“Sguardi altri”: Gianmaria Aprile incontra Asbestos Digit Records

Torna la nostra rubrica random in cui ad allungare lo sguardo su label, musicisti, produttori non sono i giornalisti ma dei pari. Torna di nuovo Gianmaria Aprile, musicista con Luminance Ratio ed editore con Fratto9UnderTheSky, che intervista Andrea Prevignano, giornalista musicale per Rumore (e non solo), scrittore (l’ottimo Noise su Castelvecchi, 1998), musicista e molto altro ancora. L’attenzione di “Sguardi altri” verterà però non tanto sulla sua ormai lunga attività al di qua della barricata, davanti a una macchina da scrivere, quanto sulla insolita veste di noiser e di deus-ex-machina della Asbestos Digit, piccola web-label dalla storia curiosa (e, purtroppo, tristemente attuale) che si appresta a pubblicare, non solo digitalmente, un doppio album tributo alla primigenia scuola industrial ma elaborato da musicisti gravitanti intorno a Casale Monferrato: come a dire, una compilation geolocalizzata e insieme intra-generazionale. Industrial Music For Asbestos People, questo il titolo che evoca evidentemente altri classici dell’industrial, è in ascolto integrale nella pagina album dedicata. (SP)

Gianmaria Aprile intervista Andrea Prevignano/Asbestos Digit

Asbestos digit è una weblabel pensata e curata da Andrea Prevignano. Per chi non lo conoscesse Prevignano è un rispettosissimo e acculturato giornalista che non si vanta certo della sua posizione. Ha una penna fortemente poliedrica che lo porta ad avere una rubrica all’interno del programma radiofonico di Radio Deejay con il Trio Medusa (“Chiamate Roma Triuno Triuno”), passando per la pubblicazione di un libro sul noise delle avanguardie musicali americane (“Noise”, Castelvecchi editore), fino a scrivere di musica indipendente per le riviste Rumore e Musica. Sempre quasi di nascosto, poco più di un anno fa, decide di pubblicare dischi in formato digitale per la sua Asbestos Digit.

Iniziamo dando una collocazione geografica dell’etichetta. Dove si trova la città dell’amianto e perché dei minerali come portanome della label?

La weblabel Asbestos Digit è nata a Casale Monferrato (Asbestos City, la Città dell’Amianto, provincia di Alessandria), un anno fa. Asbestos City Production è una sorta di sigla-cappello con la quale nel corso degli ultimi venticinque anni alcune produzioni del mio gruppo noise rock Kermit sono state marchiate, per lo più demo a tiratura limitata. Niente di significativo, un’entità fittizia, nata per divertimento. Poi dall’inizio degli anni Novanta a Casale alcuni musicisti, più per darsi un’identità che altro, hanno iniziato a chiamare così la scena indie rock cittadina.

La Città dell’Amianto. Casale è tristemente nota per l’attività dell’Eternit, l’azienda svizzera che a partire dagli anni Cinquanta, poco fuori dal centro storico della città, ha iniziato a produrre lastre di fibrocemento utilizzate per l’edilizia, la coibentazione, il cosiddetto “eternit”, le cui polveri sono risultate subito velenosissime. Da allora a Casale e dintorni c’è stata un’ecatombe. Si parla di più di duemila morti accertati per mesotelioma pleurico, una malattia in grado di incubare per decenni e che si manifesta in modo quasi fulmineo, che non dà scampo e per la quale le cure, pure necessarie, sono praticamente inutili. Nel 2015 c’è stato il picco della mortalità. A Casale si morirà di asbestosi con un tasso sopra la media ancora per almeno quarant’anni. Un lungo processo che ha messo sotto accusa i vertici dell’azienda si è concluso con un nulla di fatto qualche anno fa. Questa quieta cittadina del Piemonte orientale nella quale sono nato è di fatto una piccola Bhopal.

Come scegli i gruppi/musicisti che pubblichi? Molti so che fanno parte del giro di musicisti di Casale Monferrato e di Roma, quindi legati al tuo territorio…

Asbestos Digit raccoglie i gruppi del territorio che da più di venti anni fanno musica. Si tratta di persone tra i 30 e i 50 anni che hanno vissuto nella zona, gente che ha fatto parte di gruppi indie rock tra la metà degli Ottanta e oggi: Kermit, Joule, Montenegro Tango, Do’s’n’Dont’s, Ovoid Dummy, Dead Models, Bloody Honey, Radio King. Tutte piccole realtà non professionistiche che di fatto non hanno mai smesso di suonare, che si sono intrecciate in modo incestuoso. Mi è sempre piaciuto fare da collettore di queste esperienze e di favorire scambi di vedute, di incoraggiare collaborazioni.

Graefenberg è un progetto che ti vede coinvolto, di cosa si tratta?

Dal 2009 ho smesso di suonare la batteria e ho messo su un trio per laptop di harshnoise/drone music, i Graefenberg, di stanza questo momento a Roma, dove vivo in pianta stabile dal 2007.

Quando nasce l’idea di Asbestos Digit?

L’idea dell’etichetta è venuta fuori in occasione della partecipazione della mia prima band, Montenegro Tango, riorganizzata per una reunion, a una nuova edizione di una rassegna cittadina che da tempo non aveva più avuto luogo. Da lì, l’idea: vado a rompere i coglioni a tutti i miei amici di un tempo e chiedo loro di produrre nuova musica, fuori dai loro abituali schemi, fuori dalla consonanza, fuori dalle griglie formali del rock. Molti di loro nel frattempo avevano preso dimestichezza con il mondo digitale, con i programmi di produzione musicale. Ho iniziato nel più classico dei modi: ho chiesto a tutti questi amici ancora sintonizzati di regalarmi un brano per una compilation, No Asbestos (pretenziosetto il titolo, eh?). Credevo che la cosa si sarebbe arenata, e invece nel giro di due mesi hanno aderito undici progetti. Da Strange Little Girl (Matilde Guala, una violoncellista bravissima) a Lucy Mina (Lorenzo Ferraris, che ha dei suoni che ricordano le produzioni Sacred Bones, ma più cattivi), da Massimo Romano che ha buttato giù i muri con un rumorosissimo progetto per sola voice trattata, a Nunavut (Gianni Faluomo, elettronica glaciale e violentissima). Tutti hanno aderito con entusiasmo e hanno compreso il senso dell’operazione: immaginare altre musiche rispetto a quelle d’elezione. Per chiarire, il tutto è totalmente senza scopo di lucro: il tutto è animato unicamente dall’urgenza di produrre musica. La cosa ha preso così piede che ho chiesto a tutti i coinvolti di impegnarsi sulla lunga distanza. E così in tutto siamo arrivati a dodici uscite.

La prossima release sarà un piccolo tributo al movimento della musica industriale…

Sarà una doppia compilation, Industrial Music For Asbestos People, dove ho coinvolto una dozzina di musicisti di Casale e qualche ospite illustre nella rilettura di “classici” della musica industriale. Ne faremo una tiratura limitata in doppio CD-r. [Per maggiori info e dettagli rimandiamo alla pagina album]

Altre cose che bollono nel pentolone della Asbestos Digit?

La seconda uscita fisica sarà il mio EP Lymphoblasts a nome Dope In The Pig Bags, moniker con cui mi diverto a giocare a un wannabe-Cut Hands. Di sicuro non ballo bene come lui!

Da Casale Monferrato a Roma, da una piccola cittadina alla signora capitale …com’è cambiato il tuo rapporto con la musica locale?

Sono a Roma dal 1999. Facendo il giornalista di spettacoli ed essendo stato un “concert-goer” assatanato ho vissuto la Roma “post-rock” e noise dei primi anni 2000: Zu, Hiroshima Rocks Around, Buzzer P. C’erano molti locali (Circolo, Init, Sonica, Blue Cheese, La Palma, gli spazi del Mattatoio a Testaccio) e la scena elettronica era alimentata da tanti gruppi locali, e in qualche modo nutrita da una fitta rete di concerti con artisti internazionali. Ora le cose sono molto cambiate, molti locali non ci sono più e non c’è stato un grande ricambio da questo punto di vista. Ma è anche vero che da tempo mi occupo di altro e negli ultimi anni ho meno occasioni di vivere la scena romana. Le ultime cose interessanti a memoria mia sono state le produzioni di Borgata Boredom, ma sono certo che qualcos’altro si sta muovendo.

Da attivo partecipante della scena musicale sperimentale Italiana (Luminance Ratio), posso dire che negli ultimi 10 anni c’è stato un bellissimo fermento musicale, che ha visto protagonisti dei progetti che per mille ragioni hanno avuto una durata troppo breve per riuscire ad approfondire la loro musica. Da giornalista e parallelamente da curatore di una label, come vivi questo fiorire associato ad una morte musicale sempre troppo precoce?

Questa grande dispersione c’è sempre stata: il fatto è che prima non era documentata. Ora programmi e editor musicali e le piattaforme in Rete permettono a tutti di fare conoscere il proprio prodotto. In Rete c’è un cimitero di cose interessantissime e io sono affascinato dalle opere prime che prime rimangono.

La tua vita radiofonica quotidiana inizia all’alba… hai una colonna sonora per il tratto di strada che ti conduce in studio o ascolti la radio?

Troppo breve il tragitto, per fortuna pochi minuti. E alle 5.30 del mattino sulla Colombo meglio ascoltare il GR1. Il ritorno, con il traffico romano del pomeriggio, dà più soddisfazioni. Ultimamente in auto sto ascoltando Richard Dawson che ha fatto un album da urlo, gli ultimi di Demdike Stare, Necks, Pharmakon. Cose veramente assortite. È uscita da pochissimo una raccoltona della Cherry Red, Silhouettes and Statues, che documenta il gothic rock. E visto che arrivo da quella roba lì, sto riascoltando Red Lorry Yellow Lorry, In The Nursery, Specimen. Nostalgia Batcave…

Tutti i dischi presenti nello store del tuo Bandcamp sono in formato digitale e in free download. Una scelta legata al tangibile cambiamento del mercato del supporto fisico?

Non voglio guadagnare manco un centesimo con la musica. Sono l’ultimo dei romantici. O dei fessi. L’ho fatto presente a tutti quelli che hanno pubblicato loro materiale su Asbestos Digit.

I dischi del catalogo Asbestos Digit sono poco presenti nei social network, non vengono quasi mai recensiti e quasi mai nessuno ne parla. Quasi una contraddizione visti i contatti che negli anni con la tua attività da giornalista avrai maturato… perché ti piace rimanere nell’ombra?

Non sono presente personalmente su nessun social network, quindi anche volendo, non potrei. Preferisco arrivare a cento persone che conosco e con cui posso avere un feedback continuo e immediato attraverso mezzi più tradizionali, contando su eventuali rimbalzi agli addetti ai lavori, come è successo nel caso di SA. So che è una scelta suicida e che può apparire stupida. Ma non voglio che il profilo semi-pubblico che ho maturato in tanti anni di radio abbia nulla che fare con le produzioni della label. Quando stamperò i supporti fisici, chiederò una cifra simbolica, ma preferisco fare scambi.

Marzullamente parlando, fatti una domanda e datti una risposta…

Perché i For Carnation non fanno più dischi? Perché il loro album omonimo del 2000 è i.n.s.u.p.e.r.a.b.i.l.e.

9 agosto 2017
9 agosto 2017
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