Rhiannon Giddens: la riscoperta delle American Roots. L’intervista

A vederla da vicino è una ragazza alta, gentile, misurata e (sembra) con i piedi per terra, eppure Rhiannon Giddens è una che gli addetti ai lavori definiscono come appartenente a quella tradizione americana che va da Mahalia Jackson e Odetta, fino a Dolly Parton. Il 10 febbraio 2015 esce il suo primo disco, Tomorrow Is My Turn, prodotto da T-Bone Burnett, che dopo averla vista all’opera al concerto in onore del film dei fratelli Coen, Inside Llewyn Davis, ha deciso di puntare su di lei. E probabilmente ha fatto bene, dal momento che la stoffa c’è, come testimonia anche la partecipazione alle registrazioni di Lost On The River: The New Basement Tapes al fianco di gente come Elvis Costello e Marcus Mumford. Alla sede italiana della Warner, qualche settimana fa, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei.

Finalmente il tuo turno, parafrasando il titolo dell’album, è arrivato: cosa ti aspetti di raggiungere con questa prima prova solista?

Beh, mi auguro di raggiungere le persone giuste che sappiano godersi questo lavoro e soprattutto di celebrare le grandi performer femminili che mi hanno ispirato, rappresentando così al meglio la tradizione in cui mi inserisco.

T-Bone Burnett ha detto che ti vede idealmente al fianco di personaggi come Mahalia Jackson, Odetta, Sister Rosetta Tharpe: a quale di queste figure ti senti più intimamente connessa?

Come cantante o musicista non mi sbilancerei, ma forse come background e tipo di percorso sostenuto direi Odetta. Lei essenzialmente aveva una formazione “classica” e faceva folk esattamente come me; inoltre era una cantante decisamente espressiva ed intensa.

Solo una canzone del disco è un inedito scritto da te; il resto è composto da un paio di pezzi tradizionali riarrangiati e soprattutto da cover. Come mai questa scelta?

Non è una scelta comune, ma per me è stato naturale. Per gran parte della mia carriera sono stata un’interprete, il mio approccio alla musica è stato tramite old fashioned songs provenienti dalla tradizione, soprattutto quella del North Carolina. Sono un’autrice ancora acerba, e quando T-Bone Burnett mi ha detto che voleva produrre il mio primo disco, beh, la scelta sensata a quel punto dell’anno scorso era proprio questa: fare un album di classici cercando al contempo di portarci dentro qualcosa di nuovo.

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Come ti sei sentita ad essere parte dell’evento musicale “Another day, Another time” assieme a gente come Joan Baez e Patti Smith? Pensi sia stato quello il primo vero punto di svolta della tua carriera?

A quel tempo probabilmente no, perché ero semplicemente eccitata dalla cosa e volevo dare il meglio di me. Alcune settimane dopo, quando sono arrivate le prime recensioni del concerto e si è concretizzata la cosa con T-Bone Burnett, ho realizzato che qualcosa di importante era accaduto.

Siamo nel pieno di un revival della musica folk e tu stessa hai preso parte con un collettivo di musicisti all’opera di scrittura musicale dei testi lasciati da Bob Dylan negli anni Sessanta. Credi che oggi le corde acustiche abbiano ancora qualcosa da dire?

Assolutamente, credo che sia molto importante. Durante la mia esperienza dei New Basement Tapes ho sperimentato – grazie a gente come Elvis Costello, Marcus Mumford e Jim James – il lato elettrico della faccenda e l’ho trovato molto interessante, apprezzandolo di conseguenza. Ma questa cosa non mi ha distolto dall’amore nei confronti della dimensione acustica, che credo abbia ancora tanto da dire: è vero, stiamo vivendo un revival della folk music e la gente suona il banjo, ma è ancora tutto molto superficiale. C’è spazio per un recupero più profondo delle radici. La mia missione è quella di portare la tradizione a un livello di consapevolezza dell’audience maggiore rispetto a un recupero che sia solo in superficie, perché le American Roots lo meritano. Io ci provo facendo al meglio la mia parte.

Angel City è un capolavoro, l’unico pezzo dell’album scritto da te durante le session dylaniane. Ti sei davvero sentita persa a un certo punto?

Si. Ero totalmente smarrita. Poi qualche giorno prima della fine delle session ci siamo seduti in sala e abbiamo ascoltato tutte le 45 canzoni prodotte…e la magnificenza della cosa, la bellezza della musica, di quanto avevamo prodotto, sono state queste cose ad ispirarmi. Ho percepito che il mio contributo era stato perfettamente funzionale alla causa, che avevo realmente cose da offrire. E’ stata una sorta di epifania, e così, quando il giorno dopo ho preso la chitarra e l’ho suonata a tutti i presenti in Capitol, è stato un bel momento.

Rhiannon Giddens

Una tua canzone è nello spot della Apple, dove hai anche recitato un cammeo. Credi che oggi i brand siano l’unica via per raggiungere un pubblico più vasto catturandone l’attenzione, visto che i social network sono diventati un melting pot di suoni e pagine sponsorizzate?

Non so se sono la persona più qualificata per rispondere, ma posso dire che quando ho saputo di cosa avrebbe trattato lo spot, quale sarebbe stata la storia raccontata, ho pensato che fosse davvero efficace. Prima di allora non avevo mai avuto un contatto con la Apple, piuttosto conoscevo  gli artisti implicati nella cosa, vale a dire il direttore e il fotografo. E’ quella la cosa più importante per me, se poi lo scopo di questa collaborazione artistica è quello commerciale della Apple, va bene. Se fosse stato uno show, sarebbe andata bene comunque. Se c’è del valore artistico in un progetto, perchè non farlo? Ovviamente anche nel mondo del music business ci sono costi da sostenere e conti da pagare, ma credo sia giusto mantenere una sana linea di equilibrio tra la salvaguardia del valore artistico dei progetti e un guadagno che nella vita reale è imprescindibile. In quest’ottica, che sia un brano, uno show o un altro tipo di progetto, laddove le premesse di valore artistico siano presenti, per me non c’è nessun problema. Quello che desidero è mantenermi sempre vera, e la storia raccontata dalla Apple nel suo spot mi ha molto toccata.

Verrai prossimamente in Italia?

Spero di sì, ma non so quando. Se fosse per me verrei anche domani! Sono venuta nel vostro Paese a quindici anni, per un programma scolastico estivo a Urbania. Spero di tornare presto da voi.