Percorsi fuori sincrono

Il 15 febbraio 2012 andranno negli U.S.A. per un tour di oltre cinquanta date in due mesi con Cloud Nothings e Ganglians. Noi, gli A Classic Education, li abbiamo incontrati qualche settimana fa al Karemaski di Arezzo, agli sgoccioli di un tour 2011 che ha portato la band in giro praticamente ovunque, dall’Italia alla Spagna, dalla Germania alla Francia, fino alla Gran Bretagna.

Per chi ancora non la conoscesse, la storia del gruppo è quella di ogni band nata dopo l’avvento del web. Prima l’esperienza decennale con i Settlefish, da cui sono partiti nel 1998 il frontman italo-canadese (ma residente da sempre a Bologna) Clancy, il bassista Paul Pieretto e il batterista Federico Oppi: tre album in studio e un EP, tutti pubblicati in Italia dalla Unhip Records di Giovanni Gandolfi e all’estero dalla Deep Elm fondata da John Szuch, la stessa di The Appleseed Cast, Brandtson e Planes Mistaken For Stars; poi, l’incontro con Giulia Mazza e Luca Mazzieri, con la conseguente nascita, nel 2007, degli A Classic Education: solito tam tam via internet e social networks, due EP più che discreti – First e Hey There Stranger rispettivamente 2008 e 2010 – e finalmente, lo scorso ottobre, il debutto coi fiocchi di Call It Blazing tramite l’etichetta californiana Lefse. Nel mentre, la benedizione di vari magazine di settore (SA incluso), una lunga gavetta live iniziata del 2007 nei club di Bologna (città natale del gruppo) e arrivata fino al South By South West in Texas e al Primavera Sound di Barcellona.

Dopo i tour internazionali condivisi con Arcade Fire, British Sea Power e Okkervil River (solo per ricordarne alcuni), eccoci qui al locale aretino: la tappa di stasera sembra quasi un ritorno alle origini, a quelle atmosfere distese e suburbane così diverse dai grandi festival europei e internazionali a cui i cinque hanno partecipato. Li incontriamo prima del concerto.

Cominciamo dalla vostra storia: in tre anni due EP e un sette pollici [Best Regards, nel 2009], a ottobre il debut Call It Blazing. Avete una lunga attività alle spalle, che sembra, in un certo senso, “centellinata”. Qual è stata dunque l’evoluzione del gruppo?

Jonathan: È passato tantissimo tempo prima di arrivare alle registrazioni di Call It Blazing ed effettivamente è stato strano. Anche noi ci siamo accorti di questo percorso inusuale, soprattutto dopo l’uscita dell’album. Solitamente le band fanno un pezzo, esce sul web e poi nel giro di due mesi se ne comincia a parlare e si arriva quasi subito alla release di un LP. Anche noi siamo partiti con questa idea, però un po’ per tutte le date che abbiamo fatto, un po’ perché avevamo bisogno di trovare la nostra dimensione, alla fine ci abbiamo messo più tempo. Non saprei spiegarti il perché, però credo che l’aver fatto due EP di cinque, sei brani ci sia servito per trovare il nostro sound e per conoscerci meglio l’uno con l’altro. In questo senso, Hey There Stranger ha rappresentato una svolta, perché ci ha indicato la via da seguire. E non è un caso che tre brani siano stati poi ri-registrati per il disco: alla fine rappresentano le fondamenta di ciò che siamo ora.

Ecco, a proposito di conoscenza reciproca, tu, Federico e Paul [Pieretto, basso] provenite da un’altra band, i Settlefish, mentre Giulia e Luca [Mazzieri, chitarra] si sono uniti a voi in seguito. Immagino vi siate dovuti amalgamare tra di voi…

Jonathan: Esatto. Gli A Classic Education non sono nati in contrapposizione ai nostri gruppi precedenti, ma con l’idea di fare qualcosa di diverso: abbiamo cominciato suonando soprattutto in acustico, venivamo da una serie di band abbastanza rumorose, perciò in sala prove volevamo provare cose nuove. Poi piano piano siamo tornati ad essere un gruppo rumoroso, con nessuna differenza rispetto a prima (risate).
Federico: C’è stata la necessità di darsi un po’ di tempo per capire meglio quale direzione volevamo prendere ed è stato forse questo l’elemento che ha richiesto più lavoro: abbiamo voluto consolidare quello che rappresenta l’essere un gruppo e lo stare in sala di registrazione. Principalmente, volevamo farci sentire e capire quale sarebbe stato il risultato dal vivo. Perciò credo che all’inizio il tempo in studio sia un po’ mancato. La nostra identità come band si è creata nella seconda fase, quella live.

Le canzoni dell’album, quindi, sono nate anche dal vivo?

Jonathan: Io credo di sì, perché abbiamo suonato le canzoni che sarebbero finite su Call It Blazing davvero ovunque e questo ha influito molto al momento di entrare in studio. È anche vero che molti di questi brani sono stati scritti giusto qualche settimana prima di registrare, perciò volevamo concludere il prima possibile, anche se dal vivo eravamo già abbastanza rodati (risate). L’album è stato registrato in presa diretta, semplicemente, con la sola voce e gli strumenti. Non ci sono voluti grandi ritocchi perché comunque siamo partiti da una base live molto forte.

So che per il concept di Call It Blazing non vi siete ispirati a un gruppo o a una musica specifica ma a The Bikeriders, un libro fotografico in bianco e nero di Danny Lion dedicato, appunto, ai riders statunitensi. Com’è nata questa scelta?

Jonathan: Innanzitutto noi siamo un gruppo che ha sempre bisogno di un immaginario per far viaggiare la testa e in questo caso si è trattato di un libro di fotografia che documenta una gang di motociclisti degli anni ’60 [i Chicago Outlaw Motorcycle Club]. La scrittura dei testi, dato che la musica c’era già, è partita da queste foto: è vedendo i personaggi raffigurati sul libro che sono state poi immaginate delle storie. Anche se, alla fine, il nostro processo di scrittura è abbastanza classico: di solito, arrivo io con una bozza e poi la canzone la arrangiamo tutti assieme. Difficilmente partiamo da una forma già compiuta. Poi, la cosa positiva della composizione all’interno di un gruppo, è il fatto di potersi concentrare anche sui piccoli dettagli, sui particolari.
Federico: Infatti in questo senso Call It Blazing si discosta molto da esperienze del passato, dove c’era un modo diverso di comporre. Questo forse spiega perché c’è voluto più di tempo per arrivare al disco finito.

Quali sono le vostre influenze personali? Non sto parlando necessariamente dei riferimenti confluiti nell’album, penso invece ad un discorso che riguarda più il fatto di essere non solo musicisti, ma anche ascoltatori.

Federico: Per me è difficile dare una risposta. Potrei dire tutto e niente. Personalmente, da cinque anni a questa parte, sono molto più orientato verso ascolti che appartengono per lo più al background della musica americana contemporanea: penso ai Grizzly Bear, o agli Animal Collective. In un certo senso, faccio fatica a rispondere perché tra di noi ci scambiamo tantissime idee sulla musica e quindi non so darti una sola risposta su ciò che negli ultimi anni ci ha influenzato di più.
Jonathan: Come succede per molte altre band e come è capitato anche a noi nei nostri progetti precedenti, accade spesso che, in sala di registrazione, ti ritrovi a dire “facciamo quel pezzo alla maniera di…” oppure “voglio che suoni come…”. E’ una cosa classica che succede in tutti i gruppi. Stranamente, però, con Call It Blazing non è successo, perché abbiamo ascoltato così tanta musica e così diversa, che non abbiamo mai pensato ad un solo tipo di sonorità. In studio, comunque, i nomi che sono venuti fuori sono stati i veri classici del rock, insieme a tante cose moderne.

Avete registrato il disco insieme a Jarvis Taveniere dei Woods – già al lavoro con Vivian Girls e Real Estate – nei Rear House Studios di Brooklin, gli stessi di Woods, Ganglians e, appunto, Real Estate. Com’è stato lavorare con lui?

Jonathan: Ci è piaciuto molto registrare con Jarvis. Lui ha una conoscenza e un’esperienza musicale enormi, anche per quel che riguarda il passato. Tutti questi elementi, poi, sono andati a confluire in quel tipo di sound sixties che volevamo ottenere con l’album.

Infatti si sente molto il vostro legame con la forma canzone tradizionale rock and roll, però con un respiro più ampio, più internazionale, che vi ha portato – unico gruppo italiano – ad essere menzionati su Pitchfork. Per non parlare di tutti i festival all’estero a cui avete partecipato o del tour con i Cloud Nothings che partirà a marzo. Insomma, sembra che parlare degli A Classic Education unicamente come band italiana sia riduttivo.

Jonathan: Beh, intanto ritrovarsi su Pitchfork, che è uno dei siti di musica che seguiamo maggiormente, ci ha fatto sentire davvero onorati, anche se è difficile capire quanto questo fatto poi si tradurrà in successo (e mi riferisco a gente che viene ai concerti, ai dischi venduti, eccetera). Comunque, quando ci siamo visti, devo dire che eravamo estasiati, quasi in lacrime (risate). E’ stato emozionante, davvero incredibile. Per quanto riguarda il discorso sull’ “internazionalità”, non abbiamo mai pensato ad un’antitesi tra band italiane e straniere. Quello a cui abbiamo sempre pensato è che siamo riusciti a suonare con i nostri gruppi preferiti. Che fossero tutti stranieri, è stato un puro caso (risate). Inoltre, è stata anche un’occasione per imparare la loro attitudine e il modo di porsi sul palco: per esempio, noi non siamo mai stati grandissimi fan degli Okkervill River però vederli dal vivo per due settimane di fila mentre danno il massimo è stato sicuramente di ispirazione.
Federico: Il fatto stesso di cominciare con i British Sea Power ci ha permesso di vivere un’esperienza bellissima, come gruppo di supporto, in giro per gli Stati Uniti e in Europa: loro sono un gruppo che tutti noi seguiamo, da sempre. Per quanto riguarda il fattore umano, invece, si tratta sempre di qualcosa di inaspettato. Ti trovi a condividere palchi, fatiche, e non sai mai cosa aspettarti: da questo punto di vista, tutti i gruppi che abbiamo incontrato sono stati una grande sorpresa perché c’è stata stima reciproca, unita a un cameratismo. Una comprensione che non immaginavamo possibile.

C’è una canzone di Call It Blazing a cui siete particolarmente legati?

Entrambi: Forever Boy. Dal punto di vista della composizione, si è trattato un brano difficile perchè richiedeva una serie di incastri che alla fine, secondo noi, siamo riusciti a risolvere bene.

14 Febbraio 2012
14 Febbraio 2012
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Chill-step kings Author - Chill-step kings

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