Space Program

Lo abbiamo letto nel primo numero di questa rubrica: Ralph Steinbruechel non si considera un sound-artist, sebbene gli ambienti che accolgono le sue performance sono prevalentemente quelli di gallerie, fondazioni, spazi espositivi. Spazi aperti o spazi delimitati da mura: in ogni caso, spazi con i quali interagire, che finiscono per funzionare da strumenti addizionali per la performance.

Ancor meno si può definire sound-artist il portoghese Rafael Toral, i cui spazi – gli spazi entro cui il suono si sprigiona – sono quelli angusti dello studio di registrazione allestito nella sua abitazione privata di Lisbona, o quelli di concert-hall da post-free-jazz-electronic music – come il portoghese ha definito la nuova declinazione del suo fare artistico.

Il fatto è che il suono di Rafael Toral è divenuto da un po’ di tempo a questa parte qualcosa di maledettamente indefinibile, una materia ostica e sfuggente che ad un primo ascolto non può che disturbare o lasciare sconcertati. E al contempo, il rapporto tra quel suono e  spazio è diventato uno dei punti cruciali attorno a cui ruota la nuova fase artistica del portoghese. È ormai cosa nota: Rafael Toral, considerato fino a qualche anno fa uno dei massimi interpreti della chitarra sperimentale post-2000, ha inaugurato a partire dal 2006 un nuovo programma di ricerca che lo terrà impegnato almeno per altri tre anni. Lo Space Programconsiste in una serie di sperimentazioni (strutturate in tre differenti capitoli: Space Studies, Space Elementse Space Solos, ed inaugurata da quella specie di manifesto programmatico che è stato, nel 2006, Space) che reperteranno su supporto discografico (cd, ma spesso e volentieri anche vinili) frammenti infinitesimali delle migliaia di ore di musica realizzate nello studio di Lisbona dove l’artista lavora da anni – nella migliore tradizione del tecnico del suono – a dispositivi e generatori di onde sonore personalmente brevettati.

Spazio è qui parola da accogliere nel pieno della sua valenza polisemica – e ovviamente, il pensiero non può che andare a Sun Ra. Spazio è l’estensione illimitata o la porzione di universo – il mezzo della fisica acustica – entro cui il suono si propaga. Spazio il luogo privato in cui sentirsi a casa propria – lo studio in cui l’artista sperimenta senza remora. Spazio l’avamposto ideale di infinite possibili civiltà aliene – lo Spazio, con la S maiuscola, attorno a cui ancora timidamente fantasticavano i primi film di fantascienza, l’ecosistema, con tanto di fauna, di una galassia sconosciuta – riuscite a figurarvi cosa sarebbe successo se Olivier Messiaen avesse compilato il Catalogue d’Oiseauxsu un altro pianeta (mr. Merzbow può forse venirci in aiuto)?

Lo Space Program, ci racconta Toral, che abbiamo interpellato per cercare di fare chiarezza su questo ambizioso progetto, ha in realtà a che vedere con la mancanza di spazio, più che con lo spazio. Un problema tipicamente moderno, quello della carenza cronica di spazio. «Nel corso delle nostre vite moderne siamo ormai abituati a fronteggiare il problema, quanto mai pressante, di una scarsità cronica di spazio. Spazio mentale, spazio fisico, spazio acustico, spazio visuale, addirittura spazio musicale: tutto è diventato pieno, occupato da oggetti, e così il vuoto, o il silenzio finiscono per essere percepiti come beni di lusso. Siamo disposti a sborsare cifre da capogiro per procurarcene».

Quando parla dei progetti che lo terranno impegnato nell’immediato futuro, Rafael Toral è un fiume in piena. Lo Space Programnon è giunto, con Space Elements vol. 1, che al terzo capitolo. In quel disco, una sorta di classico trio post free-jazz ma che a strumenti acustici affianca le frequenze dell’amplificatore modificato MT-10 Bender (protagonista di un brano dello Space Solo 1), propone una musica che lo stesso Rafael Toral ha definito post-free-jazz-electronic music e che ha contratto un debito con il sistema elaborato da Sei Miguel, compositore, direttore, trombettista che, a detta di Toral plays his trumpet with complete awareness of the whole Jazz history while dealing, as a music director, with the full spectrum of sound sources in a broad range of innovative (and often strange) solutions, including frequent use of electronics.

«Nella serie degli Space Elements – ci spiega Toral – ogni singolo materiale registrato è utilizzato come elemento compositivo, compresi quelli provenienti da musicisti ospiti. La gran parte delle registrazioni sono state fatte singolarmente, per alcune tracce i musicisti addirittura non erano a conoscenza, al momento delle registrazioni, di quale sarebbe stata la resa finale. Vi è stata interazione fisica tra musicisti solo per quanto riguarda la prima traccia, nella quale io e Rute Praça abbiamo suonato insieme, e per la traccia sette – un’interazione live di un duo composto da me e Margarida Garcia.

Dal vivo, invece, l’attenzione si sposta dalla composizione alla performance. Per fare in modo che ciò avvenga, preferisco lavorare con musicisti che abbiano consapevolezza dei principi dello Space Program – chi ha già collaborato con Sei Miguel è infatti solitamente il benvenuto, dato che lo Space Program si ispira al suo sistema».

È facile farsi una ragione della reazione offesa provocata dall’ascolto di Space Solo1e Space Elements vol. 1, primi due capitoli dello Space Program dopo il manifesto programmatico Space(Staubgold, 2006); di quella, sprezzante, di chi ha sentito tirare in ballo il jazz – ma cosa ha da spartire, il jazz, con i monologhi autistici di macchine improvvisate? – a proposito dello Space Program. Poi osservi Rafael Toral armeggiare con quelle macchine e torni a riflettere sul rapporto che intercorre tra gesto, comunicazione, spazio e suono.

«Sono molto interessato al problema dell’origine della musica – spiega Toral – mi affascina l’idea di avere a che fare con suoni essenziali, prodotti per necessità. Penso agli ominidi che comunicavano tra loro con un misto di segni e vocalizzi ad alto contenuto emotivo, spesso dotati di musicalità. Il fatto che stia cercando una sintassi che strutturi un nuovo linguaggio musicale non fa che ricondurmi alle origini del suono».

Osservando le macchine di Rafael Toral, e il loro strano funzionamento, ci si torna ad interrogare su quale sia, precisamente, la natura di quelle interfacce tra uomo e segnale che i libri e le scuole ci hanno insegnato a chiamare strumenti. Lo Space Programpuò essere considerato un contributo alla riflessione sul ruolo delle interfacce, forse non consapevole, sicuramente di tipo intuitivo.

È lo stesso Toral a confermarlo: «Si è trattato più che altro di una evoluzione naturale. Non credo di poter ricavare stimoli dalle riflessioni che si è soliti fare guardando al laptop come ad un valido dispositivo per generare suono; trovo anzi che sia uno dei più inadeguati strumenti che siano mai stati utilizzati per fare musica».

Spesso la musica che nasce da una ricerca consapevole su nuovi strumenti rischia di diventare inconsistente. Quello di Rafael Toral è invece un tentativo di rispondere a domande essenziali, quasi banali nella loro essenzialità: dispongo di un nuovo strumento, che utilizzo ne farò? È possibile generare una nuova grammatica per strutturare un discorso musicale? Cosa condiziona la mia decisione di procedere da un suono ad un altro?

«Mi sembra piuttosto naturale considerare la performance come quella attività in grado di coinvolgere il corpo del musicista e stimolare una gestualità – una serie di gesti – all’interno di uno spazio».

Lo Space Programè frutto di un intelligente domandare su temi che assillano da secoli i teorici della musica. L’improvvisazione, ad esempio. Perché Toral, nel momento in cui doveva presentare lo Space Program, ha parlato di jazz? Che reazione si aspettava dai puristi?

«Nutro sospetto verso l’ideale del purismo, ma capisco che parlare di jazz sia parso un affronto perpetrato a danno degli appassionati del genere – i quali, immagino, non mi riserveranno troppe attenzioni. La mia intenzione è di generare suoni elettronici tramite performance basate su decisioni prese all’istante; avevo bisogno, a questo scopo, di una vera e propria forma di disciplinamento, anche perché avrei suonato strumenti con una tecnica del tutto inedita, senza servirmi dei software abituali e usando liberamente l’intero spettro delle frequenze – nessuno spazio concesso ad accordi o a scale. Tutto ciò è già stato fatto innumerevoli volte, ma non nel campo dell’elettronica – la storia dell’elettronica, dunque, non poteva fornirmi alcuno spunto utile».

Non restava allora che rivolgersi a tecniche ed insegnamenti provenienti da altri generi. «Se ho pensato al jazz è perché si basa su decisioni individuali regolamentate da una sorta di austera disciplina. L’approccio personale al suono ed alla musica, l’importanza conferita al fraseggio inteso come unità significativa minima, la capacità di prendere decisioni in tempo reale: ecco cosa accomuna lo Space Program al jazz. Quando suono penso esclusivamente in termini di fraseggio e di swing, non guardo alla mia musica come si trattasse della performance di un compositore». Toral non è un compositore, non un semplice ingegnere del suono. Un chitarrista sa come accordare lo strumento e come cambiare le corde, un batterista come accordare pelli. E’ normale per chi si occupa di musica elettronica avere competenze ingegneristiche, saper usare un saldatore o aggiustare un sintetizzatore.

«In fin dei conti si tratta solo di avere dimestichezza con gli attrezzi che si utilizzano, con la materia che si manipola: prerogativa da cui nessun artista può prescindere. Tuttavia l’oggetto della musica è il suono (insieme al silenzio) e ritengo più utile approcciarsi ad esso attraverso le leggi della fisica che tramite concetti astratti come note o scale».

I materiali che il musicista forgia sono il suono ed il silenzio: «La musica è come una moneta a due facce – il suono ed il silenzio – che ruota sull’asse del tempo. Il tempo è l’unico parametro che suono e silenzio hanno in comune. Non esiste più alcuna definizione esatta di cosa significhi oggi comporre; tutti i suoni sono generati manualmente, fisicamente, direi, su un fondale di silenzio».