Che fine hanno fatto Renaldo e la pagnotta?

Cabaret spaziale, no-wave folk, improbabile musica etnica: la foga di etichettare il sottogenere prodotto dai Renaldo and the Loaf non porta lontano. Azzardando un approccio figurativo vengono alla mente le illustrazioni del pittore Henry Holiday per il capolavoro misconosciuto di Lewis Carroll, Caccia allo Snark; osservando con attenzione la tavola n. 10, quella cioè che conclude il poemetto, si schiude all’osservatore ispirato un universo di presenze misteriose, celate dietro l’ombra di quel che non si può spiegare e ci si limita perciò a esprimere con l’arte. Di questa inafferrabile ma evidente visionarietà è intessuta la discografia del duo Renaldo and the Loaf, formato dagli inglesissimi (Portsmouth), Brian Poole (alias Renaldo, ma pure Hooper Struve) e David Janssen (Ted the Loaf o Josef Sneff).

Figlio della famiglia Ralph Records gestita dai Residents, che negli stessi anni annovera tra le sue file Snakefinger, Mx-80 Sound e Tuxedomoon, il duo si produce, tra il 1979 e l’87, in cinque album da studio, una sola esibizione live e nessuna concessione al mainstream. Pur non avendo all’attivo un Meet The Residents o un Commercial Album, lungi dai Nostri essere stati i portaborse delle quattro più note “teste oculari”. Letta nella sua completezza, l’opera di Brian e David merita invece una scrupolosa investigazione, nell’attesa della reimmissione sul mercato di un catalogo che in pochi, ahinoi, considera per la sua reale importanza.

Tap Dancing In Slush (’78) e Behind Closed Curtains sono i primi esperimenti incisi a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Ep mai pubblicati ma importanti per modellare un’estetica già matura nell’oltranzismo della crudele Cast Iron Smile. L’esordio ufficiale avviene con Renaldo & the Loaf Play Struvé And Sneff (’79, Rotcod Productions), musicassetta in tiratura limitata a 250 copie riedita in vinile cinque anni più tardi dalla Ralph con alcuni dispensabili remissaggi. L’album è opera “collagista” à la Duck Stab/Buster And Glenn, famigerati Ep dei Rez al loro massimo splendore, ma anche collezione di esorcismi industriali (Letters from Lee) e stravaganze folkish, zeppa com’è di mandolini, chitarre, kazoo, bouzouki e clarinetti. Ma, soprattutto, ci sono le canzoni. Dal teatro dell’assurdo sonorizzato a forza di distorsioni Meaning of W.E.I.R.D passando per il trionfo della geniale amatorialità 120 Before Zero, è questa la conferma di un mood bizzarramente post-moderno al soldo della musica popolare. Infilati a tradimento fanno capolino arrangiamenti con spartani loop elettronici e vocette snaturate a più non posso (Dying Inside), tutto coerente con un progetto di ilare malvagità che può fare di una ninnananna motivo d’orrore.

L’incontro del terzo tipo con gli amati Rez avviene poco più tardi in modo voluto e accidentale, come vuole il mito, dando vita a un sodalizio che durerà fino al termine dei Renaldo. Dopo aver tastato il nuovo decennio con le cassette promo Songs From The Surgery (che contiene la loro unica testimonianza dal vivo) e Hats Off Gentlemen i due premono l’acceleratore sul proprio stato di grazia, confezionando per l’esordio con la Ralph il gioiellino Songs For Swinging Larvae (’81). L’album rispecchia una verve maggiormente robotica e geometrizzante, forte di una tracklist che si muove agilmente tra psichedelia, folk, elettronica e musica medievale. Leganti per la buona riuscita della miscela sono testi improntati sul non-sense e vocalizzi belanti, come di un Marc Bolan in 33 giri suonato a 45. Medical Man rappresenta un acquerello deviato d’invidiabile perfezione; B.P.M. dispiega l’enigmatica eleganza di un haiku minaccioso; A Sob Story è puro cinismo sonoro e testuale (“Lui si sposta su una sedia a rotelle/a volte la spingo un po’, per fargli credere che m’interessi”). Honest Joe’s Indian Gets The Goat On The Way To The Cowboy’s Conga perviene a un cantautorato oppiomane e ormai intellegibile. È il trionfo di un artigianato del terrore che nel videoclip Songs For Swinging Larvae (reperibile nel dvd antologico dei Rez Icky Flix) raggiunge lo zenit espressivo. La trama? In uno scenario da Arancia Meccanica casalinga, un bimbo viene rapito da uno orco-hippy che finirà col trasformarsi in sua madre.

L’83 è l’anno maggiormente prolifico. Sotto l’egida della Ralph escono Title In Limbo (firmato a quattro mani con i Rez) e Arabic Yodelling, con il primo a configurarsi come palestra stilistica per il secondo che, a detta di molti, rappresenta il lavoro più riuscito dei Renaldo. Costato tre anni di lavoro e registrato come di consueto su un onesto 4 tracce, Arabic Yodelling abbandona lo starnazzante attacco vocale dell’album larvale per un bozzettismo più conciso. Mai come in questa sede i Nostri dimostrano tanta padronanza della materia. Il caleidoscopio è di quelli mirabolanti: una radio impazzita, uno stratificarsi di intuizioni atonali tenute insieme dalla morsa di un downtempo pagliaccione (Night). Un album nel quale i synth ritraggono caricature felliniane avvalendosi di tinte macabre ma pure vicine al colore da cartoon Hanna-Barbera, coi frullati Pentangle Dichotomy Rag e Leery Looks, la presa per i fondelli ai King Crimson Wilf In Builth e lo sberleffo canoro su base carillon Lonely Rosa. Trovando una propria via tra Pere Ubu e Rez, l’attitudine stradaiola del duo si sposa perfettamente con le istanze più colte della new-wave.

Il vinile best of Olleh, Olleh Rotcod (’85, Rotcod Productions ) contiene alcuni tra i brani più caratteristici oltre a un paio di inediti come Then At Iona Anthem, pezzo convenzionalmente sognante pescato dalla compilation italiana Athems. Frettolosamente considerato album minore, The Elbow Is Taboo (’87, Ralph) è in realtà prova della grandezza definitiva, ottenuto lavorando sull’asciugatura strutturale qui tradotta in una pacatezza solo apparente. La spinta giocherellona è forse in esaurimento e perciò si approfondiscono oscurità meno immediate ma altrettanto invadenti sotto il profilo emozionale. In A Street Called Straigth si compie la resurrezione dei migliori Tyrannosaurus Rex, cui Renaldo restituisce corpo sforacchiato e mente autistica. La splendida titletrack avanza sui sentieri dell’assurdo, accostando sapori nipponici a cavalcate di ranger solitari. Si prosegue con le melodie minori di Boule! e le chitarre “stonate” in Dance For Somnambulists, rispettivamente rito cialtron-pagano e balletto azzoppato per nastri al contrario. Si chiude con Extracting The Re-Re, capolavoro ambientato sulle dune del deserto, vessati da canti muezzin e melodie simil-egizie.

Un anno dopo la registrazione di The Elbow Is Taboo, Poole e Janssen litigano furiosamente: da quel momento non si rivedranno più. Nel 2002 il primo decide di riazzardare l’attività musicale, partecipando al trentesimo anniversario residentsiano: si è trattato di un musical birthday chiamato Worm Pizza, raccolta di reinterpretazioni uscita in confezione pizza da asporto in tiratura ovviamente limitata. Recentemente, e siamo ai giorni nostri, l’ex-Renaldo assicura di aver intrapreso nuovi progetti musicali capaci di misurarsi col suo passato storico. Ma chi sa dire come e quando?

 

L’intervista

Brian, che ne è di Renaldo and the Loaf?

Non esistono più. Io e David ci siamo separati all’inizio del 1989. I Renaldo and the Loaf continueranno a esistere attraverso i loro album.

Partiamo dall’inizio o quasi. Coi Residents, chi ha contattato chi?

Era il 1979 e avevamo appena finito di registrare il nostro esordio Renaldo and the Loaf Play Struve And Sneff. Me ne andai in vacanza negli States: volevo visitare la west coast. Una volta a San Francisco pensai bene di visitare la sede della Ralph Records, al 444 di Grove St.. Mi piaceva l’idea di esplorare i luoghi dove erano ufficialmente nati i Residents e magari di lasciar giù una copia della nostra musicassetta. Il perché di preciso non lo so: vedi non stavamo cercando di ottenere un contratto, nulla del genere, mi sembrava semplicemente una cosa giusta da fare. Eppoi ricordo che mi premeva anche acquistare qualche album della Ralph e pensavo che a qualcuno avrebbe fatto piacere ascoltare il nostro materiale. Prima di recarmici telefonai per informare che venivo direttamente dall’Inghilterra e fui fortunato poiché mi dettero un appuntamento. Un tizio non ben identificato mi vendette gli Lp che cercavo e gli lasciai le nostre registrazioni. Questi se ne andò ad ascoltarle in uno degli studi; quando fece ritorno mi disse che il materiale era molto interessante e mi chiese di spedirgliene dell’altro. Scoprii più tardi che quel tizio era uno dei Rez! Senza saperlo perciò, eravamo entrati in contatto con loro.

Difficile immaginare un vostro show.

Ah, ah… difficile ricordarli, più che altro. Devi sapere che i Renaldo hanno suonato live una sola volta in tutta la loro carriera, nel 1980, presso la sala concerti di Portsmouth. Suonammo in occasione del lancio promozionale di una compilation della South Specific che conteneva tre nostri brani. Eravamo in quattro band a esibirci quella sera; un gruppo rock, uno punk, uno pop e noi. Ognuno si era portato dietro la propria cerchia di amici ed estimatori… c’erano un sacco di punker e skinhead che ci tiravano occhiate minacciose e questo ci spaventava un po’. La nostra musica è frutto di un meticoloso lavoro di studio perciò sapevamo che non aveva senso tentar di suonare dal vivo le canzoni dei nostri album. Decidemmo quindi di improvvisare, dato che i nostri brani nascevano comunque in un contesto di quel tipo: montammo un sistema delay a nastro su due desk della Akai distanziati di un metro l’uno dall’altro (idea che rubammo a Brian Eno); io registravo un suono sul primo desk e poi lo passavo a Dave sul secondo che lo manipolava e me lo restituiva e continuammo così per venti minuti abbondanti con un effetto di eco che si ripeteva sempre diverso e sempre più lentamente. Quando decidemmo di fermarci la musica proseguì senza il nostro intervento. Fu necessario avvisare il pubblico che il set era terminato. Dubito che la gente in sala avesse mai ascoltato roba del genere ma fummo apprezzati e applauditi persino dai punker! In realtà avremmo dovuto esibirci un’altra volta, nell’85. L’etichetta di Sheffield Doublevision (i più l’assoceranno ai Cabaret Voltaire) ci chiese di esibirci presso un teatro londinese dove sarebbero stati proiettati anche video dei Rez. Lavorammo a stretto contatto con alcuni ragazzi della Portsmouth School of Art and Design programmando per quella sera quattro canzoni con basi pre-registrate sulle quali avrei aggiunto il mio cantato dal vivo. Dave avrebbe chiuso con una serie di loop modificati dal vivo e inoltre una delle ragazze della Portsmouth si propose insieme ad altre due compagne per un balletto in contemporanea con la nostra esibizione. Quella ragazza era Neneh Cherry (questo naturalmente avvenne prima che diventasse famosa). Le canzoni in scaletta erano Hambu Hodo, The Elbow Is Taboo, Like Some Kus-Kus Western e un’altra che mi sfugge. Uscì anche un piccolo ritaglio pubblicitario sul New Musical Express. Purtroppo l’edificio non era in regola con le normative anti-incendio e la serata venne annullata.

In che modo il folk vi ha influenzati? 

Beh, probabilmente il folk ha influenzato più me che Dave. Durante la metà dei ‘70 la musica in voga (rock progressivo ecc.) mi annoiava terribilmente; persino i Tyrannosaurus Rex si erano trasformati in una band per adolescenti mutando in T Rex, perciò non li seguivo più. Cercavo dell’altro. Avevo assistito a qualche concerto di folk rock quand’ero studente, cose tipo Steeleye Span, Fairport Convention e Alan Stivell. M’interessavano la struttura delle loro composizioni, i ritmi che usavano e le loro tecniche vocali. Poi mi detti al folk più tradizionale tipo Young Tradition: amavo il loro cantato diretto e stridente. Proseguii verso i lidi della musica medievale. Mi piacciono i suoni degli strumenti medievali, il vibrato degli archi, il ronzio dei fiati e i ritmi energici della musica da ballo. Comprai un mandolino e un bouzouki sgangherato che emetteva delle vibrazioni proprio toste. Dave invece suonava un clarinetto “preparato” che poteva emettere suoni davvero sgraziati. La mia voce è nasale e col cantautorato folk inglese ci sta a pennello perciò pensai che gli elementi folk, nel nostro progetto, avrebbero potuto coesistere con quelle che erano le altre nostre influenze del periodo: Henry Cow, Kurt Weill, Eno, Captain Beefheart, Slapp Happy e qualche gruppo punk. Le mie radici sono un composto di psichedelica, folk, elettronica, musica etnica e medievale… il rock non c’entra un granché.

Credi che una delle vostre intenzioni fosse di demistificare l’elettronica Seria?

Non consciamente. Consideravamo l’elettronica Seria qualcosa di misterioso forse per il fatto che non avevamo la disponibilità di usufruire di elaborati macchinari elettronici, perciò vedevamo quel mondo come qualcosa di parallelo alle nostre concezioni musicali. Se qualcuno ci avesse fornito un sintetizzatore l’avremo certamente usato volentieri questo perché avevamo un sound ben preciso che ci ronzava per la testa e che si materializzava trascendendo le possibilità degli strumenti che utilizzavamo. In breve diventammo pratici nell’estrapolare ciò che volevamo dalla piccola collezione di strumento di cui si disponeva. Elaboravamo le chitarre con delle mollette e dei fili metallici tra le corde e le suonavamo con archetti e scalpelli alla Fred Frith, dando vita a loop ritmici assai complessi, filtrando la musica con sistemi delay e con un paio degli effetti che avevamo raggranellato. Strano a dirsi ma non abbiamo mai considerato “elettronica” la nostra musica.

Esistevano delle strategie alla base del vostro operato?

Non avevamo nessuna strategia in particolare e non ce l’ho tuttora. Ciò che facevamo non conteneva nulla di pianificato né un significato specifico. Era ciò che era. Anche adesso la vedo così: l’opera di Renaldo si potrebbe descrivere come la risultante delle due persone che eravamo a quel tempo io e Dave. Non rifuggivamo il ridicolo, la burla, la surrealtà o qualsiasi altra ipotesi. Non ci spaventava creare un prodotto bizzarro, non censuravamo la musica impauriti dallo spauracchio della qualità di registrazione o dalla paranoia di non saperla riprodurre una volta registrata. Ci piaceva farci sorprendere dal nostro stesso lavoro, provocare una collisione
tra diversi elementi tuffandoci nelle possibilità dell’imprevisto. Pensandoci meglio ce la giocavamo ai dadi. Amavamo provocare strani incidenti… i momenti più belli erano quelli in cui ci si dipingeva un sorriso enorme sul volto dopo aver composto qualcosa che suonava divinamente senza saper bene come avevamo fatto.

Al tempo qual’era la vostra preparazione musicale?

Ci siamo inventati la nostra tecnica. Nessuno dei due era particolarmente bravo a suonare. Ci consideravamo chitarristi ma non ci sarebbe riuscito di suonare convenzionalmente la roba che andava in quel periodo perciò iniziammo a comporre materiale originale e imparammo a eseguire quello. Sin dalle prime registrazioni ci rendemmo conto che i macchinari di registrazione che utilizzavamo e con i quali avevamo dimestichezza, beh, quelli erano diventati i nostri veri strumenti.

Un difetto nel vostro progetto?

Non ne trovo, e tu? 

Un possibile motto del duo?

Per citare Ivor Cutler, I believe in bugs (“Ai bacarozzi ci credo”). Cutler è sempre stato uno dei nostri eroi.

Credi che il concetto di non-identificazione abbia contribuito a creare il vostro status di artisti cult?

Non abbiamo mai pianificato di restare anonimi. A differenza dei Rez i nostri nomi sono sempre stati noti ma probabilmente le persone hanno finito con l’associarci ai nostri alter-ego. Comunque l’dea di crearsi degli alter-ego è nata prima della nostra esperienza musicale. Nel ‘77 ci recavamo spesso in un pub con un gruppo di amici che, come noi, adoravano il libro di Luke Rheinhardt L’uomo dei dadi. Seguendo lo spirito del libro decidemmo di preventivare una serie di azioni casuali assai bizzarre: decidevamo come vestirci, dove saremmo andati e che genere di situazioni avremmo creato. A seconda di quel che determinava il caso (ce la giocavamo proprio ai dadi) poteva capitare che entrassimo al pub camminando all’indietro in fila indiana, sedendo con l’orecchio sinistro appoggiato al muro e declamando citazioni tipo:

Lambert disse: “Vi sono pecore, nella brughiera”.

Poi ci si bloccava in una posa “plastica” o magari si imbastiva una sofistica conversazione in merito a un argomento scientifico fittizio (tipo, chessò, l’enunciato di Wipperwill…). E ci divertivamo ancor più se si riusciva a coinvolgere qualcuno degli avventori del locale. Questi non sono che alcuni esempi: ogni settimana pianificavamo azioni del genere da mettere in atto. A ogni modo ognuno del gruppo aveva quello che chiamavamo Nome Casuale. Solitamente uno stabiliva il nome da attribuire all’altro: Dave era chiamato Ted (the Loaf) e io Renaldo… successivamente ci ribattezzammo Josef Sneff (Dave) e Hooper Struve (io) che diventarono i nostri alter-ego nel titolo della nostra prima uscita discografica.

Quand’eri ragazzo cosa ti sarebbe piaciuto fare da grande?

Il paleontologo e scoprire i resti dei dinosauri.

Sei un pessimista?

Sono un realista. Mi sa che se ti credi pessimista non possono capitarti che disgrazie.

Ti annoi facilmente?

Con estrema facilità. Ma attraverso la tolleranza e la pazienza che gli anni mi hanno infuso ho dato libero sfogo al dilettante che era in me, coltivando interessi particolarmente eclettici.

Che fine a fatto Dave?

Triste a dirsi ma non ci sentiamo da più di quindici anni, dal giorno in cui abbiamo deciso di separarci. Non abbiamo più comunicato da allora e tutte le notizie che ho di lui mi vengo da altre persone. Credo abbia traslocato da Portsmouth per trasferirsi nel Galles. Mi hanno anche detto che recentemente si è sposato. Spero sia felice. Non so se continui a fare musica.

Mai ipotizzato una reunion?

È alquanto improbabile visto tutto il tempo che è passato; ormai conduciamo vite troppo diverse. La nostra musica nasceva dalla commistione del periodo in cui vivevamo, da come eravamo e la pensavamo allora. Ciò che ci motivò oggi non esiste più. In quel lontano 1989 non ci lasciammo in maniera amichevole. Non voglio soffermarmi su quest’argomento ma credo che se ci rivedessimo ora mi sentirei piuttosto teso anche se cercherei di sorridergli e stringergli la mano. Non ho dubbi che sarebbe… una vera e propria esperienza emozionale.

Possibilità di una carriera solista?

Realizzare se qualcosa è valido o meno è un problema che può farti uscire di testa se sei abituato a fare musica insieme ad altre persone. Per me è inoltre difficoltoso tirar fuori quella certa energia se nessuno mi stimola a dovere; perciò come solista mi descriverei piuttosto pigro. Oggi sono altre cose a divorare il mio tempo come il lavoro e la famiglia. Mia moglie era sempre molto comprensiva con me e mi permetteva di sparire per ore affinché lavorassi alla nostra musica; ma quando il duo si sciolse i miei figli dovevano ben venire prima di ogni altra cosa e da allora gli ho dedicato tutto il mio tempo libero. Ma adesso hanno 17 e 15 anni e potrei ritagliarmi nuovamente del tempo da dedicare alla musica.

Non hai mai collaborato con altri gruppi o in altre situazioni musicali in passato?

Subito dopo la separazione con Dave ho cominciato a comporre del materiale ma con una lentezza tale che, a confronto, i Renaldo and the Loaf sembrano prolifici. Sono mooolto lento a meno che qualcuno non mi spinga da dietro. Le uniche cose andate in porto sono progetti ai quali sono stato invitato. Ho realizzato qualcosa insieme a Frank Pahl degli Only A Mother e Mike Howlett dei Gong mi sta aiutando a ultimare una canzone.

Dunque il futuro…

Non lo pianifico mai. Lascio che mi strisci contro e si faccia sentire. Sto lavorando a del materiale con Nolan Cook, già chitarrista per i Rez. Lui ha una pazienza infinita e mi sta praticamente obbligando a terminare una serie di canzoni per un album solista a nome Renaldo. Ci sto arrivando eh! Recentemente ho terminato un remake di See My Friend dei Kinks e l’ho pure suonata dal vivo. La seconda volta in 25 anni che mi sono ritrovato on stage. È stata anche la prima volta nella quale ho suonato accompagnandomi a una band: si chiamano Autons e sono di Portsmouth. Li conosco da qualche anno ed è merito loro se mi sono deciso a lavorare sul brano dei Kinks. Avevo elaborato la struttura già cinque anni or sono: mancava solo il cantato e qualche ritocco. Suonare con loro in studio e dal vivo è stato troppo divertente e voglio farlo ancora… in una maniera o nell’altra riuscirò a registrare una versione definitiva di quel pezzo.

C’è da sperare in qualche mente innovativa oggidì?

Senza soluzione di continuità, direi Bjork, Kanye West, Missy Elliot, Timbaland, i Gorillaz… oh e non dimentichiamoci dei Crazy Frog! Vabbè, scherzavo naturalmente. Mi piacciono anche le tecniche vocali di Tuva e Inuit (il canto diplofonico tipico della tradizione liturgica tibetana). Mi piacerebbe dominare quelle tecniche ma credo sia particolarmente pericoloso… ci si può riuscire solo portando al limite la propria capacità polmonare e vocale.

Come giudichi i Rez degli ultimi anni?

La loro incredibile carriera è ben sintetizzabile con l’espressione a curate’s egg; sai che significa? In inglese vuol significare “buona a tratti alterni”. Nutro un rispetto estremo per le loro opere e anche la loro produzione più recente continua a suonarmi tra le cose migliori che hanno fatto. Ma nessuno può dirsi onestamente soddisfatto di tutto ciò che hanno registrato e questo lo sanno anche loro. Il tempo passa, cambiano le attitudini: certi lavori sopravvivono all’usura del tempo e altri no. Li ho ascoltati a partire dal 1978; mi sono avvicinato alla loro poetica attraverso Duck Stab/Buster & Glenn e poi con Not Available… questi sono i miei titoli preferiti. Mi piacciono nei loro pezzi più allegri e irriverenti mentre le cose più seriose non mi convincono. L’ultimo Animal Lover m’è piaciuto al primo ascolto mentre ho avuto più difficoltà col precedente Demons Dance Alone… ma sono entrambi prodotti validi. Non mi entusiasmano invece certi remix recenti… secondo il mio orecchio credo avrebbero potuto trasmettere un feeling ballabile anche senza restare ingabbiati in strutture ritmiche invero convenzionali. Sono dei maestri in fase di produzione e decisamente brillanti quando si tratta di sovrapporre orditi sonori inusitati, perciò attendo con fervore ogni loro pubblicazione.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

La possibilità di stupirsi.

1 aprile 2006
1 aprile 2006
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