Quando Alice ruppe lo specchio

Size (matters)

Alla studiatissima domanda su una scena elettronica che vede l’ex Unione Sovietica sempre più protagonista, l’affascinante Natalie risponde stringendosi nelle spalle e con il giusto sdegno di chi si sente trattato come un animale da zoo. Per quanto ne possa pensare male lei e per quanto sia certamente comodo e semplicistico ragionare per compartimenti stagni, in questi anni l’attenzione in ambito elettronico si è spesso rivolta ai suoni provenienti dall’Est Europa e dai paesi dell’ex cortina di ferro, con un’intensità a dir poco crescente. Quella elettronica è una lingua che sembra per loro istintivamente alla portata. L’attività della Nexsound non è di certo passata inosservata. Zavoloka, per dire, è riuscita a collaborare con una prima donna come AGF, mentre proprio in questi giorni esce su Miasmah l’atteso nuovo disco di Gultska Artikler. Ciascuno con la propria specificità, ovviamente. Ma Natalie è un altro mondo ancora. Uno sguardo di ghiaccio che trafigge. Un sussurrato che si stempera in un fumoso alone da club notturno. Un’ispirazione ispida e sfaccettata. Una verve creativa sempre a cavallo tra veemenza politica ed elitarismo intellettuale. L’idea di un doppio album in un settore dove regna sovrano il formato singolo, poteva essere praticata solo da un’artista che ha già le spalle larghe e una supponenza pari solo alla sua abilità.

Size & Tears è così un disco che respinge nella stessa misura in cui attrae. Un lavoro presuntuoso e irrisolto, ma allo stesso tempo avvincente e fresco. Vista di recente anche in qualche data italiana in compagnia di Thomas Brinkmann, suo mentore artistico e spirituale, Natalie è sembrata impacciata e intimidita. Una cenerentola che ancora deve trovare il coraggio di uscire del tutto fuori di casa. La immaginiamo ricurva sul laptop, per giorni e notti intere a concepire il mondo di nenie digitali in cui ambientare la storia di Alice. Mentre Thomas Brinkmann si faceva cacciare dalla scuola d’arte di Dusserdolf per le sue idee poco ortodosse (un episodio che deve avergli fatto immensamente piacere, visto che non perde mai occasione di ricordarlo), a Tbilisi, in Georgia, Natalie cominciava a manipolare i beat sulla scia di cattive compagnie dedite alla musica techno. Un’ideale porta d’accesso per il Goslab, collettivo artistico georgiano che così si descrive: “Goslab è un gruppo di artisti di Tbilisi, Georgia. Goslab è un fantasma, che si manifesta come una filosofia attraverso le performance individuali dei suoi membri e dei loro vari progetti. In questo senso, Goslab è simile alla Georgia. La Georgia è un fantasma post-comunista. C’è una differenza di 5 ore tra Londra e Tbilisi. Tbilisi inizia a cantare mentre l’America e l’Europa Occidentale dormono ancora. Goslab ha a che fare con diversi generi di media come film, video, arte e musica”.

Il collettivo da fantasma che era si è quindi definitivamente dissolto. Su goslab.de si possono ancora leggere i nomi dei suoi esponenti: Nino Chubinshvili, Tea Djordjadze, Maya Sumbadze, Salome Machaidze, Gogi.Ge.Org, Zaza Rusadze, Tamuna Karumidze, Levan Nutsubidze, Gioslavia, Nikakoi/Erast, e Natalia “Tba” Beridze. TBA è il moniker che Tusja sceglie per la sua attività di musicista. In georgiano TBA significa lago, e come i flutti salmastri di un lago sono i suoni che comincia a produrre, mentre da autodidatta si cimenta anche con il piano. I suoi punti di riferimento fanno bella mostra della loro eterogeneità in tutte le press release che rilascerà Max Ernst: “The Smiths, Lou Reed, Weather Report, David Bowie, Cocteau Twins, Björk, Aphex Twin, Squarepusher, Stravinsky, Prokofiev, Shostakovich, Jeff Mills, Autechre, Kraftwerk, Georgian folk music and much more”.

Il pedigree è buono e lei ha creatività e energia da vendere, ma tutto è tranne che originale. Con la dovuta parametrizzazione tra gli esordi e le uscite di questi giorni, TBA non si discosterà mai da una comoda posizione mediana che guarda a nord verso l’algida malìa digitale di AGF e a sud verso la pulsazione techno di Brinkmann. Come racconta lei stessa, quest’ultimo impiega circa 5 minuti per innamorarsi di lei e convincerla a pubblicare sulla sua etichetta, una cosa che concede con parsimonia (Luciano, John Harding, Vladislav Delay). Il primo parto è quindi il 12 pollici Georgia Is Like Spiritual Tokyo poi gonfiato a disco omonimo con cui la Nostra esordisce ufficialmente sulla lunga distanza nel 2003. I primi apprezzamenti non si fanno aspettare e subito qualcuno comincia a ragionare sull’opportunità di trovarsi di fronte ad una nuova Björk. Le 21 tracce di TBA si alternano tra diafane giostre per glitch minimali e melodie zuccherate come caramelle di pop digitale.

Wrestler con il suo basso dub e il recitatato sussurrato manda subito segnali precisi su quanto possa crescere, ma lei si mantiene ancora nascosta. Si copre dietro i glitch e le leggerissime arie noir che sfociano in un’ambient gentile o in un’elettronica krafwerkiana soffice soffice, dove i glitch sono come punture di spillo (intr.-detec.sys, kryz, shutka). Il disco si mantiene su una linea di non disprezzabile produzione di genere. Due anni dopo, il salto di qualità compiuto con Annulè sorprende un po’ tutti e il disco diventa chiacchieratissimo. Tusja ormai 25enne si presenta con un lavoro dal taglio politico, con una copertina che la raffigura in versione simil terrorista mentre indossa un passamontagna che le copre il volto. Come una foto segnaletica su cui si staglia il marchio di un timbro che dice “annullato”.

Ad essere annullato è il permesso di soggiorno per gli immigrati, ma non la sua energia che qui esplode in tutta la sua verve, attraverso uno zibaldone di stili e traiettorie divergenti che fanno allungare di molto il minutaggio del disco. Tusja si dimostra più matura ma continuamente contesa fra tre correnti ben distinte. Da un lato una forte tendenza verso un’avanguardia naive e supponente, che regala suggestive astrazioni pianistiche (Beba Plays, GetGoin) o filastrocche surreali dove si gioca ad incastrare samples presi da Tetris, Mario Bros e altri videogame per saletta giochi anni 80 (Dread). Sull’altro lato c’è il verbo più accomodante e zuccherino di TBA dove la sua irruenza si stempera in raffinati e anemici bjorkismi (I, Cheg, Sleepwalkers, Smashed, Nevermind, Urs). Infine c’è il materiale più techno oriented, dove si fa evidentemente infettare dall’energia di Brinkmann (Zinavs, Soshi, Signdunst, Walk, Downby). Le cose migliori allora le ottiene proprio quando riesce a mediare e ad ottenere una sintesi tra tutto questo. Ci riesce in Ocean K, una suggestiva panoramica su una gelida mareggiata di glich invernali e note di piano. Ci riesce nel trip hop sexy di Annulè e nella filastrocca da femmina kraftwerk di Lego Poetry.

Anche sul piano tematico Tusja va dietro a mille scintille pur di far ardere la sua creatività. Sleepwalkers cita Dylan Thomas, in Dread si omaggia Raymond Scott; si occhieggia a T. S. Eliott in Signdust, una citazione da Kafka fa capolino nel packaging del disco (…My fear is my substance, and probably the best part of me). Il disco sembra anche troppo eterogeneo, ma trova una sua ragion d’essere proprio in questo. Di sicuro svela molto di più dell’artista, laddove nel debutto omonimo ancora tendeva a nascondersi. Qui c’è lei in primo piano, ovunque, fin dalla copertina. Annulè è un bel segnale di fiducia da parte di Brinkmann che spinge la sua protetta come meglio riesce a fare. In cambio presto ottiene altrettanto da lei. Lo si capisce dal disco più accomodante che quest’ultimo dà alle stampe nel 2005, intitolato Lucky Hands, e che si giova della voce di Tusja su alcuni brani del disco. Lucky Hands e Margins sono sintomi chiari di come il lirismo di lei e la vigoria di lui, amalgamate nella giusta gradazione, possano elaborare congegni elettro di febbrile efficacia. Se ne accorgono anche loro e un anno dopo spingono l’ingresso nel catalogo di Max Ernst di un lavoro firmato da TBA Empty, ovvero loro due messi insieme.

La sigla pubblica prima uno Stupid Rotation 1, un 12” che raccoglie quattro brani proposti durante session live. Dopo poco la serie si completa con uno Stupid Rotation 2, infine unendo i due 12” e aggiungendo altri brani inediti, ottengono Stupid Rotation, un disco vero e proprio. TBA Empty è pura e semplice febbre techno da dancefloor. Tutta la malia femminea che si ammantava sui brani di Annulè viene fatta salire lentamente a galla man mano che i brani procedono, ma viene sempre relegata in secondo piano. Il motore gira sempre a ritmi elevati anche se l’inizio è un lento “blip pop” a 125 bpm su cui interviene Winston Tong. Da Dacha in poi è materiale per sudori e corpi che si sbattono. Natalie dimostra di essere a proprio agio anche nelle vesti della dominatrix techno. Le migliori cose le combina su Kit Landing, dove biascica parole con la stessa dolcezza di un cyborg mentre basso virulento e folate di synth si impastano ai ritmi e Rocks con tutto quell’eco a volteggiare sul bailamme dei beat. Prodotto di genere che cade a fagiolo per la club culture, eppure parecchio efficace nel suo ambito. Oltre ai brani segnalati prima si notano altre due o tre pagine al di sopra della media (Readers R Fools, Brain Is Gone, D Lay).

Dopo questo esperimento e le performance live sempre in compagnia di Brinkmann, la Nostra tornerà a mettere mano ad un suo lavoro solista, con Size & Tears, un disco chilometrico e vittima delle sue stesse ambizioni. Il tentativo velato di ritagliarsi un suo spazio personale, oltre l’ombra del tedesco, è ancora troppo timido. Forse non ha ancora le forze per camminare da sola o forse Brinkmann non la lascia andare completamente come sembrerebbe dimostrare l’ultimissimo The Other, ma di questo ne parliamo in sede di recensione. Una cosa mi sembra abbastanza incontestabile. Natalie all’età di 28 anni dimostra con tranquillità quanta carne abbia sulle sue ossa e quanto irruente possa essere la sua verve artistica. Probabilmente è solo questione di tempo, ma anche se questo vulcano georgiano non dovesse mai esplodere sul serio, saremmo già contenti così.

Tears (and fears)

Natalie, iniziamo dalla più ovvia delle domande. Due dischi, uno dopo l’altro, di cui uno doppio. I tuoi detrattori diranno che la prendi sempre per le lunghe… Come mai ha deciso di pubblicare tutto questo materiale nello stesso tempo?

Beh… non era stato pianificato così. Quello che era stato programmato era Size & Tears, il doppio.The Other è arrivato in modo accidentale. Questo secondo disco dovrebbe essere attribuito a Thomas Brinkmann, che l’ha assemblato, masterizzato, tratteggiato, prendendosi completamente cura della sua uscita.

Annulè era un disco prettamente politico, già a partire dal titolo che faceva il verso al timbro per il visto di soggiorno negato. Size & Tears sembra invece prendere strade surrealiste per via delle sue connessioni con Lewis Carroll e Alice nel Paese delle Meraviglie. Parlami un po’ dell’ispirazione che c’è dietro questo lavoro chilometrico.

Lo considero soprattutto con una piacevole catastrofe. È stato concepito per essere un addio ad un certo periodo della vita, in questo caso l’infanzia. Carroll è stato giusto un appiglio per iniziare. Più tardi ho preso come fonte di ispirazioni altri scrittori e artisti in un numero che ha cominciato ad essere malamente alto. Ovviamente, l’ispirazione era ed è soprattutto la musica in sé. Ho perso il conto delle cose che sono contenute in questo progetto. L’ho usato come un cestino per qualunque cosa abbia fatto per il passato anno e mezzo. E di conseguenza ho perso il filo del racconto. Credo che non ci fosse niente da raccontare attraverso i canoni di una storia lineare. Credo che volessi semplicemente provare il lusso di essere terribilmente ambiziosa senza nessuna ragione.

Un addio all’infanzia? Come mai avverti proprio ora il bisogno di dire addio a quel periodo? Mi dici qualcosa sulla tua infanzia?

Semplicemente perché ho fatto 28 anni e semplicemente perché è ormai andata. È stata abbastanza un paradiso per me. Mi sono sentita piena di gratitudine verso quel periodo, includendo tutti i suoi personaggi e tutte le sue persone. È stato come un modo per dire grazie.

Come hai iniziato ad appassionarti alla musica e poi a farla?

La musica è sempre stata una parte importante.di me. Non potevo stare senza musica. I miei amici avevano iniziato a fare musica elettronica in Georgia e li osservavo senza alcuna intenzione di fare altrettanto. Ma poi ho provato e mi sono innamorata, fino al punto di pensare di non voler fare più nient’altro.

Hai studiato piano oppure sei un’autodidatta?

Autodidatta.

La maggioranza dei brani incentrati sul piano sono sul primo disco di Size & Tears. Come hai scelto la scaletta dei due dischi? A me sembra che i brani più melodici siano sul secondo, mentre il materiale più astratto è sul primo. Questa suddivisione è intenzionale o inconscia?

Entrambe. Tematicamente Alice si innamora sul secondo disco, così ho inserito li il materiale più pop, più sentimentale. Il primo disco invece è un po’ come una serie di porte, attraverso cui far immergere lei dentro qualcosa. Per questo doveva essere più crudo del secondo. Dall’altro canto, non sono totalmente padrona di quello che ho fatto o di come è venuto fuori. Penso che la parte inconscia sia molto importante, in generale, quando si fa musica. Ti parla più forte delle parole e ti può dire più cose sulle persone delle persone stesse. Così lascio quella parte alla musica.

Penso che una delle tue qualità sia quella di tracciare un fitto reticolo di ispirazioni e riferimenti. Su Annulè c’erano omaggi e citazioni, tra gli altri, a T.S. Eliott, Raymond Scott, Franz Kafka. Qui oltre a Carroll, leggo che ci sono elementi da Marina Tsvetaeva, l’Agente Cooper di Twin Peaks, Merab Mamardashvili, Joseph Brodsky, Fyodor Dostoevsky, Andrè Breton… come procedi nello scegliere le fonti? Capita quando stai componendo o quando stai scrivendo le liriche?

Sia prima che dopo, ma è più che altro una traccia di quello che mi gira per la testa in quel momento. Cambia così rapidamente. Un giorno questo, un altro giorno qualcosa di veramente diverso. Alcune cose rimangono, proprio come accade con le persone che mi hanno ispirato per tutta la mia vita con la loro musica, poesia o pittura. Così se c’è un modo per pagare tributo, beh… allora mi piace dedicare loro alcune parti di me stessa che credo a loro piacerebbero.

The Other invece è un disco molto più diretto e di impatto, più ritmico e dance oriented. Come e quando hai concepito i brani di entrambi gli album e perché hai deciso di pubblicarli separatamente?

The Other è stato prodotto dopo che avevo ultimato Size & Tears. Dopo averlo assemblato e masterizzato, abbiamo preso un po’ di tempo per decidere come e se pubblicarlo o meno. È stato difficile affrontare il pericolo che così tanto lavoro sarebbe altrimenti stato difficilmente disponibile. Così nel frattempo ho semplicemente fatto musica e devo dire che ho lavorato un bel po’, così sono nate un po’ di tracce nuove per il secondo disco. Questi due lavori sono molto diversi l’uno dall’altro, così è come se uno possa aiutare l’altro. Probabilmente è stato intelligente aspettare The Other.

Mi puoi parlare dei tuoi inizi? Come hai incontrato Thomas Brinkmann? Cosa ti ha attratto di lui e cosa credi che ti abbia attratto di lui?

Thomas mi attraeva già come musicista molto prima che ci incontrassimo. L’ho conosciuto a Tiflis, attraverso amici in comune come Thea Djordjadze e Andreas Rheise (kreidler). Lui si stava esibendo in un club e dopo la sua performance gli allungai il mio demo e lo ascoltammo nel mio studio. Mi offrì un contratto discografico circa 5 minuti dopo aver sentito il mio materiale. All’inizio ero scioccata da una decisione così spontanea, ma dopo ho capito che questo è proprio il modo in cui Thomas lavora con le persone in generale. La cosa dovrebbe essere lì e non dovrebbe contrastare con la prima impressione avuta. Credo che lui abbia alcune intuizioni. È enormemente perspicace e avveduto con le persone così come lo è con la musica. Mi ha dato un’occasione per lavorare nelle condizioni migliori e non mi ha mai chiesto niente in cambio. Lo dava per scontato. Credo che gli piaccia parte del mio materiale, non tutto, ovviamente.

Fai ancora parte del collettivo artistico chiamato Goslab? Mi puoi descrivere le sue attività e cosa fai al suo interno? Ho letto che fai anche della video art. È vero? La tua musica è abbastanza cinematica.

No, non ne faccio più parte e il collettivo non esiste più. Così ho un po’ perso le tracce delle sue attività. Non posso dirti molto altro.

So che sei anche una videomaker. Cosa mi puoi dire a proposito di quest’attività? Come mai ti sei interessata a quest’espressione artistica? La tua musica è influenzata dal video o consideri queste come due forme d’arte ben distinte?

Per me questi sono due mondi completamente separati. Non sono una videomaker. Ho fatto solo un video, e accidentalmente ha vinto un premio ad un festival internazionale, ma è stata una divertente coincidenza. Non mi piace l’arte digitale e non sono molto tagliata per esprimermi con essa. Le mie motivazioni si possono brutalmente ridurre a cosa uno ha realmente bisogno di produrre. Al di là di questo, cerco di stare più lontano possibile da un suono o un’estetica moderna e non ho più fatto un video dopo quello.

Molta della migliore musica elettronica di questi anni arriva proprio dall’ex Unione Sovietica. Penso a Zavoloka, Andrei Kiritchenko, Gultskra Artikler. Credi che sia un’espressione fedele del sentire comune dell’ex Urss. Conosci questi artisti, pensi che ci sia qualcosa di comune che vi lega?

Conosco Zavoloka, mi piacciono alcune delle sue cose e lei è una persona assolutamente piacevole, ma non vedo molto in comune tra le nostre musiche. Non credo peraltro che ci sia qualcosa in comune tra la produzione che viene dai paesi del Terzo Mondo, per dire. È solo più semplice definire le cose in quel modo. È un po’ una cosa simile ad un cliché dire che pensiamo in uno stesso modo solo perché abbiamo avuto Chiburashka invece di Tom & Jerry.

Anche se credo tu non viva più in Georgia, come credi che sia la Russia di oggi, alla vigilia delle elezioni, con lo spettro di un terzo mandato “falsato” di Putin? Per noi che vediamo solo attraverso lo specchio deformante dei media è difficile capire una realtà distante, ma episodi come quello dell’assassinio di Anna Politkovskaya sono inquietanti.

Non ho molto da dire sulla politica russa. Cerco di stare alla larga da tutto quel mondo. Tutto quello che posso dire è che le persone al comando sono dei veri stronzi e che sfortunatamente la maggior parte delle persone li considerano affidabili lasciandosi andare alla tendenza dominante. È lo stesso con la Georgia. È stata regnata da giovani mutanti, che vogliono continuare a rimanere al potere. Ringraziando Dio, le cose più importanti vengono ancora concepite dall’interno. All’esterno non sembrano corrispondere molto.

Hai già in progetto nuova musica dopo questi due album o starai lontana dalla produzione per un certo periodo di tempo? Altre collaborazioni con Thomas Brinkmann in cantiere?

No, non ci sono in progetto collaborazioni con Thomas, ma continuerò a fare musica. È abbastanza strano e astratto come presenza nel tuo tempo. Non ci sono deadline o altro. Solo musica. Mi piacerebbe collaborare con AGF, ma è solo un’idea