Il contributo di un Uomo

Bill Graham, storico music promoter e talent scout dei sixties, lo definì “Il più grande segreto celato dal music business”. Shawn Phillips (classe ‘43), texano di nascita ma apolide da una vita intera è l’artefice di un viaggio artistico che, in 44 anni di carriera, ha elargito musiche immerse negli umori di ogni stile gli sia capitato d’incrociare.

Persa la madre appena tredicenne egli comincia a viaggiare per il mondo assieme al padre, lo scrittore di spy story James Atlee Phillips. Lecito pensare che l’ecletticità senza frontiere del musicista debba molto al contatto in tenera età con culture, tradizioni e generi musicali diversi tra loro; fatto sta che, imparati i rudimenti di chitarra e pianoforte, all’alba dei ’60, nel Greenwich Village come a Haight-Ashbury già si parla delle vibranti esibizioni di un nuovo cantautore.

L’esordio I’m A Loner (Columbia, ’64) raccoglie una serie di interpretazioni per voce e chitarra acustica a 12 corde di rara maturità. L’influenza, chiara dai primi accordi, è per la tradizione di folk appalachiano e per il cantautorato bianco risalente alla grande depressione (Woody Guthrie su tutti). Da segnalare, tra i 3 pezzi originali, la classica Little Tin Soldier, poi ceduta all’amico inglese Donovan per il notevole Fairytale. Con il successivo Shawn una più complessa gamma di sentimenti si fa strada attraverso commoventi dolcezze (la tradizionale Seek And Ye Shall Find), depressioni baritonali (la Black Girl di Leadbelly) e inni di rara intensità (Maria, Storm). Un timbro vocale originale, una naturale dimestichezza per l’utilizzo sapiente del falsetto e un talento performativo superiore alla maggior parte dei cantautori dell’epoca (impegnati per lo più a scimmiottare il fenomeno Dylan) hanno talvolta accostato la figura del Nostro a quella di un altro indimenticabile troubadour americano: Tim Buckley. Le vite dei due percorrono invece binari distanti; nel ’65 Shawn è in Inghilterra per un sodalizio artistico con Donovan, culminato nella partecipazione alla stagione d’oro del menestrello psichedelico: si ascolti in particolare, nel già citato Fairytale, l’ipnotica chitarra solista in The Summer Day Reflection Day e il sitar, al quale fu introdotto, primo artista pop di sempre, direttamente dal maestro Ravi Shankar, nei capolavori Guinevre e Three Kingfischers tratti da Sunshine Superman. Sono in molti ad affermare che un album come Sunshine Superman debba molto, oltre allo stato di grazia di Donovan e all’abilità negli arrangiamenti di Mickie Most, all’inventiva di Phillips.

Costretto ad abbandonare l’Inghilterra a causa di un soggiorno scaduto, il Nostro sceglie il fascino mediterraneo del Sud Italia, insediandosi stabilmente a Positano, allora niente più che un affascinante paesello di pescatori. Lì trascorrerà 3 anni, dal ’67 al ’70, intervallati da spostamenti lavorativi per un ambizioso progetto musicale: una trilogia di cui registra il primo atto a Londra con la collaborazione di personaggi quali Paul Buckmaster (violoncellista nella Third Ear Band e su On The Corner di Miles Davis, poi arrangiatore per il primo Elton John e per il Bowie di Space Oddity), Eric Clapton e Steve Winwood. La A&M si accolla l’impresa e nel ’70 esce Contribution. I 7 brani contenuti parlano il linguaggio di un folk rock aperto a contaminazioni con altri generi pur non citandone esplicitamente alcuno. La voce di Shawn, grazie alle pratiche yoga a cui è dedito, acquisisce un’ulteriore duttilità. La sua estensione abbraccia felicemente registri profondi come picchi di estatica bellezza (Man Hole Covered Wagon), non scordando mai il motivo principe di tutta l’operazione: emozionare l’ascoltatore (L Ballade, For RFK JFK & MLK). Fiutate le ottime premesse la A&M lancia sul mercato il secondo tassello, Second Contribution (’70). Nella suggestiva foto di copertina Phillips è ritratto di spalle, enigmaticamente coperto da una mantella nera e da una cascata di capelli color dell’oro. Sotto di lui una terra desertica soffiata da un vento secco e dall’incipit della meravigliosa epopea sentimentale She Was Waiting For Her Mother At The Station In Torino, And You Know We Love You Baby, But It’s Getting Too Heavy To Laugh (a lungo detentrice del titolo di “titolo più lungo nella storia della musica”). Tocchi pianistici di delicata eleganza, una melodia struggente e ben condotta ne fanno uno dei momenti più intensi dell’intera discografia del buon Shawn. Più generalmente, è l’album nella sua completezza a respirare una felicità compositiva superiore alle uscite precedenti, merito anche degli arrangiamenti di Buckmaster. Il groove incalzante di Keep On e Sleepwalker azzardano aperture al prog di lì a esplodere. Lo stato di grazia prosegue in Song For Sagittarians, Whaz’zat e nella maestosità strumentale di Schmaltz Walts. È però la drammatica storia vera narrata in The Ballad Of Casey Deiss a conquistare i favori del pubblico. Steel Eyes, in chiusura, pare comprendere un sentimento universale, manifesto negli occhi di un’avventura romantica grazie ai versi: “è stato bello, sulla strada del ritorno, che tu mi abbia desiderato/amore fugace, addio”.

Fare meglio? Phillips chiude la trilogia con il colpo di coda Collaboration (A&M, ’71). Manifesto di ingegno creativo a metà strada tra folk sui generis e rock ancestrale, questo irripetibile song cycle impartisce lezioni di stile a destra e a manca. Il talento compositivo e la grandiosità orchestrale di Us We Are, lo spleen acustico di Burning Fingers e l’arma affilatissima nei live a nome Moonshine: tutto profuma di masterpiece. For Her rivela inflessioni jazzistiche a complicare gustosamente la ricetta e subito incalza What’s Happenin’ Jim!, esercizio per abilità vocale al quale aggregarsi a squarciagola. A sottolineare le velleità letterarie del nostro Coming Down Soft And Easy, digressione esistenziale ironica e profonda in parti eguali. Springwind dilata umori onirici giungendo a purezze classiche e congedando con in bocca il sapore della bellezza.

Dopo un’esplosione di tanta e tale abilità artistica l’uscita successiva mantiene alto il vessillo di un songwriting invidiabile pur attenuando la magniloquenza negli arrangiamenti. Faces (A&M, ‘72) è un album composto da pezzi registrati tra il ’69 e il ’72, tra i quali spiccano l’orientaleggiante Chorale, il pop sentimentale We e la suite Parisien Plight II, bizzarro accostamento di suoni ambientali e tentazioni funky. Bright White (A&M, ’73) prosegue un discorso quanto mai distante da mode o chiassose rivoluzioni: la titletrack è cocktail spensierato di folk, rock e pop che, dalla voce di Phillips, suona convincente pur non entusiasmando come in passato. Le complicazioni strutturali e la chitarra elettrica a brandire un assolo acido in Lasting Peace Of Mind e Technotronic Lad, aggiungono qualcosa a quanto già detto ma non molto. Sono gli episodi per archi e voce a toccare le corde più profonde dell’anima, su tutti Lady Of The Blue Rose, grazie all’orchestrazione del fidato Buckmaster.

Bypassata una trascurabile e trascurata collaborazione con Burt Bacharach nel singolo Lost Horizon è tempo di seguire un nuovo progetto: l’apertura fusion di January First in Furthermore (A&M, 74) lascia perplessi i fan della prima ora. Qui l’artista si trastulla nel carosello di tutte le influenze che gli paiono, beatamente incurante del music business e testardamente intenzionato a lasciarsi guidare dall’istinto. Concept a fungere da legante tra i brani è una poesia del padre, Freeway’s Child. Furthermore è, più semplicemente, la riprova di un talento eclettico e demodé, ispirato però in una manciata di brani che da soli giustificano l’acquisto del disco. Do You Wonder (’75) scorre distratto ma Rumplestiltskin’s Resolve (’76) risale la china anche grazie alla toccante Wailing Wall. Chiude il periodo A&M la raccolta di inediti Spaced (’77). A chiudere il decennio invece ci pensa Trascendence (Rca, ’78), impreziosito degli arrangiamenti di Michael Kamen (attivo per Queen, Bowie, Pink Floyd) ma riuscito solo in parte. Gli ’80, inutili antologie a parte, vedono la sola pubblicazione di Beyond Here Be Dragon (Chameleon Rec, registrato nell’83 e pubblicato nell’88), flirt insospettabile e convincente di cantautorato ed elettronica. Il ritorno nel nuovo millennio con No Category (Fat Jack, 2002) alterna inediti a brani riarrangiati da The Truth If It Kills (Imagine Rec), uscito nel ’94 per il solo mercato canadese. Il 2008 celebra la carriera iconoclasta di Phillips con il suo primo live, Living Contribution, cd e dvd, testimonianza della forma smagliante del musicista 65enne.

 

L’intervista

Shawn, com’è che adesso vivi in Africa?

Ho scelto il Sud Africa perché mia moglie Juliette è nata qui: i suoi genitori sono anziani e lei ci tiene a stargli vicino; io ci tengo a stare vicino a lei perciò ecco fatto.

Cos’hai odiato di più dell’Italia durante la tua permanenza negli Anni ‘60?

Non posso risponderti per il semplice fatto che allora non ero coinvolto in nessun tipo di attività o questione di carattere sociale, politico o di qualunque altro genere. Vivevo la mia vita, ecco tutto, tentando di evolvermi come persona attraverso la musica.

La canzone She Was Waiting… ha una storia particolare. 

Quando stavo a Positano conobbi una ragazza che si chiamava Letizia; era di Torino e mi raccontò di essere scappata di casa. Al tempo stavo con un’attrice inglese, Francesca Annis. Letizia trascorse una notte da noi; le preparammo qualcosa da mangiare e tentammo di prenderci cura di lei. L’indomani se ne andò alla ricerca di un’altra casa che la ospitasse. Al tempo nessuno di noi aveva denaro; ci riuscì comunque di raccogliere una piccolo somma per un biglietto del treno diretto a Torino e chiamammo sua madre per avvisarla che Letizia sarebbe tornata. Alle 6:30 la accompagnammo alla stazione di Napoli e la cosa sembrava finita lì. Intorno alle 23:00 però al Bar Internazionale di Positano suonò il telefono… il mio amico Pasquale mi passò la telefonata: si trattava di Letizia che, con la voce rotta dal pianto, tentava di dirmi che sì, era arrivata a Torino, ma sua madre non era in stazione e non sapeva cosa fare. In quello stesso momento fortunatamente vide la madre venirle incontro: “Oh no no no Shawn, stai tranquillo! Mamma è qui adesso”. Perciò ecco spiegato il senso del titolo, “She Was Waiting For Her Mother At The Station In Torino, And You Know We Love You Baby, But It’s Getting Too Heavy To Laugh”.

Ho letto da qualche parte che hai dato qualche “dritta” chitarristica a Joni Mitchell…

Una volta mi affidarono un ingaggio di una settimana in un coffee house a Saskatoon nella provincia di Saskatchewan (Canada), dove Joni faceva la cameriera. Mi chiese di insegnarle a suonare la chitarra e, durante quei sette giorni le illustrai le basi dello strumento. Tutto qui. Il resto… direi proprio che l’ha fatto da sola.

Con Donovan c’è stato un viaggio in Messico che immagino interessante.

Un viaggio molto bello in un posto che si chiama Yelapa. Vi potevi accedere solo attraverso una barca.

Giorni bizzarri, suppongo.

Direi piuttosto che eravamo intenti a sperimentare assieme certi aspetti della vita.

Eri amico pure di Tim Hardin.

Tim era mio amico, sì, e mi manca ancora tanto. Ci siamo fatti assieme un viaggio da New York alla California. Purtroppo, a raffreddare il nostro rapporto, fu la sua dipendenza dall’eroina. Tuttavia abbiamo continuato a sentirci fino a poco prima della sua morte.

Mai ventilato l’ipotesi della non esistenza di dio?

Eliminati tutti i sistemi gerarchici che ingabbiano la nostra esistenza, cosa resta? Il pensiero. E il pensiero può concepire ogni cosa, anche l’esistenza di dio. Una volta un maestro chiese ai suoi studenti che stavano osservando una bandiera mossa dal vento: “Cosa si sta muovendo, la bandiera o il vento?”. Gli studenti risposero: “Entrambi”, allora il maestro concluse: “Siete in errore; è il pensiero a essere in movimento”. Noi tutti siamo divinità. Quando riusciamo a percepire quest’aspetto divino al di là della nostra persona siamo pervasi da una rigenerante luce interiore. Ciò che è importante tenere a mente è che c’è la medesima intensità in ogni essere umano.

Chi è il cantante che più ti ha stupito?

M’ingaggiarono per la prima versione teatrale del Jesus Christ Superstar. A interpretare il ruolo di Giuda c’era Carl Anderson (presente anche nella versione cinematografica). Fu lui il solo a commuovermi fino alle lacrime.

La tua musica vibra di un approccio jazzistico.

Beh, ci sono tanti musicisti che sono interessati solo al proprio genere e a loro va bene così però, a mio avviso, se vuoi essere un musicista è fondamentale investigare ogni diramazione e genere esistenti. È l’unico modo per evolversi in maniera significativa.

Preferenze jazz?

Miles Davis, John Coltrane, Count Basie, ecc. hanno messo in pratica quanto ti dicevo, incorporando nelle loro opere un’infinità di idiomi che sembravano inconciliabili.

Un brano di Zappa da 200 Motels s’intitola Andare in tournée può farti impazzire. È vero anche per te?

La mia prassi è di concedermi una tournée soltanto, una volta all’anno, giusto per pagarmi le spese. Preferisco di gran lunga starmene a casa a comporre in tranquillità.

Non si sa praticamente nulla della tua vita privata.

Ho una figlia che vive a Los Angeles che ormai è una donna e una mamma. Esercita la professione di tecnico radiologo! Purtroppo non l’ho cresciuta io; è una di quelle storie frequenti nel mondo del rock’n’roll. Fino a quando non ha compiuto 11 anni non sapevo della sua esistenza. Ora lei sa che sono il suo papà biologico, siamo buoni amici e cerchiamo di tenerci in contatto. Ho anche un bambino, Liam, che ha quasi 2 anni ed è la cosa più importante della mia vita. A 65 anni sono ben conscio che non potrò essergli vicino ancora per molto perciò intendo passare quanto più tempo possibile assieme a lui. Se sono fortunato ho ancora 20 anni davanti a me.

C’è una lezione in particolare che hai imparato dalla vita?

Ovviamente non c’è una lezione valida per tutti ma, nel mio caso, posso affermare che la nascita di Liam, a 63 anni, mi ha decisamente aperto gli occhi.

Che padre sei?

Beh, Juliette dice che ci so fare alla grande. Io sono quello che cambia i pannolini, non so se mi spiego!

Ti sei esibito persino al festival dell’isola di Wight…

Suonai nella prima edizione, quella del 1968, e non tornai più per le successive. Mi ricordo l’improvvisazione di Miles Davis e la sua band: quella fu una pietra miliare nella storia della musica. In realtà non ero in cartellone ma mi fu chiesto se mi andasse di salire sul palco durante un break. Mi tributarono 4 standing ovation e… puoi immaginare l’energia sprigionata da 650.000 persone…

Qual è l’album di cui vai meno orgoglioso?

Potrebbe essere Spaced perché non sono stato io a metterlo assieme. Fu voluto e assemblato da qualcuno della mia etichetta del tempo, la A&M.

Il blues è un feeling, in primis. Mi chiedo se possa appartenere anche a musicisti non direttamente coinvolti nel genere come, a esempio, Nick Drake (folk) o Chet Baker (jazz).

Devi considerare che il termine “blues” era una maniera di sentirsi della gente di colore durante gli anni della schiavitù. Credo che nessun bianco, né oggi né mai, sarà mai in grado di concepire quel tipo di disperazione. Nick Drake e Chet Baker? Non possedevano un feeling blues, credo più semplicemente che siano passati attraverso fasi di acuta depressione. Una volta Edgar Winter mi ha chiesto: “Senti un po’, tu sei di origini texane: com’è che ti sei allontanato tanto dalle tue radici?”. Non potei che rispondergli: “Perché l’albero è ben piantato nel terreno”. Non ho mai suonato il blues perché non sono di colore e non potrò mai concepire cos’abbiano passato quelle persone. 

Sei attivo anche come tecnico del Pronto Intervento…

Nello Stato del Texas sono un vigile del fuoco con tanto di attestato, faccio parte dell’Emt-B e ho pure un diploma avanzato in salvataggio subacqueo. Ho praticato l’attività di vigile del fuoco per più di 12 anni. Più che un lavoro si tratta di una vocazione. Qui in Sud Africa presto servizio per il National Sea Rescue Institute. Mi ci sono voluti 3 anni di addestramento per accedervi. Siamo attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e si tratta di monitorare un’area di circa 650 kmq lungo la costa del Capo Orientale. Salviamo la vita alla gente e con le nostre squadre forniamo assistenza medica alle imbarcazioni che necessitano di pronto soccorso. Ci gettiamo in mare dagli elicotteri e operiamo i salvataggi: può essere molto pericoloso (tutto ciò che riguarda immersioni superiori ai 10 metri e un mare scosso in ogni direzione a 40 nodi può metterti in serie difficoltà) ma il più delle volte è perfino avvincente. Quello per me è il massimo; la vita deve avere delle coordinate precise. Se poi riesci a divertirti aiutando gli altri cosa può chiedere di più? C’è un fatto che vorrei sottolineare in merito a questi lavori di carattere pubblico: non ti è permesso indulgere in te stesso. Io, io, io: non hai tempo per questi pensieri quando stai salvando la vita a un uomo ferito, magari estraendolo da una casa in fiamme. O magari quando, sul luogo di un tremendo incidente, sei all’interno di un veicolo tentando di sorreggere il collo e la testa di una persona che sta soffrendo terribilmente. Queste sono lezioni che tanta gente nel mondo dello spettacolo farebbe bene a imparare.

Pratichi ancora lo yoga?

Raramente. Praticavo il Samadhi Yoga. Una volta che hai compreso le tecniche e sei riuscito a riequilibrare psiche e organismo lo yoga finisce per appartenerti anche al di là dell’esercizio costante. In ultima analisi direi che è un mezzo efficace.

Qual è la cosa di cui hai più bisogno durante la giornata?

Un Mac Pro con interfaccia Motu, preferibilmente 24/I/O, e una scheda Pci compatibile.

La tua posizione sulla politica estera dell’attuale governo Bush?

Quest’orribile conflitto non ha mai avuto nulla a che vedere con la lotta per la libertà, per la democrazia o per qualunque altra ideologia che nobiliti l’umanità. Com’è ben noto si tratta solo degli interessi che gravitano attorno al business del petrolio.

Qualcuno prevede che il conflitto in Iraq sarà per gli Stati Uniti il Vietnam del nuovo millennio.

Lo è già: la differenza sta nel fatto che il Vietnam riguardava i soldi ricavati dalla produzione e commercio dell’oppio mentre l’Iraq il petrolio.

Inquinamento: qualche speranza per il pianeta?

Il monologhista George Carlin ha detto: “Se con le nostre azioni compromettiamo la sorte del pianeta, prima o poi sarà il pianeta a darci una bella scrollata, come fossimo dei fagioli rinsecchiti dentro un barattolo”. Il pianeta se la caverà. È in discussione piuttosto la presenza dell’uomo su di esso, ma questa è un altro discorso.

L’oppio dei popoli?

Il denaro.

Il Dalai Lama asserisce che può essere controproducente cambiare la religione con la quale si è stati cresciuti.

E se un bambino non concepisse la religione in se? Stiamo tornando al discorso sulla non esistenza di dio. Lei o lui dovrebbe trovare un equilibrio spirituale limitandosi a rispondere con schiettezza a tutte quelle domande nelle quali incapperà vivendo la propria esistenza. Dopotutto il significato della vita è quello di trovarne il significato. 

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Essere consapevoli di possedere l’abilità per creare qualcosa che nessun altro avrebbe potuto creare.

1 marzo 2008
1 marzo 2008
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