Setola di Maiale
Una rete, nessuna verità

Diceva Quine che l’insieme delle conoscenze è una rete le cui estremità toccano l’esperienza: è sempre possibile fare aggiustamenti all’interno della rete per mantenere alcune verità e rivederne altre. Ci piace pensare a Setola di Maiale (d’ora in poi SdM) come ad una rete di conoscenze senza verità alcuna basata sull’interscambio culturale, sulla circolarità dell’informazione, sulla trasparenza, sulla comunicazione molti-a-molti. Una rete estendibile, smisuratamente elastica, disponibile a infiniti aggiustamenti all’interno.

Ci piace pensare a SdM come all’insieme delle esperienze condivise, degli incontri fatti, degli incontri mancati; delle affinità, delle collisioni; dei potrei e degli avrei-potuto. Il dialogare, in direzione ostinatamente orizzontale, di linguaggi diversi, di culture diverse. SdM, si legge a chiare lettere sul sito ufficiale, non è una vera e propria etichetta discografica: è nata principalmente per autoprodurre – in edizioni limitate – i dischi di chi vi è direttamente coinvolto. E’ così che va, dal 1993, da quando Stefano Giust decide di gestire in splendida, autarchica solitudine – a volte al limite della autocastrazione – musica non interessata al vendere ma al ricercare; di gestire, il che è lo stesso, una (non)etichetta di note non convenzionali, laboratorio di ricerca in divenire sul corpo mai così vivo della sperimentazione jazz, avant e impro, punto di incontro/scontro tra microrealtà sonore in costante fermento. E’ così che nasce ciò che davvero deve nascere, da un bisogno; è così che nasce SdM, da un bisogno.

Quattordici anni dopo, SdM è ancora fieramente al suo posto, si è guadagnata con il tempo una solida reputazione e vanta un catalogo di tutto rispetto, quantitativamente e qualitativamente parlando. Scorrendo i titoli che lo compongono ci si accorgerà presto o tardi che a prevalere è un retrogusto jazzato: nella libertà delle strutture, nell’inesistenza e nel superamento degli schemi, nell’uso apparentemente atipico delle ritmiche.

Ma è jazz come ipotetico e lontanissimo punto di partenza verso tutta una serie di suoni/composizioni/progetti che sfiorano territori da contemporanea colta o meno colta, noise-sound eccentrico, impro-rock libero, ambient ultra-terrena: così che l’ascoltatore curioso dell’oggi, l’affamato in cerca di nuove esperienze non può – non deve – perdersi il piacere di incappare almeno in talune delle maglie che compongono quella rete soggetta ad aggiustamenti continui. Perché la forza orizzontale di SdM risiede proprio nell’ascoltatore, cui è richiesta attenzione e partecipazione, passione ed interesse che non sia passivo, ma attivamente ricettivo.

Per questo abbiamo preferito far parlare, con una serie di recensioni cronologicamente disposte, la vera protagonista setolare: quella musica sghemba, storta, atipica, variegata eppur sempre affascinante, che speriamo siano in molti a (ri)scoprire ed apprezzare.

SM210. Sergio Fedele/Trio KlangAvanguardia Clandestina

Due lunghe tracce catturate dal vivo al Festival Setolare in cui l’esplorazione “microstrutturale del suono” avviene mediante un’improvvisazione guidata della e sulla struttura basica della composizione. I 12 Kôan del primo pezzo, espressione Zen usata per indicare “un problema paradossale che eserciti la mente al Vuoto”, equivalgono ad altrettanti brevi pezzi in variazione seriale per le marimba di Filippo Tosi e il clarinetto di Sergio Fedele. Nel secondo, Offerta, suite in sette movimenti ciascuno dei quali riferito ad una parte dell’albero e associato ad una immagine simbolica, l’ensemble al completo si produce in un esercizio in cui ogni parte è autonoma e indipendente rifrangendosi in un gioco di specchi in cui la suddivisione interna di ogni singola parte è anche ripetizione dell’intera composizione. Difficile, ma non per questo meno interessante di altri titoli setolari. (SP)

SM250. Orbitale TrioConcerto Ai Tolentini

Concerto Ai Tolentini cattura il terzetto Giust (batteria, percussioni elettroniche), Pilat (sax tenore e baritono, tromba, flauto traverso), De Piaggi (chitarra) in un live intenso e fuori schema. Totalmente improvvisate, le sei tracce mostrano l’Orbitale Trio nella dimensione più consona, quella cioè di una improvvisazione radicale che mostra maturità strumentale e interazione collettiva. Le variazioni sul tema scorrono liquide (Quarto) rotte dalle improvvise esplosioni del sax di Pilat; la batteria di Giust è quanto mai eclettica – si ascolti la fase centrale di Opinioni – seppur riconducibile sempre ad una anarchica impostazione jazz. Quando entra in gioco la tromba, poi, sembra di avvertire in lontananza l’eco di quel vecchio pazzo di Miles Davis che se la ride giocoso di come i frutti del suo lavoro di ricerca non siano andati persi. (SP)

SM300. MargineEsplendor Lunare (Parte 1-2)

Margine unisce il deus-ex-machina Giust ai fratelli Cartolari, asse portante di Anatrofobia, in questo caso coadiuvati dall’altro membro fondatore dell’etichetta Paolo de Piaggi. In questa prima incarnazione a 4, troviamo due lunghe tracce di isolazionismo para-jazzistico vicine a certi momenti in absentia degli anatrofobici: lunghe pause, vuoti pneumatici, silenzi assordanti frutto dell’improvvisazione selvaggia e senza confini di sax/basso/batteria, in un secondo momento polverizzata dall’elaborazione al computer di De Piaggi. Le aperture strumentali rimandano a pause ambientali, in cui gli strumenti si fondono gli uni negli altri per dare vita ad una musica liquida, oscura, visionaria. La successiva elaborazione/campionatura dei suoni rende praticamente irriconoscibili i suoni dei singoli strumenti e dona un’aurea altra, lunare verrebbe da dire, al disco. (SP)

SM470. SETOLADIMAIALE UNITLive at 48th Biennale di Venezia

Setoladimaiale Unit. Una macchina da guerra sin dal nome. SdM alla Biennale di Venezia. Un ossimoro, probabilmente, una contraddizione performativa. O il vagheggiare di un illuso. E invece accade che i protagonisti dell’etichetta vengano invitati, tramite il gruppo Oreste (network romano di artisti visivi), alla 48esima edizione della esposizione delle arti mondiali. Cosa riserveranno Giust e compagnia (i coinvolti sono numerosi, quasi tutti apparsi, con dischi o collaborazioni, nel catalogo dell’etichetta) agli ignari frequentatori del mondo dell’arte? Viene quasi da non crederci. E invece c’è un disco a testimoniare. Ci sono 50 minuti di improvvisazione free form, la voglia di mettere alla prova, e di mostrare agli increduli, gli esercizi di una verve critica dialettica dialogica democratica – ormai assai matura, siamo nel 1999 –  che si esprime, ma per ragioni meramente contingenti, ci pare di capire, con il linguaggio del jazz. Come se la tranquillità di un salotto mondano di ascendenza proustiana, in cui si discute educatamente delle arti, venisse all’improvviso squarciata dal vociare indistinto – eppure quanto stratificato! – di una congrega di anarchici sobillatori. Disco da possedere già solo per il valore archeologico-documentale che incarna. (VS)

SM580. Bianca BelmontLetnica Sopot Hel

Un gruppo – italiano, per giunta – che già agli albori degli anni novanta proponeva un rock per niente restio ad accogliere inviti e provocazioni dub, black, kraut, no wave, jazz e world music. New wave assai ragionata e sfrontata dieci anni prima di Liars, Deerhof e compagnia, dunque, ma all’ombra della Mole ed in tempi non ancora pronti a farsi lambire dai flutti di quella new wave reinassance che sarebbe esplosa di lì a poco. E’ allora SdM ad assumersi il compito di preservare – rimasterizzandoli in una edizione CD-R – questi tesori nascosti inizialmente apparsi su nastri autoprodotti tra il ‘93 ed il ‘95: il tutto – servisse a dimostrarlo anche solo la mancanza di tempismo, disastrosa, in termini latamente commerciali -, in maniera disinteressata e passionale. Processo che appare ancor più naturale se si pensa che il leader di Bianca Belmont, Dominik Gawara, sarebbe diventato presto uno dei massimi animatori dell’etichetta. (VS)

SM930. VortbarLive At Cpa Firenze Sud

Benvenuti nel dance-hall della Setola, non-luogo per eccellenza dove non si balla di gambe, ma di stomaco e di testa. Al Vortbar i ritmi si spezzano, le melodie non esistono, le luci strombo si piantano in faccia come in un commissariato qualsiasi. Il Vortbar è una centrifuga di suoni in libertà, in cui è la tensione cerebrale a tenere alta la spia dell’allerta. A gestire questo vorticoso bar è l’ennesimo duo dell’etichetta. Luca Vortex è la mano sul giradischi che provvede i rimasugli dell’elettronica nell’era del melting pot totale: stramberie electro, distorsioni da d’n’b inacidita, pulsioni da idm scaduta, ipotesi di jazz slabbrato e lunare. Stefano Bartolini graffia il tutto con i suoi interventi di sax chirurgico in invocazioni ora free, ora impro. Un suono che procede a strappi e singhiozzi per disegnare la disco-music di un mondo parallelo. (SP)

SM970. Vittorino CurciNei Paesi Novembre è Un Bel Mese Dell’Anno (18 Improvvisazioni Solitarie Dedicate a Cesare Pavese)

Una dedica a Cesare Pavese. Un uomo ed il suo sassofono. Violentato, torturato, amatodiato, tormentato. Messe in secondo piano le velleità letterarie del grande scrittore che Vittorino Curci è, dismessi gli abiti del frequentatore dell’opera pavesiana – la dedica rimane tutto sommato un’intenzione poco esplorata -, a rimanere è l’uomo con il sassofono. Il jazzista, ma di jazz qui – per i puristi – solo poche tracce. L’improvvisatore, ed è l’improvvisazione a sostenere il tutto. Il rumorista, e di rumore con un sax – ce l’hanno insegnato – se ne può fare a quintali. Lo strumento divaga, recalcitra, risucchia, gira a vuoto, ritorna sui propri passi. La meta non esiste, esiste solo l’imperativo di prestare attenzione ai crocicchi e i colpi di vento. Qui caos e suono organizzato variano di pochi segni. Qui si ascolta musica per orecchie che sanno. (VS)

SM980. PentliczekAbnormous Post Anomalous And Proto-Surrealistic Versions Of Popular And Traditional Psychotic Songs

Curriculum vario ed eterogeneo, quello del polacco Dominik Gawara. Uno che prima di arrivare al solitario approdo della sigla Pentliczek ha girovagato tra derive industrial e latenti omaggi all’Eraserhead lynchiano, musiche sghembe snowdoniane (vedi anche il progetto, sempre su SdM Bianca Belmont) e progetti di anti-jazz da collettivo dadaista. In splendida solitudine, Gawara disegna paesaggi di musica elettronica sfaccettati e divergenti, oscillanti tra ambient satan-esoterica (La Zone Del Silencio), crescendo digital-percussivi da rito voodoo (Ekemezhi I) e vorticose discese di electro-trance deviata (Oh No! Blakey). Ossessività e ripetizione, samplerismo atipico e sperimentazione dub, Fela Kuti e musiche popolari, più un amore incontrollabile per la percussività etnica e sciamanica, fanno di Abnormous… un disco che se fosse targato, chessò, Aphex Twin, farebbe gridare tutti al miracolo. (SP)

SM1030. Tiziano MilaniMusic As A Second Language

Più ancora che nel primo disco per SdM, Chamber Music For Screeching And Artificial Insects (SM940), è in questo lavoro del musicista lombardo che il delicato equilibrio tra elettronica astratta e linguaggio classico contemporaneo sembra reggersi su sé stesso. Accade così che i rimbrotti dei fiati o le note di piano di un ensemble da camera mai esistito e le geometrie digitali che perimetrano in continuazione una cornice instabile finiscono per coagularsi in lampi di bellezza improvvisa e fuggevole (Interazioni I, Interazioni IV); che il linguaggio della macchina si presti docilmente ad essere impastato con cura come fosse colore – pur sempre grumoso – da spargere su di un’enorme, sonora, tela pollockiana (Interazioni II, Interazioni III); che il rumore concreto, citato evocato decontestualizzato assurga a nuova dignità artistica grazie all’affascinante balletto di seduzione che i suoni elaborati continuano ad esibirgli senza posa in un’estenuante, intermittente, crescendo tutto cerebrale fra ripulsa e fascinazione (Interazioni V). (VS)

SM1040. Ninni MorgiaLive @ The Foundry NYC 20/05/2006

SM1050. Ninni Morgia/Jordon Schranz DuoLive @ The Foundry New York City 18/11/2006

Due titoli impro-rock per l’eclettico chitarrista trapiantato a NY Ninni Morgia. In solitario fornisce un esaltante bignami del suo scibile chitarristico in una escursione lunga 30 minuti. Dall’isolazionismo ambient della parte iniziale alla saturazione psych-rock del finale il percorso prevede un lungo crescendo che mostra un Ninni maturo nel gestire non solo lo strumento, ma anche le possibilità dell’amplificazione.
Discorso che vale anche per l’altro live in duo col sodale Jordon Schranz, anche se l’ambientazione si fa più “psichedelica”, ossia tendente ad una apertura quasi cosmica e ovviamente dilatata delle strutture d’impostazione free dei due. La chitarra liquida di Ninni si muove tra sferragliamenti e ruvidezze poco ortodosse fino a risultare l’intersezione esatta tra un Sonny Sharrock più ruvido e un Keiji Haino “mediterraneo”, mentre il compagno, dal canto suo, provvede al tappeto ritmico col suo agile contrabbasso. (SP)

SM1060. ImprovvisoundexperienceSupercoclea For New Apes

Tredici musicisti vieppiù del trevigiano, collettivo che intreccia batterie e chitarre con una selva d’ottoni, tutti quei background eterogenei a base di contemporanea e punk, jazzisti comunque se vogliamo, più o meno intrisi di tradizione e sana iconoclastia. Fatto sta che tra i vari progetti – collusi col mondo della videoarte e della semantica, con la memoria offesa dei pellerossa, addirittura col cinema blaxploitation – questo Supercoclea è il più eminentemente "musicale", naturale quindi pubblicarne un distillato sotto forma di cd. Quattro tracce dove il respiro lungo bandistico degli Ellington e dei Mingus si screzia d’irrequietezza soul-noise e avanguardia impro, s’invola cinematico e rutilante (si veda il finale di Flowers For John), s’inzuppa di brodo di cagna cool (Monsieur Le Coprophage, più o meno la fusion davisiana riarrangiata da Gil Evans), sfarfalla stropicciate freevolezze ambient-dadaiste (Eliogabalo #211006), per poi pagare il dovuto pegno ai padri Art Ensemble Of Chicago con la mesta Strawberry Mango. Disco pensoso ma generoso, sostenuto da una tensione genuina e l’inventiva sbrigliata di chi ha imparato a dribblare la consuetudine. (SS)

SM1070. CamusiCamusi

Progetto tra i più stimolanti di quella epifania vivente che è Stefano Giust, Camusi è un duo di improvvisazione atipicamente jazz, nato dall’incontro con l’altra anima gemella Patrizia Oliva, a.k.a. Madame P. La Camusica nasce in quell’interstizio esistente tra le cifre stilistiche peculiari dei due: l’elettronica rumorista e la ricerca sulla e della voce di Madame P e l’enorme mole percussiva larvatamente jazz di Giust. La voce della prima si spezza, si rifrange, si autofagocita rimandando tanto a Mina quanto a Diamanda Galas, con tutto ciò che c’è nel mezzo. La capacità trasformistica e di adattamento a contesti sempre più diversi e vari del secondo mostra una compiutezza ormai pressoché perfetta nel saper disegnare paesaggi sonori personali. A risalire dal profondo dell’animo dei due protagonisti sono memorie di una atavica bellezza manifestate sotto forme musicali cangianti: da ipotesi di trip-hop formless a nenie che guardano ad oriente. Un esordio col botto per due musicisti tanto interessanti quanto sottovalutati. (SP)

SM1110. L’Amorth DuoNulla Esiste

Se si accoppiano due personaggi borderline come il Giust e Malagnino il risultato non può che essere un progetto di noise rural-concreto dal nome esotico ed alieno tanto quanto le musiche (?) presenti nei due lunghi brani. Digressioni noise-rurali per ambientazioni domestiche che tradotto significa una catastrofe di suoni in totale libertà casalinga. Il Giust che come suo solito si getta a scatafascio su qualsiasi oggetto si possa percuotere, Malagnino maltratta la quotidianità stereofonica fatta di stereo rotti, piatti malmessi, registrazioni d’annata mozzate, in un continuo cut-up demistificatorio mai fine a se stesso. Cacofonia dell’esistente, rifrazione perenne dell’ordinario che si fa straordinario, musica che non teme confronti senza titubare su generi o sottogeneri. L’Amorth Duo, nelle parole dei protagonisti, si pone come obiettivo quello di “esorcizzare gli spazi delle onde radiofoniche”. Come contraddirli? (SP)

SM1120. Black Taper TaigaBlack Taper Taiga

Qualcosa di frastagliato e aspro ripieno di calda inquietudine: Black Taper Taiga, triangolazione operata da Matteo Perissutti, Shawn Clocchiatti-Oakey e quello Stefano Giust che di SdM è tra i fondatori. La chitarra elettrica del primo si manifesta a graffi, a incandescenze rapide, a incapricciamenti rugginosi, a ricami spersi. Il secondo presta l’impeto frugale della chitarra acustica e talvolta digrigna fonemi e singulti, smozzica frasi da shouter immolato dal brusco impatto sulle cose della vita. Il terzo è una batteria frenetica e sensibile, un palpitare battente e calligrafico, uno sfarfallio delicato e minaccioso. I Black Taper Taiga suonano leggendosi negli occhi quello che accadrà nei prossimi respiri, aggrappandosi a canovacci tignosi squarciati da improvvise sospensioni, quelle da cui spira un soffio di quiete pensosa. L’impro jazz applicato al folk blues per una esasperata Fandango, per una Closer che s’aggira tra sincopi e apnee meditabonde, per la stringente nevrastenia di The Nightwatch, per l’allucinato ciondolare di Stitches, per le febbrili folate scat-blues di The Wake e Rat Saga. Organici, centripeti, eminentemente setolosi. (SS)

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