La memoria sensoriale dei suoni

L’idea del richiamo dei ricordi, di una memoria sensoriale dei suoni che raggiunge un momento presente e lo permea inevitabilmente”: tutto il senso del progetto Sepiatone è probabilmente in queste parole di Marta Collica – tratte dall’intervista che segue – e in un terzo disco, Echoes On, che dell’universo del gruppo rappresenta il sunto migliore di sempre. Una sintesi musicale nata in uno spazio mentale, prima che fisico, idealmente posizionato tra la Sicilia e l’Australia ma in realtà frutto di un’intesa (umana e artistica, tra la stessa Collica e Hugo Race) spesa tra vinili di seconda mano, nostalgie d’infanzia, samples, psichedelia, exotica, pellicole cinematografiche ingiallite. Opera di rivisitazione creativa di un immaginario fatto di immaginari, puzzle temporale e geografico sviluppato tra il 2001 e il 2004 con In Sepiatone e Darksummer e da sempre capace di tracciare un confine stilistico peculiare e riconoscibile. Quello che in termini narrativi definiremmo “finzione letteraria”, per i Sepiatone diventa una raccolta di momenti intrisi di immaginifico che poco ha a che vedere con i linguaggi musicali troppo consolidati e molto con un gioco sottile di equilibri.

Echoes On viene definito sulla vostra pagina facebook come “l’ultimo album della trilogia Sepiatone”, con i primi due passaggi rappresentati da In Sepiatone e Darksummer. In che termini si può parlare, in questo senso, di una trilogia? E’ una questione legata ai contenuti del disco o alla parabola del gruppo?

Già le canzoni di Darksummer, nel prendere forma, hanno mostrato a noi che le scrivevamo una continuità col lavoro precedente In Sepiatone, quasi fossero anelli di un’unica storia ambientata in un luogo fantastico ma altrettanto specifico, a metà strada tra la mia Sicilia e l’Australia di Hugo (per dirla semplicemente). Ogni volta, ad ogni disco, è presente questo tentativo congiunto di ritrarre momenti vissuti in un periodo definito, in una cornice estetica dalle caratteristiche costanti, anche se in evoluzione. Con Echoes On la nostra sensazione, rispecchiata sia dai contenuti che dalla forma, è quella di essere al termine del viaggio all’interno di questo spazio immaginario. Il momento in cui la scoperta si annuncia, si trasmette più esplicitamente all’ascoltatore, prima di essere pronti a ritirarci e a immaginare qualcosa di completamente diverso

Cosa vorrebbero richiamare gli “echoes” del titolo? Che tipo di disco volevate fare con Echoes On?

Il titolo è tratto da una strofa del brano Morning After: “Echoes on, through the dawn of the morning after“. Non so associare il disco ad una specifica tipologia, ma al suo interno è presente l’idea del richiamo dei ricordi, di una memoria sensoriale dei suoni che raggiunge un momento presente e lo permea inevitabilmente. Sepiatone è musica creata da due persone cresciute negli anni ’60; i suoni nostalgici di Echoes On sono letteralmente echi di memorie d’infanzia di colonne sonore, tv show, musica d’orchestra e di musical, così come anche di pop music.

Che contributo hanno dato all’ultimo album Giovanni Ferrario, Davide Mahony, Marco Franzoni e Giorgia Poli?

Un grande contributo, diverso per ognuno di loro e con la naturalezza di chi conosce bene il nostro modo di fare musica. Giovanni, Giorgia e Davide hanno portato molte delle loro idee e del loro stile in studio. Ci hanno fatto sentire parti di basso, assoli di chitarra, pattern di programmazione elettronica, scaturiti dal loro gusto e dall’ascolto dei pezzi. Marco, che si è occupato prevalentemente delle registrazioni e dei missaggi, ha provveduto ad affinare ed esaltare certe frequenze e atmosfere caratteristiche del nostro suono. Voglio ricordare anche gli altri musicisti ospiti del disco: Julitha Ryan, violoncellista australiana; Tazio Iacobacci alla chitarra elettrica, Riccardo Gerbino alle percussioni e Giovanni Arena al contrabbasso, musicisti siciliani che, in varie formazioni, sono spesso presenti nei nostri progetti.

Foto di Volker Roloff

Foto di Volker Roloff

Quanta parte biografica c’è nel progetto Sepiatone? Che influenza ha avuto, il gruppo, sulla tua dimensione personale?

Sepiatone è nato e si è sviluppato intrecciando la mia relazione con Hugo al lavoro di musicista di entrambi. La nostra storia sentimentale si è trasformata in un’amicizia, il nostro lavoro ci ha visti per un lungo periodo insieme contemporaneamente in diversi progetti, sino a distanziarci geograficamente per via di impegni in band differenti. Un progetto artistico nato e mantenuto in questa situazione, risuona costantemente, nel bene e nel male, della sua prossimità con la vita reale. Non so quanta di quella contenuta nel disco possa essere considerata un’autobiografia obiettiva, perché c’è sempre la fantasia a trasfigurarla e a mistificarla.

Stilisticamente parlando, tu e Hugo Race sembrate agli antipodi: lui affezionato a un blues terreno e carnale, tu eterea ed elegantissima. Come riuscite ad arrivare a una sintesi quando scrivete? L’approccio musicale è un riverbero dei rispettivi caratteri?

Anche se alcuni lavori di Hugo affondano le radici nel blues, seguendo poi traiettorie a volte più eteree, a volte più sperimentali, per lui ogni disco diventa un produzione con un mood particolare e distinto. Scrivere con Hugo è un processo complementare e istintivo. La sua capacità espressiva terrena e carnale, come dici tu, con Sepiatone probabilmente si rimette alla mia capacità di distacco e astrazione. Ma entrambi abbiamo dentro un po’ dell’una e un po’ dell’altra, forse in dosi diverse. Per questo ci comprendiamo a livello stilistico.

In recensione definisco la vostra formula come “una varietà di stimoli figlia anche del nomadismo biografico di entrambi i musicisti e piacevolmente indecisa, in quel latitare tra sogno e realtà che la caratterizza da sempre” E ancora: “questione di cauti equilibrismi, un puzzle paziente e volenteroso”. Lo scopo era sottolineare l’estrema libertà alla base di un suono peculiare e che scaturisce da dettagli sonori molto diversi tra loro. Ti ci ritrovi? Quali erano le idee musicali che vi hanno spinto a costituire la band, all’inizio?

Mi ritrovo assolutamente nelle tue definizioni. Il progetto Sepiatone è partito, in un certo senso, con New World, un brano nato talmente tanto tempo fa che non ricordo esattamente chi di noi abbia scritto cosa. Sono sicura però che le condizioni in cui si è materializzato il brano sono state ciò che ha creato l’imprinting per la nostra musica. Hugo era in Sicilia, in una fine estate torrida; io lavoravo con musicisti siciliani che venivano da sperimentazioni sulla musica mediterranea – Riccardo Gerbino e Giovanni Arena (dei Dounia). I loro strumenti acustici percussivi e melodici così remoti, ricchi e lontani dal rock, ricordavano a Hugo l’exotica delle orchestre anni ’50, le colonne sonore adottate più avanti da certi film psichedelici, un suono proveniente da vinili rovinati recuperabili in alcuni magazzini di dischi e oggetti di seconda mano a Melbourne. I primi passi del progetto sono stati questi. Appena arrivato a Melbourne, Hugo mi ha inviato una serie di cassette in cui aveva registrato, mixandole con due giradischi, ore di musica strumentale indefinibile, affascinante miscuglio di exotica, samples da film, frammenti di colonne sonore e altro. Con quelle cassette sono andata nello stesso studio vicino al mare dove avevamo lavorato insieme qualche mese prima e ho registrato la voce di quelle che sarebbero state le nostre prime canzoni.

Guardando indietro, ai dischi e al percorso che avete fatto come gruppo, che cosa vedi?

Vedo due giovani musicisti di diversa nazionalità e pieni di entusiasmo, alle prese con un’avventura senza aspettative di sorta, tranne quella di scoprirsi in un suono proprio e suggestivo. Li ho visti diventare adulti e continuare a sperimentare ricreando, attorno ad ogni nuova canzone, quel mondo immaginario sempre un po’ riconoscibile. Continuo a vedere una band o un duo che gioca ancora con queste cose, senza perdere di vista il piacere e l’immediatezza nel farlo.

Vivi a Berlino da qualche tempo. Come giudichi il suo contesto musicale/culturale e quanto, del mood che caratterizza la città, finisce nella tua musica?

Il contesto in cui mi sono ritrovata a Berlino è quello di musicisti e artisti continuamente in transito tra la città e altri luoghi d’Europa e del mondo, o magari all’interno della città stessa. Berlino è vasta, si trasforma in fretta, con la vita culturale che si sposta da un quartiere a un altro sospinta dalla nascita di complessi residenziali dove magari prima c’erano solo caffè e punti d’incontro. Vieni catapultato costantemente in uno spazio nuovo, in cui tutto prende forma velocemente. Anche in questa situazione, la città si difende dalle forze commerciali e continua a rimanere un grande laboratorio di ricerca, dove si può trovare tutto ma in cui molto potrebbe anche sfuggirti, tanto fluida e poco strutturata è la mappa culturale e musicale della città. Questa transitorietà e le strane casualità che ti mettono in contatto, di volta in volta, con realtà culturali diversificate, come anche l’eredità non convenzionale della storia artistica cittadina degli anni ’80, sono entrate a far parte della mia vita e della mia musica. 

17 Gennaio 2014
17 Gennaio 2014
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