Rock’n’Roll Circus

Che cosa accomuna Mothers Of Invention, Beatles, Who, Kinks, Genesis, David Bowie, Fugs e Residents? Oltre a far parte dello stesso magnifico carrozzone, questi gruppi avevano trovato ispirazione in spettacoli come il musical, il vaudeville, il cabaret (e più indietro il medicine show, il music-hall e il circo), riuscendo ad imbastire qualcosa di più grande e coinvolgente della musica stessa. Oggi, nell’era delle tecnologie d’informazione avanzate, definiremmo quel risultato “multimediale”, ma allora non era altro che un caleidoscopio in continua mutazione, che trovava come unico limite la carenza d’immaginazione. Quanto ad idee, le risorse in quegli anni erano abbondanti e più cose si mettevano in moto – dal balletto alla gag comica, dal recitativo alla frustata ai leoni, dalla video proiezione allo spettacolo di luci – e più sensi venivano coinvolti, più si riusciva a creare un mondo altro, naturalmente per soli giovani.

Essi, i non-adulti del dopoguerra, erano infatti i primi nella storia dell’umanità che, alla loro età, erano divenuti realmente protagonisti di una cultura propria, che li vedesse al contempo creatori e destinatari; ma, se questo è vero, d’altronde – com’è ovvio in ogni mutamento culturale – niente di ciò che realizzarono venne dal nulla, piuttosto venne rielaborato e mescolato ad altri stimoli. Nello specifico il rock, che negli anni precedenti grazie a icone come Elvis e Beatles era stato istituzionalizzato come linguaggio dei giovani, a partire da metà anni Sessanta, stimolato dalla nascente (contro)cultura psichedelica (con annessi e connessi, incluse variopinte tavolette cartonate), trovò un fertile terreno nell’estetica tardo ottocentesca del cabaret e del vaudeville, nelle ariette dei comici, nei loro costumi colorati e bizzarri, ma anche nel balletto, nel mimo e nel music-hall.

Così, mentre per strada si aggiravano omini capelluti vestiti come baronetti dell’età vittoriana, nelle cantine, nei sottoscala e nei più moderni studi di registrazione si preparavano “rappresentazioni” tra le più bizzarre e inusitate. Frank Zappa, il primo a comprendere quanto la musica poteva guadagnare da un’adeguata spettacolarità scenica, si specializzò succhiando risorse dal cabaret e dai jingle dei commercial televisivi. Allo stesso modo, con Sell Out (1967) gli Who allestirono delle parodie irresistibili di sketch pubblicitari, i Kinks “adulti” (quelli di Village Green Preservation Society e Arthur) inscenarono arguti vaudeville di denuncia sociale, mentre dall’altra parte dell’Atlantico gli anarchici Fugs attinsero dal cabaret passando per le arie di Broadway. Ma il caso più eclatante ed esteticamente influente della commistione tra rock e arte “bassa” è stato senza dubbio Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band (e in particolare il brano Being for the Benefit of Mr Kite!), con le sue marce da fiera, le orchestrine, gli sketch del varietà, in altre parole tutti gli espedienti dell’avanspettacolo messi al servizio di una strumentazione folk-beat-psichedelica; un album che, almeno quanto a forma, ha tutto l’aspetto di un reliquiario pop (nel senso di arte popolare) prima ancora di un esperimento avant.

Il successo epocale di quel lavoro influì tantissimo sui contemporanei (si pensi alle “divise" portate dai Pink Floyd di Syd Barrett e dei Rolling Stones di Rock’n’roll Circus, o alle derive canterburiane di Kevin Ayers), ma il discorso era destinato a proseguire anche negli anni a venire: il glam-rock di David Bowie (che, non a caso, proveniva dal mimo e dal cabaret), le pantomime prog dei Genesis (che presero il lato più "alto" e romantico delle influenze “basse”), la nascita del musical, genere ancora attualissimo (si pensi a sempreverdi come Rocky Horror Picture Show o Jesus Christ Superstar), il trionfo planetario di un hit come Bohemian Rhapsody dei Queen (un’operetta condensata in una canzone pop), ne costituiscono gli episodi più illustri. Ma è con i Residents che il percorso fin qui tracciato ha forse raggiunto il suo apice o, se preferite, il suo punto di non ritorno. Riprendendo la lezione di Frank Zappa e Who, con il loro Commercial Album questi fantomatici musicisti riescono a fondere jingles pubblicitari, psichedelia, vaudeville, art rock condensandole in “canzoni pop” da un minuto. Ed è a questo discorso che oggi si riallacciano i Fiery Furnaces (ovvero i fratelli Eleanor e Matthew Friedberger da Chicago, ora residenti a New York), mostrandoci che quel favoloso intreccio musicale, stilistico e culturale è oggi ancora possibile.

Finiti in più di una classifica di fine anno (ci riferiamo al 2004), hanno goduto di entusiasmi crescenti da parte della critica specializzata e, mai come in questo caso, il comune denominatore di tante recensioni è stato la difficoltà di raccontare, descrivere il contenuto dei loro brani. Ci troviamo infatti di fronte a una band complessa, dalle molteplici influenze, che fa di ogni composizione un contenitore di stili e generi anche distanti tra loro, ondeggiando selvaggiamente dal ritornello sbarazzino all’arrangiamento ai limiti del lezioso, dal gioco naif alla riproposizione pedante.

Si tratta, comunque, di pop (certo, eccentrico come può essere quello del Brian Eno glam, o dei Blur, o del Brian Wilson di Smile), che non rinuncia a vestirsi ora di garage blues (ogni paragone – anche visivo – con i White Stripes può essere casuale o perfettamente calzante, a seconda dei momenti), ora del rock metropolitano dei Velvet Underground, ora della psichedelia più sfrenata, ora dell’elettronica (tanto di quella analogica d’annata quanto di quella cool à la Lcd Soundsystem), il tutto senza perdere quel gusto per la musica come intrettenimento, secondo la più classica scuola vaudeville. Dopo un esordio promettente ma non ancora del tutto personale (Gallowsbird’s Bark), attraverso una seconda opera titanica in odore di rock-opera à la Who (Blueberry Boat), con l’omonimo EP di recente pubblicazione i Fiery Furnaces hanno (forse) trovato la formula perfetta per l’art-pop del nuovo millennio.

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