Cantautorato mutante

La notte è un muro

Al Cosabeat ci si arriva percorrendo una strada strettissima che passa per la campagna forlivese. Da fuori, lo studio di registrazione di Franco Naddei ha l’aspetto di una vecchia casa colonica, confinata in un’area verde piuttosto rustica che sembra quasi fare da filtro naturale tra l’edificio e l’ambiente esterno. Il pomeriggio d’ottobre in cui arriviamo, c’è un consapevole silenzio autunnale ad accoglierci nel giardino che circonda lo stabile. Una pace quasi irreale che sa di isolamento, nonostante il primo centro abitato sia solo a pochi minuti di macchina. Vien quasi da pensare che un disco di artigianato autarchico come Navi, i Santo Barbaro, potessero concepirlo soltanto tra queste mura: dieci brani slegati da un’attualità musicale che vista da qui sembra ancora più aliena, capaci indirettamente di rappresentare un viaggio nell’io più recondito di chi li ha partoriti. «Nel cantare ci metto me stesso, la mia vita, la mia incompiutezza. Non me vergogno. Dalla bocca esce ciò che sono» dichiarava qualche tempo fa a E20 Romagna l’altra metà del progetto Pieralberto Valli riferendosi alla peculiarità della sua voce e dei suoi testi. Eppure il discorso potrebbe valere per tutta la poetica del gruppo, che incompiuta non è, ma certo procede senza freni in una ricerca formale febbrile, personale, mutevole, che non porta quasi mai dove ci si potrebbe aspettare.

L’ultimo Navi è un chiaro esempio in questo senso, anche se a ben vedere è così fin dagli esordi per i Santo Barbaro. Quando esce Mare Morto, nel 2010, in formazione ci sono lo stesso Valli, Marco Frattini (batteria), Francesco Tappi (basso e contrabbasso) e Giacomo Toni (pianoforte e fisarmonica) ma la sostanza non cambia. Già allora il linguaggio è composito, letterario, visivo e musicale al tempo stesso (il CD esce inizialmente inserito in un libretto con i testi e accompagnato dalle foto di Francesco Fantini, per poi essere ristampato dalla Ribess Records assieme a un libro di racconti – Un giorno passo e ti libero – indipendente dal disco), per un lavoro che sancisce le linee guida del progetto su un ventaglio stilistico comunque ricercato: «Il primo disco era incentrato sul concetto di straniero, una sorta di concept involontario se vogliamo. Una riflessione sulla diversità, sui viaggi da una realtà all’altra, data anche da esperienze personali. In questo senso, la dicotomia Santo Barbaro ci piaceva e ci piace tutt’ora. Questo concetto rimane il cuore di tutto il discorso: dove c’è una diversità, dove c’è anche disaccordo, c’è la possibilità che nasca qualcosa di nuovo».

Il “barbaro” come personificazione della diversità, quest’ultima da santificare ed eleggere a manifesto programmatico. Sembra una banalità e invece non lo è, soprattutto in un mercato veloce e caotico come quello in cui ci troviamo ad operare, a suo modo spietato nel non dare visibilità a tutto ciò che non sia immediatamente targetizzabile e in linea con i tempi di assimilazione ridottissimi del web. Nel caso di Mare Morto l’universo musicale di riferimento è una canzone d’autore elegante, parente alla lontana del jazz ma anche piacevolmente distesa nella riscoperta di un esotico che parte da certi accenni al Sud America per arrivare fino al Medio Oriente (Occhi immensi). In mezzo, riferimenti a esponenti di primo piano di un certo cantautorato moderno come Giancarlo Onorato (Santo Barbaro, Nuovi schiavi) e Marco Parente (Nero deserto), ma anche il Nick Drake di Three Hours (Guerre), certo blues in orbita Hugo Race (Cecità), pianismi in stile Black Heart Procession (Noir) e persino post-rock (Mare morto). «Volevamo ridestare la centralità della parola, del testo. Ma non per giungere allo stomaco di un pubblico vasto e sconosciuto, piuttosto per scavare nella nostra coscienza e mettere in discussione la nostra percezione delle cose» dichiarava il gruppo al nostro Luca Barachetti ai tempi del primo disco. Segno di una scrittura che prima di tutto è ricerca interiore e poi parto ad uso e consumo di terzi. Nei testi non c’è l’eleganza distaccata di un Tenco o il narrare puntuale di un De Andrè – anche se Valli è un estimatore della produzione del genovese –, piuttosto una serie di input capace di aprire delle porte, comunicare sensazioni, lasciando all’ascoltatore la responsabilità di interpretare. Un procedere per immagini montate in ordine sparso e date in pasto attraverso una calligrafia in parte già riconoscibile e senza sbavature.

Lorna, arriva l’anno successivo e finisce – immeritatamente, lasciatemelo dire – per passare quasi sotto silenzio. E’ sufficiente fare una breve ricerca su Google per rendersene conto: nel momento in cui scriviamo il celebre motore di ricerca dà come risultato sei recensioni in tutto – tra cui la nostra – e molte di queste non stanno sui principali siti internet di informazione musicale. Un delitto, se si pensa a tutto il ben di Dio che c’è all’interno del disco. Il secondo lavoro dei Santo Barbaro è una mezza rivoluzione, sia dal punto di vista musicale che della line-up: della formazione originale rimane il solo Valli e tra i crediti, questa volta, troviamo Franco Naddei (Francobeat) e il polistrumentista Diego Sapignoli (già Aidoru, Hugo Race, Sacri cuori, Pan del Diavolo, Vinicio Capossela). Il trio si dimostra la scelta migliore, vuoi per la caratura dei nuovi arrivati, vuoi per un’idea di canzone d’autore che qui si fa ancora più imprevedibile nei richiami. A dimostrazione un brano come Naufragio, vicino per indole all’ultimo Fabrizio De Andrè nella parte iniziale e poi inghiottito dalle chitarre elettriche o magari un Non balla nessuno voce-chitarra nei primi minuti e delirio di batteria ed elettronica in chiusura.

Giusto, l’elettronica. Compare qui per la prima volta ed è una svolta piuttosto importante nell’ottica dell’evoluzione del gruppo. Come sottolinea del resto anche Naddei: «Lorna è stato una sorta di terra di mezzo. Su quel disco io sono entrato a gamba tesa facendo comparire le prime cose elettroniche, elettronica che, alla fine, è un linguaggio che comunque possiede anche Pieralberto. In realtà, ho cercato di far venir fuori Pieralberto in un contesto diverso da quel cantautorato a cui si riferisce di solito, portandolo su altro pianeta. I brani di Lorna, alla fine, hanno comunque mantenuto un’identità basata su chitarra-voce al centro e l’impianto strumentale attorno». Nel nostro caso due sono gli elementi che sottolineano uno scarto decisivo rispetto al primo disco: da un lato un impianto musicale flessibile, volutamente sfilacciato e mutante (ascoltatevi L’uomo del sogno) nel suo toccare l’ambient, il folk, la canzone d’autore, i ritmi sintetici con la stessa efficacia; dall’altro i testi di Pieralberto Valli, perfettamente adagiati negli spazi ampi concessi dalla musica, peculiari nella metrica e molto più evocativi rispetto agli esordi. O per meglio dire, poetici. Del resto in quale altra maniera potremmo definire versi come Lei incide i giorni sulle vene di un bosco / rincorre la neve sui camini fumanti / lei che ascolta le foglie vagare nomadi sulle colline / tu non sai le carovane di lupi che si nascondono nei silenzi dei vespri (Il vuoto) oppure Potrebbero mancare forse anche millenni / per chi mendica su croci improvvisate / maledico l’uomo che sorride al mio specchio / il dolore che diventa passatempo /e se tu sei il padre perché non mi somigli / se tu sei il padre perché non premi il grilletto / che a me tremano un poco le gambe / nel vedere il destino che giunge su una scia di polvere (Su una scia di polvere)? E dire che lo stesso Valli, interrogato a proposito del suo stile nella scrittura, si schermisce dietro un «In realtà detesto scrivere i testi. Mi piace scrivere in libertà, senza vincoli, ma quando si tratta di calcolare le metriche e adattarle alla musica, faccio fatica. Di base, mi piacciono più la musica e la melodia».

Lorna è il disco che, in un mondo ideale, avrebbe dovuto sbancare alle Targhe Tenco. E invece passa veloce come l’acqua per finire presto nel dimenticatoio, lasciando tuttavia in eredità ai diretti interessati una serie di concerti utile per riflettere sulla direzione da imprimere al progetto. E’ ancora Naddei a parlare: «Portando in giro Lorna, ci siamo accorti che i concerti diventavano delle performance che cambiavano in continuazione. Se per esempio eravamo in un locale in cui prima di noi suonavano dub, poteva succedere che anche il nostro concerto guadagnasse qualche elemento dub. Qualsiasi brano, se è efficace, lo si può girare in tutti i modi. Noi cerchiamo sempre di tendere a un’evoluzione. Se Pieralberto domani venisse fuori con l’intenzione di fare il prossimo disco con un gruppo di africani e senza di me, quelli sarebbero i nuovi Santo Barbaro».

Senti la tempesta che cresce

Ricerca formale, dicevamo. Per Navi, il terzo disco della formazione romagnola, sarebbe meglio parlare di direzioni potenziali, attracchi possibili, futuri incerti. Come quelli suggeriti dal brano Nove navi, chiusura di scaletta che lo stesso Valli elegge in realtà a manifesto del nuovo corso: «Il disco è fondamentalmente autobiografico. Tutto parte dalla numerologia: nove sono le personalità, i destini. Le nove navi sono quindi i futuri potenziali, tra cui un individuo deve scegliere. Fuor di metafora, la direzione che deve prendere nella vita. Non ci sono appigli o consiglieri che ti dicano come muoverti, tutto dipende da te e la scelta ovviamente non è facile». Si parla di elettronica nei dieci brani del disco: teutonica, razionale, ma anche aperta a ogni tipo di contaminazione. Con la canzone d’autore a far da filo conduttore, da chiave interpretativa, tanto che considerare Navi come un disco di elettronica pura sarebbe quantomeno riduttivo, se non proprio un errore. I testi si fanno ancora più essenziali e risicati rispetto al passato, in una fusione a freddo con la musica che cerca di privilegiare le fascinazioni suggerite dall’insieme, dai brani nella loro interezza. Lontani, per una volta, dalle inutili e vetuste – anche se spesso inevitabili, quando si parla di canzone d’autore – vivisezioni tra parole e musica.

Il disco è un parto estenuante, iniziato da semplici demo chitarra e voce e arrivato, tra rimpalli e riletture infinite, a ciò si ascolta nel prodotto finito. Indice, quanto meno, della libertà creativa alla base del progetto. «Per me è stata una grande fatica» ci dice Pieralberto Valli «Sono arrivato in studio solo con i provini e abbiamo passato il tempo a smontare pezzo per pezzo quello che era stato fatto per costruire tutto il disco sulla voce. Per Urania per esempio, abbiamo fatto quattro versioni finite e poi ne abbiamo scelta una. In tutto ci abbiamo lavorato un anno, con le pause inevitabili tra una registrazione e l’altra. La cosa difficile, quando lavori molto in studio, è che puoi fare qualsiasi cosa con i suoni». E’ Naddei il “barbaro” della situazione. Sua è buona parte della responsabilità per le macchine utilizzate nella parte più elettronica del lavoro. E infatti si procede sui binari atipici e creativi tipici del personaggio, lontanissimi dalle ultime tendenze e certamente poco interessati a sancire un’appartenenza stilistica o ideologica certa. Anzi, si va esattamente nella direzione opposta, privilegiando il significato e lo svolgersi dei contenuti, piuttosto che una forma mentis riconoscibile e aggiornata: «Io [Franco Naddei, ndr] vengo dall’elettronica dei Depeche Mode in giù e ho quaranta anni. Non mi andava di competere con ragazzi giovani – su cui tra l’altro sarebbe stato molto difficile avere la meglio – che utilizzano il computer e due plug-in. Il mio linguaggio è semplicemente diverso. All’interno del disco ci sono comunque riferimenti precisi, come i Talk Talk e i Massive Attack ad esempio. Però è anche vero che nel momento in cui, in fase di scrittura, ci sembrava di essere troppo derivativi, abbiamo subito cambiato direzione cercando di suonare più originali possibili».

Nulla che appaia dispersivo o raffazzonato – come del resto era già accaduto in Lorna -, piuttosto una visione della musica come linguaggio tout court, a trecentosessanta gradi, e non come atto strategico. L’obiettivo è raggiunto, a giudicare da un disco che colleziona archi, pianoforte e basso, che concede enorme spazio ai synth e alle drum machine e che, nel contempo, mostra in alcuni dettagli un’indole sperimentale da coltivare. Nello specifico, i suoni percussivi in odore Einstürzende Neubauten ricavati dalle lamiere autocostruite di Jessica Stenta e perfettamente integrati nel tessuto sonoro. «Questo disco è un po’ una scommessa, un parto travagliato, perché ognuno di noi due ha voluto osare qualcosa in più seguendo il suo linguaggio e stimolando l’altro a fare altrettanto».

Chiudo gli occhi e non ricordo più

Resta infine da chiedersi in che termini la proposta dei Santo Barbaro sia riconducibile o meno al mondo della canzone d’autore. Lo è per la profondità degli argomenti, per la vena poetica dei contenuti e per la sensibilità; non lo è (soprattutto ora) se il termine di paragone è l’estetica dei classici o dei figliocci copia carbone dei classici. Qui siamo a duemila anni luce da casa, con una band che si dimostra abile nel ridefinire un linguaggio, non solo a frequentarlo. Un elemento che si spiega con le dichiarazioni di un Valli debitore solo in parte – e in tempi recenti – verso l’immaginario condiviso («In realtà fino a Mare Morto non ho mai avuto nulla a che fare col cantautorato. Prima suonavo punk, elettronica, trip hop, post rock. Quando ho deciso di passare ai testi in italiano mi sono guardato un po’ intorno e ho cominciato ad ascoltare i cantautori, in particolare De Andrè») e ancor più con quelle di Franco Naddei: «Tra i cantautori apprezzo soprattutto Lucio Dalla, che era davvero avanti. Le rivisitazioni moderne di cantautorato mi lasciano piuttosto freddo. Le trovo eccessivamente ripetitive rispetto ai modelli originali. In generale, il cantautorato l’ho sempre visto come un binario morto, in cui a spiccare sono in pochissimi. Anche i tentativi di svecchiamento del genere non sono sempre efficaci, come dimostrano produzioni di gente come Leonard Cohen negli anni Ottanta. Credo che il linguaggio cantautorale debba essere reso potente e originale da quello che sei tu, non tanto prendendo ad esempio qualche modello precedente a cui per forza di cose si finisce per rimanere troppo attaccati».

Un ragionamento che non fa un piega, se ci pensate, ma quanti lo mettono davvero in pratica? Soprattutto negli ultimi tempi, da quando la new wave del cantautorato si è riguadagnata uno spazio notevole negli ascolti del pubblico e, proprio per questo, è forse capitolata in una sclerotizzazione (per quanto spesso gradevole) dal punto di vista estetico e delle finalità. Da quel Vasco Brondi/Le luci della centrale elettrica – tanto bistrattato ma alla fine fondamentale nell’aprire un varco negli appetiti cantautorali del nuovo pubblico con il suo Canzoni da spiaggia deturpata – in poi, è tutto un ritorno di sonorità nostalgiche pensato per ascoltatori forse non del tutto consapevoli, talvolta fin troppo accondiscendenti. E allora non si sfugge nemmeno alla domanda inevitabile sullo stato di salute della cosiddetta “scena italiana”, a cui Naddei risponde con una chiosa che idealmente chiude il nostro percorso: «Di sicuro ora c’è più libertà. E la libertà ha lati positivi e negativi. Fare dischi oggi costa pochissimo e questo ovviamente permette a molte cose belle di emergere ma anche a molte cose brutte. Il giudizio sulla proposta musicale ormai lo dà la fruizione del pubblico. A volte il mondo indipendente è schiavo dell’estetica molto più del mondo major. Ci sono molti gruppi che sono nella posizione in cui sono perché se lo meritano e molti altri per cui invece questo ragionamento non vale. Non so. Senti certi testi che citano “You Tube” o “Berlusconi” e se da un lato identifichi tutto questo in un meccanismo generazionale, dall’altro ti rendi conto che questo tipo di musica è destinata a invecchiare all’istante. E’ musica morta, scaduta in partenza. Io ho seguito il sogno “pop” per anni facendo pali e traverse per etichette anche grosse. Alla fine non se ne è fatto nulla, però nel momento in cui ho deciso di smettere di voler piacere a tutti i costi, musicalmente sono rinato».