Rock senza prefissi

I Drink To Me non hanno da prendere lezioni di bon ton da
nessun astuto comunicatore. O di stile da qualche consulente di
immagine. O di coraggio, dagli ormai famigerati motivatori. I Drink To
Me sono diretti. Perché il rock è diretto. E i Drink To Me suonano
rock, come nel migliore dei sillogismi. Senza post, pre, nu, o new. Alt, classic, electro o stomp.
I Drink To Me suonano rock e basta. Rock senza prefissi. Che si tratti
di saturare i volumi di un amplificatore fino quasi al parossismo –
tutti gli strumenti in un sol coro -, come nel caso di almeno un
episodio (Insane, Put Your Head In The Sky) del recente esordio Don’t Panic, Go Organic!; di ergersi a provocatori o a cabarettisti sul palco di un’esibizione live grazie a uscite stravaganti e boutade al limite dell’umana decenza, come avviene nelle ormai leggendarie Stuprobrucio Nights (serate,
o meglio sarebbe dire, nottate-evento che finiscono per radunare tutti
gli artisti gravitanti attorno all’etichetta laboratorio-di-suoni
eporediese Stuprobrucio).

I Drink To Me si comportano, come
ha giustamente scritto il nostro Manfredi Lamartina in sede di
recensione, come se il riff di chitarra fosse stato inventato soltanto
ieri. O, aggiungeremmo noi, come se la chitarra fosse stata
inventata soltanto ieri. Perché è attorno alle potenzialità dello
strumento rock per antonomasia che tutti i brani di Don’t Panic, Go Organic! si strutturano, come ci ha confermato in sede di intervista Marco Bianchi,
voce, sintetizzatore e, ovviamente, chitarra. Con buona pace di chi
continua a ripeterci, statistiche alla mano, numeri sciorinati a mo’ di
salmodia, che i campionatori ultimamente vendono meglio delle seicorde.
Si astengano cercatori d’oro da ultimo trend o monomaniacali,
con Drink To Me, perché la forza – o la debolezza – dell’ormai terzetto
(da quando Pierre Chindemi, seconda chitarra, non è più della partita)
sta tutta nella capacità di scorrazzare in lungo e in largo per le
pagine della storia del rock, di certo rock – spesso quello
relegato nei capitoli meno consultati di un’immaginaria enciclopedia
lunga sessant’anni (new wave oscura, post punk, krautrock, bluesaccio)
– per poi aggiornarla, quella storia, con un gusto per il grottesco ed
il provocatorio, la strafottenza e l’ironia, che è tutto italiano, che
è tutto fuorché affettazione.

I
lunghi corsi stradali che fendono Torino in parallelo, alberati eppure
austeri, sembrano davvero, come si sente dire, non incrociarsi mai.
Certi percorsi, invece, finiscono quasi sempre per incontrarsi. Se ti
interessi delle sorti di certa musica, i volti che scorgi nei luoghi
deputati alla circolazione di suoni ed idee finiscono ben presto per
diventare familiari. Con Marco Bianchi, chitarra e
voce di Drink To Me, il caso ha voluto giocare subdolamente,
utilizzando come agenzie di socializzazione non il bar di qualche
locale, ma aule universitarie. Nondimeno, si era deciso di scambiare
due chiacchiere davanti alla classica birra, in ossequio al verbo del
rock che il terzetto eporediese si propone di diffondere. Ma, con DTM,
e lo dice già la ragione sociale, un boccale di birra rischia quasi
sicuramente di diventare due boccali di birra. E tre. E quattro. Si è
così optato, di comune accordo, per un asettico scambio di mail, che
non ha tuttavia impedito divagazioni al limite del decoro, provocazioni
e boutade. D’altronde è questa la forza di DTM: declinare il lessico
del rock di matrice anglosassone con un gusto per l’ironia che, e lo
diciamo con orgoglio, è tutto italiano.

Ci sono state
alcune critiche riguardo un presunto eccesso di eterogeneità tra i
vostri pezzi. A parte che l’atmosfera generale del disco non ci sembra
così eterogenea, perché secondo voi cercare di variare il proprio
repertorio viene visto sempre più come un difetto anziché un pregio?

Siamo
essenzialmente d’accordo con voi. Crediamo che l’eterogeneità del
nostro disco risulti uniformata da un tocco personale e riconoscibile
che ne riscatta la genesi “dispersiva” (è stato scritto nell’arco di
anni). Il fatto che sia vario comunque per noi è un pregio. Crediamo di
aver dato prova di carattere e creatività. Non ci è mai interessato, al
contrario, limitare le nostre possibilità espressive, e questo è ciò
che Don’t Panic, Go Organic! dovrebbe
comunicare. Ciò comporta, però, una richiesta d’attenzione maggiore,
una disposizione alla sorpresa, una piccola fatica che l’ascoltatore
medio non è abituato a investire nella musica. Un ascolto passivo,
distratto, pigro, non può che giudicare come un difetto la varietà di
un repertorio.

Che cosa vuol dire essere musicisti indipendenti oggi in Italia?

Significa
lottare contro i mulini a vento. Si è chiusi in un paradosso: per
costruire qualcosa di decente devi dedicare tempo, denaro, pensieri,
cuore al tuo progetto musicale, che man mano diventa indispensabile per
la tua vita, ma non hai minima idea di cosa ne potrai ricavare e ti
tocca, nel frattempo, lavorare! Talvolta rischi anche di non ottenere
nemmeno soddisfazioni personali, rischi di passare inosservato, di
essere snobbato o che. Il senso del musicista indipendente è questo
piccolo “eroismo”. Continuare, nonostante tutto.

Because
Because. Un pezzo molto bello con un testo molto breve. “Just because
it makes you cry doesn’t mean you’re all alone”. Com’è nato? A chi è
dedicato?

E’ nato da un’improvvisazione scherzosa,
in cui ironizzavamo sul romanticismo di certe canzoni. Poi il giro
semplice, la linea vocale e il ritmo particolare della batteria gli
hanno dato un perché. Tuttavia resta, nella nostra testa, uno scherzo.
Dolcezza e pathos appositamente saturati per evitare di prendersi sul
serio. Per rendere meglio l’intenzione che le diamo, dal vivo, a
partire dal tour di febbraio, ho iniziato a cantarla con un disegno di
un cazzo gigante appeso al collo simulando pose da cantante romantico.
L’effetto è comico-grottesco. Così noi e il pubblico ci divertiamo di
più, comunque.

Esiste, secondo Drink To Me e
Stuprobrucio, un’arte della provocazione? O la provocazione dell’arte
di oggi, come sembra a tanti, non è altro che una maschera che uno
indossa (come tu indossi il cazzo gigante) perchè, in fondo, è rimasto
poco altro da dire?

La pretesa di provocare oggi è
ovviamente ridimensionata, se non votata in anticipo al fallimento.
Quando lo scandalo o l’orrido o il linguaggio dell’avanguardia vengono
assorbiti nella grammatica del dominio e forniscono a questo nuove
possibilità di riscattarsi, elasticizzarsi, riproporsi meglio di prima,
resta poco da fare. E in noi la pretesa di smuovere coscienze non c’è.
Abbiamo piuttosto intenzione di buttare tutto dentro alla merda, noi
compresi. Niente moralismo. La merda è ognuno di noi. E poi è
divertente…

La formazione ora è a tre elementi. Come mai se n’è andato Pierre Chindemi?

Pierre
ci ha lasciati di sua iniziativa nel febbraio del 2007. Una forte crisi
d’entusiasmo. In principio si parlava di una pausa, che però dura
tutt’ora. Pierre ci ha lasciati in un momento delicato, e pur avendo
riallacciato ultimamente i rapporti, non sappiamo sinceramente se il
suo rientro sia possibile o meno. C’è da riconoscere che la maggior
parte dei pezzi del disco sono nati da giri di chitarra di Pierre, e
che i Drink To Me non sarebbero quelli che conoscete senza di lui.
Questo significa anche che stiamo cambiando ulteriormente stile. (ML e VS)