamo sperare che prima o poi verrà rilasciata una edizione deluxe di Blackstar, come per la versione del disco precedente, The Next Day Extra?

La Sony è molto prudente nel non sovraesporre l’ultimo album, quindi non so se accadrà. È qualcosa che decideranno e poi mi faranno sapere.

Lei ha collaborato con con la San Marino AASFN per produrre 3 francobobolli molto belli. Per celebrare quello che sarebbe stato il 70’ compleanno di Bowie. Li ho davvero apprezzati per il loro stile retró, e penso non sia stato molto semplice scegliere tra le moltissime immagini iconiche di David. Ha optato per Aladdin Sane, Low e Major Tom. Quest’ultimo personaggio è sovrastato da una stella nera… È stato libero di fare queste scelte?

Sì, sono stato assolutamente libero di fare le mie scelte. Avevo un sacco di idee ma quelle sembravano funzionare meglio. Desideravo davvero collegarle idealmente alla storia dei francobolli. Quella con la stella nera e David nei panni di un astronauta fa riferimento ai francobolli russi sui cosmonauti provenienti dall’Unione Sovietica  – adoro il loro design e romanticismo. Ho pensato anche che sarebbe stato davvero carino vedere David come Major Tom in quel stile, celebrato come un eroico cosmonauta. Il terzo, che ripropone la copertina di Low, fa riferimento ai profili regali che nel passato venivano stampati su francobollo. Per questo ho aggiunto la corona, per ricollegarmi a quello, ma anche per sottolineare quello che David significava per me e i suoi fans. Il secondo è un esperimento per vedere quanto potesse venire astratta una delle copertine più famose di tutti i tempi. C’erano tante varianti ma questa è quella più identificabile.

Quanto lavorare a stretto contatto con artisti del calibro di David Bowie ha cambiato la direzione del suo lavoro? Quanto peso e influenza ha il designer sulla scelta finale in casi come questi?

Crea un sacco di pressione. Perché sai che tutti vedranno quello che farai, avranno una reazione e te lo diranno. Ma ti porta ad un livello più alto. Ho sempre desiderato dare il mio massimo nei progetti per David. Di conseguenza il livello del tuo lavoro ha bisogno di crescere, il che significa che il pensiero ha bisogno di essere molto più grande. Non si tratta di come puoi realizzare una bella cover – comporta un sacco di altri fattori, dei quali il più difficile è: “Come faccio a creare qualcosa di appropriato per David e la sua musica?” In quanto tutto è già stato apparentemente visto e fatto.

Lei ha anche diretto il videoclip della canzone tratta dall’ultimo album di David: I Can’t Give Everything Away. Era stato programmato da Bowie oppure è semplicemente una ispirazione postuma? Quale è stato il suo approccio a questa canzone?

Non ne parlai con David – venne interamente realizzato dopo la sua scomparsa, ma naturalmente desideravo fare qualcosa di adatto e appropriato, ma non sentimentale, per offrire invece alle persone qualcosa di positivo, dal momento che c’erano tante persone sconvolte per la sua morte. Era importante che il video trasmettesse un messaggio di speranza. Ecco perché passa da essere monocromatico a dei colori sfavillanti, per celebrare lui e noi che siamo ancora qui. È per lo stesso motivo che compare un astronauta nel finale. Ci ho pensato molto se includerlo o meno, ma rendeva più leggero il tono del video, senza essere irrispettosi di lui o della sua memoria.

Recentemente molte persone hanno speso parole gentili nei confronti di David, non solo come artista ma soprattutto anche come essere umano. Era molto amato e questo amore è esploso definitivamente dopo la sua morte, attraverso molti tributi ed espressioni di affetto. Come ha gestito invece lei tutto questo – le conseguenze della sua scomparsa?

Ci sono due fattori qui. Centinaia di persone mi hanno scritto per esprimermi il loro amore per lui. È stato toccante. Cerco di rispondere a più persone che posso offrendo loro un po’ di speranza. Alcuni si sentono male per il senso di perdita di una figura pubblica che non hanno mai conosciuto, ma io dico a loro che la musica è una cosa importante nella vita delle persone, è lì nella maggior parte degli eventi della loro vita: quando si cresce, ci si sposa, quando si hanno bambini, perciò è assolutamente comprensibile. Una delle ragioni per le quali abbiamo messo a disposizione di tutti le grafiche di Blackstar è perché quando parlavo con coloro che in passato avevano usato delle immagini per un tatuaggio o qualcosa del genere, si sentivano sempre in colpa. Non volevo davvero che provassero questo – il materiale commerciale è una cosa diversa, invece queste persone volevano esprimere il loro amore per David, così dopo che se ne era andato ho voluto che fosse ancora più chiaro che erano liberi di farlo. Rendere disponibili le grafiche è una cosa della quale io e David discutemmo all’inizio del lavoro su Blackstar. Volevo che fossero completamente fruibili dai fan (ma non immaginavo le future circostanze), e lui fu completamente d’accordo. Ecco perché per esempio il font è open source – è stato pensato così per concederlo gratuitamente a tutti (www.bowieblackstar.net). Seconda cosa, come per chiunque lo conosceva, certamente mi manca. Non ero uno dei suoi amici più vicini ma è impossibile non sentire l’enorme senso di vuoto di qualcuno che è stato una così rara e grandiosa forza creativa, ora non c’è più. Mi mancano anche i suoi scherzi…

Il suo sito (www.barnbrook.net) è davvero interessante e ricco di contenuti, con così tanti incredibili progetti passati… e costantemente in cambiamento, presenta, anche sotto l’aspetto fotografico, il lavoro di 30 anni nel settore. Lei ha creato libri, mostre, prodotti commerciali e pubblicità, dischi, singoli e molto altro ancora… Di cosa va più fiero?

Grazie per le parole gentili. La creatività è una cosa complessa. Non sono mai soddisfatto quando termino un progetto. Penso sempre a tutti i modi nei quali sarebbe potuto essere migliore. È solo a distanza di 10 anni, quando mi sono totalmente distaccato col pensiero, che riesco ad essere un po’ più oggettivo. I lavori che preferisco sono quelli nei quali abbiamo fatto qualcosa di ‘nuovo’. Non succede spesso nella vita di un designer – e ad alcuni che lavorano nel campo creativo non accade mai. È facile essere creativi senza essere originali. Non è una cosa per forza negativa, è solo che l’originalità non è sempre una prerogativa per un lavoro. Così ritengo che in 30 anni di carriera è accaduto solo una manciata di volte. Qualcosa negli ultimi lavori per Bowie, il libro I want To Spend… per Damien Hirst, e alcuni dei primi caratteri tipografici sono stati le occasioni nelle quali ho sentito di aver fatto qualcosa di davvero originale.

Lo scorso anno ho comprato in rete la sua pubblicazione Barnbrook Bible, il libro che raccoglie tutti i suoi lavori fino al 2007. Trovo sia esteticamente incredibile: i diversi font, i colori, le grafiche in generale. I suoi progetti mostrano sempre un straordinaria commistione di vecchio e moderno, con un pizzico di – se posso osare dirlo – stile futuristico. Mi può dire qualcosa di più a riguardo?

Lo scopo principale del libro era spiegare il lavoro in un modo molto semplice ma anche personale… per illustrare i miei interessi, ossessioni, e il linguaggio visuale che mi aveva ispirato. Ritenevo che fosse davvero importante non solo comprendere da dove derivi il mio lavoro, ma anche far vedere agli studenti che i loro progetti possono essere complessi, carichi di significato, dal momento che al giorno d’oggi nell’educazione c’è troppa enfasi sull’aspetto commerciale. Il disegno grafico è visto davvero come l’aspetto commerciale dell’arte, ma non penso che debba essere così. Oggi molti artisti sono coinvolti in grandi progetti commerciali e molti designer producono opere che hanno molti più contenuti di quello che viene richiesto dal progetto commissionato.

Pensa che il disegno grafico debba ricoprire un ruolo politico?

Certo, se osservi la storia delle grafiche di protesta politica, il design ne è al centro.  Manifesti e disegni grafici, cartelloni e volantini, servono a far passare il messaggio politico. La grafica è al centro della comunicazione per moltissime persone. In modo sia positivo che negativo. Molti creativi preferiscono non chiedere se il design è politico, ma se scegli di fare un lavoro per una grande azienda, più che un lavoro ‘politico’ si tratta di una decisione politica.

Lei e sua moglie Anıl Aykan formate un duo elettronico chiamato Fragile Self, con un progetto musicale molto particolare. In rete sono disponibili ancora poche canzoni, con alcuni brevi estratti audio e video. Il tutto è estremamente dark ma intrigante e affascinante, con uno stile visivo surrealista… rigorosamente in bianco e nero. Quando rilascerete l’album intero? Quale è il suo approccio alla musica e quali sono le sue ispirazioni?

Ho sempre amato la musica elettronica e l’ho anche realizzata per alcuni anni. Quando David è mancato ho avvertito il bisogno di andare avanti e finire qualcosa. Anche mia moglie è una musicista ma ci sono voluti alcuni anni prima di iniziare lavorare assieme, e ottenere il giusto feeling musicale. Collaborare con lei ci ha portato ad una nuova dimensione musicale. Siamo davvero un ‘gruppo’, dove il risultato è differente e migliore di quello che potremmo ottenere lavorando separatamente. L’album è finito, ma uscirà nell’autunno del 2019, in quanto sarà associato ad altri progetti che ci hanno portato via diverso tempo.

L’album verrà pubblicato assieme ad un libro con un codice per il download. Inoltre ci sarà anche una versione in CD e in vinile. Il libro è stato molto laborioso – abbiano dovuto scrivere e fotografare (con un grande fotografo) circa 500 pagine, ottenere i diritti di immagine, supervisionare e organizzare tutto quello che riguardava la stampa. È stato un lavoro enorme, ma pensiamo ne sia valsa la pena. Riguarda i significati, le atmosfere e le influenze dirette e indirette sulla musica e i testi. Probabilmente è l’estensione ultima della copertina e del booklet. C’è ancora magia e mistero nella musica, non tutto è esplicato ma noi speriamo  che questo aiuti a dare maggiore profondità alle canzoni. Sono già pianificati altri progetti, inclusi un film e altre cose, è quindi un progetto a lungo termine.

Questo primo album è ispirato da molte cose: mia moglie Anıl studia art therapy, così entrambi abbiamo letto molto sull’argomento e sulle condizioni estreme che la mente ha a che fare in questo campo. La maggior parte dell’album è ispirato da questo e da come tutte le persone di giorno in giorno devono affrontare le situazioni estreme della mente e mantenere un’idea ‘normale di se stessi’. L’idea di normalità è ovviamente una cosa molto fragile. Ecco da dove deriva il nome della band, ‘fragile self‘. Detto questo, le canzoni sono piuttosto godibili e seguono un semplice formato pop, perché desideriamo che il pubblico possa godere della musica a diversi livelli. Speriamo innanzitutto che le persone apprezzino l’album per come suona, piuttosto che dover affrontare i significati delle canzoni.

Ha in programma anche altri progetti?

Ce ne sono in serbo un paio di grossi… ma non ne possiamo parlare ovviamente (Barnbrook qui probabilmente fa riferimento alle sue grafiche per la release del dvd, cd e vinile Glastonbury 2000, uscito poche settimane dopo la realizzazione di questa intervista, NdA). Mi sto anche concentrando sulla musica, è quello che mi piace fare. Recentemente ho lavorato con i sintetizzatori modulari, un settore fantastico del sound making. Per quello che riguarda il design stiamo lavorando soprattutto con istituzioni culturali, dal momento che ritengo che la cultura sia una delle poche aree positive dove il disegno grafico possa fare la differenza.

Articolo pubblicato originariamente su https://davidbowienews.com/

L’autore dell’intervista rivolge un ringraziamento speciale a Marc Eckardt. Le immagini sono principalmente tratte dal sito www.barnbrook.net e pubblicate qui su cortese ed esplicita autorizzazione.

22 Maggio 2019
22 Maggio 2019
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