Re-boot #28

Ritorna la nostra rubrica – rigorosamente non periodica – dedicata ai dischi italiani che non riescono a trovare spazio tra le recensioni canoniche, vista la mole ormai ingestibile delle uscite discografiche partorite dagli artisti di casa nostra (e non solo). La politica che cerchiamo di adottare su SA è selezionare quello che ci pare qualitativamente più interessante e coerente con la linea editoriale del magazine, e in questo senso Re-boot è l’ennesima occasione per doverose segnalazioni e recuperi dell’ultima ora. In questo numero ci muoviamo tra folk, word music, wave, rock, canzone d’autore, in un percorso tortuoso ma, siamo sicuri, ricco di stimoli (e di ascolti).

Pubblicato a marzo 2016, 3 è il terzo disco di Sara Velardo, folk singer dotata di una scrittura nervosa ma al tempo stesso dai buonissimi contenuti, un po’ Marina Rei, un po’ Ani Di Franco e con qualcosa nell’approccio al cantato che ricorda il Bennato migliore. Analogie che lasciano il tempo che trovano, contrapposte a una musica che invece rimane e che in questo album ha il viso senza rughe di un folk-rock efficace, ben squadrato, ma non destinato al semplice intrattenimento. Si parla infatti di temi sociali (tra i tanti, immigrazione e violenza sulle donne), ma lo si fa con piglio personale, lontani dai luoghi comuni e grazie a una musica piuttosto intensa e focalizzata. Sono della partita anche Andrea Viti (già Afterhours) al basso, Fabio Zago (Il Rebus) alla batteria e Daniele Molteni (Il Rebus) alle chitarre, e in tracklist c’è spazio per una cover della beatlesiana Tomorrow Never Knows e per un hip hop atipico ma tagliente come quello di I confini di casa mia. Trovate il disco in ascolto integrale nella pagina relativa grazie al plugin di Deezer (6.7/10).

Da 3 passiamo a Uno, disco lungo d’esordio dei La Suerte il uscita il prossimo 13 maggio. Sulle prime sembra un folk-rock canonico, e invece è tutt’altro, come dimostra lo svolgimento di una FIAT capace di scivolare verso un oriente solo supposto e deragliante/psichedelico il giusto. Il resto del programma è fatto di rock notturno e di frontiera (Amaca), ma anche di una wave tribale che non sarebbe dispiaciuta agli ultimi Arcade Fire (La festa degli occhi), sbandate caraibiche (Così frutta, L’origine del mondo), rock-blues (Cambi colore), dub (Addio di sale) e molto altro. Band da tenere sott’occhio, anche se ci pare che le buone idee e le ottime doti tecniche dei musicisti necessitino di un timone un po’ più saldo per dar vita a brani davvero tenaci, e non soltanto virtuosi e divertenti. Nella pagina relativa al disco trovate lo streaming integrale (6.4/10).

La wave-electro dei bolognesi Caron Dimonio – Giuseppe Lo Bue (chitarra, voce, testi, synth, piano) e Filippo Scalzo (basso), in questo disco aiutati da Emilio Pugliese alla batteria acustica e da Christian Rainer – è un pulsare inquietante di bassi marmorei e chitarre lancinanti. Solaris (marzo 2016), secondo album della formazione e omaggio al regista russo Andrej Tarkovskij, è «un incidente tra post-punk ed elettronica» che sa lavorare egregiamente sulle atmosfere (la glaciale e scurissima Imago Mortis) ma anche concedersi sferzate chitarristiche taglienti (Dentro un buco). Produce Gianluca Lo Presti, per un album esistenzialista e decadente che piacerà ai nostalgici degli Ottanta più oscuri. Potete ascoltarlo integralmente nella pagina dedicata (6.6/10).

Un folk mediterraneo, ritmicamente frizzante e con forti connessioni con la tradizione musicale napoletana (e del Sud Italia) più alta, ma anche una canzone d’autore incisiva cantata da una voce versatile e capace di passare da toni angelici e suadenti (Ad ogni femmina un marito) a cadenze vagamente jazz (Bellissima presenza), a rincorse scapicollanti (Malemaritate): lei si chiama Flo (ovvero Floriana Cangiano) e Il mese del rosario è il suo secondo disco (in uscita a maggio) dopo il D’amore e di altre cose irreversibili pubblicato nel 2014. Con alle spalle studi di canto lirico, esperienze teatrali, collaborazioni illustri (Daniele Sepe), Cangiano confeziona un album che odora di word music, Sud America (Vulìo), ma con la profondità di un De André o della Rosa Balistreri omaggiata dalle splendide cover di Terra Ca Nun Senti e di Buttana Di To Ma’ poste in chiusura di scaletta. Fondamentale anche il contributo di Ernesto Nobili in fase di scrittura e produzione artistica, per un disco poetico prima che intrigante, di grande sensibilità e capace di mantenere un’attitudine fondamentalmente acustica in mezzo a una complessità di colori davvero sorprendente. Potete ascoltarlo in streaming integrale sulle nostre pagine. (7.2/10).

Marquez è il progetto di Andrea Comandini, produttore, compositore e polistrumentista romagnolo. Il quarto album del musicista, Lo stato delle cose, mostra un suono complesso e dettagliatissimo in bilico tra rock (Invisibile), wave (Il nero denso dentro gli uragani), elettronica, cantautorato (Altroché Milano), psichedelia. La bravura di Comandini sta nel lavorare di cesello su una musica stratificata che rivede modelli di riferimento papabili – in alcuni passaggi sfumano certi Afterhours – ma offre anche una visione personalissima in cui persino un feedback di chitarra elettrica può assumere un ruolo sostanziale e non solo decorativo (L’errore più grande). In tracklist c’è anche l’ambient sui generis di Interludio di agosto e qualche parentesi particolarmente evocativa (La deriva dei continenti), per un disco che impone concentrazione ed attenzione. Lo potete ascoltare integralmente nella pagina album relativa (6.7/10).

L’ultimo spazio disponibile di questo numero di Re-boot lo riserviamo ad Andrea Fardella. L’attore piemontese esordisce con un Le derive della RAI complesso, stratificato e di difficile interpretazione. Un suono tagliente, forse fin troppo “schiacciato” in fase di mastering, non giova a un lavoro che invece pare denso di significati e molto personale, sia dal punto di vista della musica che dei testi. La deriva della RAI è un brano efficacissimo, superiore a moltissime cose che ci capiti di ascoltare solitamente in ambito wave-post punk, ma è tutto il disco a svelare un autore dotato di una profondità tutt’altro che ordinaria. Nuovo giorno mima un cantautorato ombroso con un retrogusto rumorista à la Sonic Youth, Cin Cin è un rock-funk che ricorda alla lontana il Battisti dei Settanta, Crisi è un blues allentato su un cantato à la Ivan Graziani e affogato in una psichedelia liquida. All’album manca forse un po’ di concisione in più e un suono che valorizzi davvero i contenuti, ma la musica di Fardella è materia viva e attenta. Nella pagina album relativa potete ascoltare Le derive della RAI in streaming integrale grazie al nostro plugin Spotify (6.5/10).

5 Maggio 2016
5 Maggio 2016
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