Westworld

She’s lost control – “Westworld” – 3×04

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Dopo l’episodio capolavoro della settimana scorsa, in cui si premeva l’acceleratore su un’indagine ai confini del concetto di identità con la splendida caratterizzazione della nuova Charlotte Hale, The Mother of Exiles rende evidente il ruolo di Dolores nell’economia di questa terza e affascinante stagione, con una narrazione che combina in maniera efficentissima gusto per la suspense, indagine introspettiva e azione calcolata matematicamente.

La grande rivelazione dell’episodio – ovvero che Dolores ha replicato se stessa per ben tre volte inserendosi negli “involucri” di Charlotte, dell’esperto della sicurezza Martin Connels e in Musashi, il cui personaggio fa ritorno – dispiega allo spettatore il sottile piano di infiltrazione della stessa Dolores in qualità di virus capace di propagarsi probabilmente all’infinito (sappiamo che ha con sé ancora due sfere da utilizzare). Ancora una volta è evidente il dialogo con le stagioni precedenti, in cui siamo venuti a conoscenza della natura fallace di un mondo programmato a tavolino e di come persino il mondo reale sia soggetto a tali difetti e sia prevedibile allo stesso identico modo. E ancora una volta il dialogo tra Westworld e la trilogia di Matrix è più palese che mai, con la nostra Dolores ormai assunta a nuovo Agente Smith, capace di replicarsi a piacimento per infettare il sistema realtà (segno evidente di come quella delle Wachowski sia una delle opere più rappresentative degli ultimi due decenni).

Dopo tre episodi che praticamente ponevano lentamente i pezzi sulla scacchiera, questo quarto offre il primo vero scontro diretto tra le due fazioni: da una parte Dolores e il suo piano diabolico, aiutata dall’inconsapevole Caleb (un ottimo Aaron Paul, una sorpresa di certo non scontata) e dalla più che consapevole Charlotte (da cui ci aspettiamo grandi sviluppi), e dall’altra Bernard e il suo piano per fermarla, cui si aggiunge anche Maeve (la cui natura è tuttavia completamente opportunistica). L’episodio dialoga continuamente con se stesso e ci sbalza da una parte all’altra delle fazioni per poi intrecciarle tra loro in maniera abile e citazionista: non potrà non tornare alla mente Eyes Wide Shut, così come le dinamiche degli scontri corpo a corpo ricordano le coreografie di Inception (finalmente vediamo Bernard in abito elegante, sembra proprio un collega del Cobb di Leonardo DiCaprio).

Infine, quella che si è rivelata probabilmente la sottotrama più interessante delle passate stagioni – l’ossessione dell’Uomo in Nero – giunge qui a un’apparente conclusione. Caduto nel tranello di Charlotte/Dolores, William si ritroverà imprigionato in una struttura sanitaria per malati di mente (delirio di cui soffre veramente o anche questa è una messa in scena? Non è dato saperlo). Quel che è certo è che si è trattato da sempre di una persona che ha preferito alimentare certi istinti piuttosto che altri e merita assolutamente tutto il male che sta affrontando. L’interrogativo sulla propria identità ha l’aria dell’ultimo smacco, un ultimo tormento al quale ossessionarsi fino alla fine, un ultimo labirinto da percorrere verso una redenzione impossibile. Nelle sue ultime battute l’Uomo in Nero diventa letteralmente l’Uomo in Bianco. Tuttavia, non c’è nessuna espiazione all’orizzonte e, forse, non c’è mai stata.