Di Smog e la caduta nel mondo della luce

È nella natura delle cose: del mal di vivere, in una maniera o l’altra, prima o poi ci si libera. Quando si scende a patti con quel dolore che credevamo inestirpabile e soffocava l’anima spremendone fuori sensazioni malsane, beh, è fortunatamente impossibile tornare indietro. Per questo oggi il cantautore lo-fi Smog non ha più ragione d’esistere e tocca apprezzare le spoglie che ne restano, ribattezzate con l’originario nome anagrafico di Bill Callahan. Durante la prima parte degli Anni ’90 l’estetica del primo ruotò intorno all’implacabile evocazione di un microcosmo sgangherato e approssimativo, dominato dalla volontà di suonare oltre modo “vero”. Grazie a un songwriting elementare ma efficace e all’originale reinterpretazione delle più alte istanze del pop alternativo, il fu Smog dipinse il ritratto di un’inimitabile claustrofobia, contenuta in una discografia stimolante che va approssimativamente dal 1990  al 2006.

Bill nasce nel 1969 nell’anonima Silver Spring (Maryland, Usa). Praticamente nulle le informazioni sulla sua vita privata così come discrete saranno le strategie della sua carriera musicale: pochi concerti, pochissime interviste, scarsa promozione, spartani e mai chiassosi le vesti grafiche degli album e i pochi videoclip. Eppure, in questa ritrosia risiede gran parte del fascino di un artista sì introverso, ma non criptico. Adottato il nome d’arte di Smog la sostanza è subito esposta con schiettezza nelle prime prove autoprodotte. Inutile giocare all’archeologia storico-musicale dissezionando le cassette dei tardi Anni ‘80 (Macrame Gunplay, Cow…): l’esordio ufficiale è il full length Sewn To The Sky (Drag City, ’90), raccolta disordinata di acquerelli espressionisti prevalentemente strumentali. Per i ghiottoni dell’allora nascente movimento lo-fi si tratta di uno scrigno inestimabile: c’è l’estetica beefheartiana scarnificata da un’ironia tagliente (Souped Up II) e sopratutto una passione per il collage semi-casuale, il rumore incontrollato, la saturazione che fa pensare allo scherzo (Puritan Work Ethic). Là dove Beck lavora di cesello seguendo l’esempio dello Zappa in Lumpy Gravy, Smog si avventa scriteriato e nichilista, una differenza sostanziale per spiegare la distanza tra i due e il successo commerciale del celeberrimo looser. Forgotten Foundation (Drag City/Wide, ’92) si espande verso un feeling barrettiano con imberbe noncuranza, pur mantenendo alti i bassissimi standard sonori. I 22 schizzi registrati raccontano un mondo in bianco e nero trapunto da echi di country blues Anni ‘20, autoindulgenza presto impugnata dal matto Daniel Johnston e viscerali performance elettriche condite da qualche trucchetto meravigliosamente naïf. Ma Smog non è il pur geniale Jandek e, per nulla intenzionato a suonare e lasciare che sia, nel 1993 partorisce con Julius Caesar (Drag City/Wide, ’93) un capolavoro di coesione e obliqua bellezza. Il numero dei pezzi scende. I dettagli sono tutti a fuoco. La qualità delle composizioni registra un passo in avanti. I testi bizzarri ma opportuni: “La maggior parte delle mie fantasie/riguarda l’essere di qualche utilità/(…)come una candela, un cavatappi” (To Be Of Use). Sovraincisioni e strategie compiono il piccolo miracolo. Chosen One verrà riproposta dai Flaming Lips. Strawberry Rash aggiunge qualcosa alla psichedelia dei primi Red Crayola. I Am Star Wars! insozza un funky bianco e complica il tutto campionando segmenti di Start Me Up e Honky Tonk Women degli Stones. Il resto è intuito e abulica creatività. L’Ep Burning Kingdom (Drag City, ’94) inasprisce il mood già disperante con una sensibilità per archi minimale e ipnotica: 20 minuti di rassegnazione esistenziale a cavallo tra Nick Drake e Nick Cave, periodo The Boatman’s Call.

Wild Love (Drag City/Wide, ’95), da molti considerato masterpiece della maturità, è più semplicemente il primo tentativo di mettere ordine nella poetica del Nostro. La quasi nota Bathysphere figura come l’ennesima indie hit mancata per un pelo. La titletrack ma pure Bathroom Floor e The Candle sono idee aguzze ma, nell’esercizio di confezionare un prodotto tecnicamente inattaccabile qualcosa si è perso (per i nostalgici del primo periodo il contentino ha nome The Emperor). L’Ep Kicking A Couple Around (Drag City/Wide, ’96) ribadisce l’evanescenza di un sound tutto bisbigli (I Break Horses). The Doctor Came At Dawn (Drag City/Wide, ’96) elargisce statiche miniature intimiste (You Moved In, All Your Women Things) o uscite acustiche suonate con goffa compiacenza. Il gioco è quasi sempre lo stesso: un giro di accordi più o meno sconsolati attorno ai quali la voce monocorde di Smog fa accadere qualcosa.

Red Apple Falls (Drag City/Wide, ’97) stupisce invece con una sequenza di pezzi melodici e rassegnati, summa di un cantautorato acustico che attinge nelle atmosfere lacrimose del country tradizionale quanto nella sregolatezza del migliore indie folk, americano e non. Morning Paper in apertura e Finer Days in chiusura evocano con successo lo spirito di Drake. Blood Red Bird rischia e trionfa con un arrangiamento di sola batteria e chitarra elettrica. I Was A Stranger contiene la sconsolatezza universale del migliore Neil Young. Knock Knock (Drag City/Wide, ’99), come il precedente, segnala lo zampino del tuttofare Jim O’Rourke: nel complesso si respira una compostezza che regala scampoli rock alla Lou Reed (Held, No Dancing) e rarefatte situazioni pop ricondotte a un timido sospiro (Left Only With Love).

Il nuovo millennio si apre con The Mantra Rays Of Time (Drag City/Wide, 2000), Ep elegante e sperimentale, forse superiore all’album Dongs Of Sevotion (Drag City/Wide, ’00) del quale si segnala solo l’efficace rock da camera Dress Sexy At My Funeral. La versione Ep di Strayed (Drag City/Wide, ’00) ripesca per i fan della prima ora la cassetta Cow. Rain On Lens (Domino, ’01) è opera di un professionista dello spleen nell’esercizio del mestiere, con una granitica Song a battere su un groove della negatività. Natural Decline gioca sapientemente con minimalismo e pop notturno. In Live As Someone Is Always Watching You la voce di Callahan si tinge finalmente di uno spessore baritonale che sarà la sua salvezza negli anni a venire. Nel 2001 partecipa a un supergruppo di artisti della Drag City sull’interessante Tramps, Traitors & Little Devils. Il risultato è una serie di session mai banali con picchi nei momenti Zero Degrees e The Girl On The Billboard. Accumulation: None (Drag City/Wide, ’02) pesca tra 7’’, 12’’ ed Ep materiale eterogeneo e prezioso.

Supper (Drag City/Wide, ’03) può considerarsi l’album di un cantautore americano in bilico tra tradizione e stravaganza. Feather By Feather è uno dei pezzi migliori di questo secondo periodo, un country valzer che sarebbe piaciuto al totemico Hank Williams. Gli episodi più delicati (Truth Serum, Driving) si avvalgono delle sottolineature vocali della preziosa Sarabeth Tucek. Magiche e irripetibili Vessel In Vain (prelevata per il thriller Dead Man’s Shoes di Shane Meadows) e Our Anniversary. Nel 2004 l’artista pubblica tre raccolte di disegni: Women, The Death’s Head Drawings e Ballerina Scratchpad, a testimonianza di un talento visivo ben manifesto nelle copertine di gran parte dei suoi album. A River Ain’t Too Much To Love (Drag City/Wide, ’05) amplifica il sogno ovattato esposto nelle pieghe intimiste di Supper confermandosi cuscino acustico sul quale adagiarsi per un sonno appena scomposto. Say Valley Never, Rock Bottom Riser, Drinking At The Dam cantano sentimenti tenui, pallidi di una stanchezza biologica più che di poetico languore. Di tanto in tanto (The Well, Let Me See The Colts) piovono un paio di bucoliche sferzate. L’ispirazione si risolleva nell’impalpabile In The Pines, ma complessivamente si scorre con lentezza.

Alla luce delle più recenti trasformazioni, con l’abbandono del glorioso pseudonimo e l’imminente uscita del transitorio Woke on a Whaleheart,  il “buon vecchio” Bill prosegue il suo cammino dalla pacifica ma frizzante Austin (Texas) in una sorta di morbida indolenza, imbronciato più che ombroso, ristorato all’idea che il suo modus operandi abbia finalmente raggiunto standard politicamente corretti.

 

L’intervista

Bill, in The Morning Paper cantavi: “Stanno per portarci il quotidiano/brutte notizie su ogni pagina”. Qual è la peggiore di questo periodo?

C’è questa sgradevole sensazione che negli States le elezioni saranno truccate e che i repubblicani vinceranno di nuovo. Il tuo voto, praticamente, non conta nulla. È come essere sposato a una persona che detesti e che non ti concede il divorzio.

Qual è il genere di persona che più ti spaventa?

Quella che crede di dover dimostrare qualcosa agli altri. Beh, tranne i pugili. Tra i pugili invece mi piacciono proprio quelli che combattono per davvero e che devono dimostrare la loro superiorità all’avversario.

Mai ambìto a scrivere una hit?

Mi sa che con Sycamore ci sono riuscito. È la canzone del mio ultimo album che tutti preferiscono e quando la suono in giro pare sia apprezzata all’unanimità. Non era mai successo prima.

Ce l’hai una definizione di bellezza?

Io la montagna posso solo osservarla, e darne testimonianza.

Non è che tutta la Storia dell’Arte è un tentativo di emancipazione dal concetto di bruttezza?

Non puoi mica sconfiggere la “bruttezza”. È come tentar di debellare le droghe, bisogna farsene una ragione.

Mai pubblicato qualcosa che ora giudichi troppo personale?

Nessuno riesce a essere tanto autobiografico; solo la vita vera lo è. Facendo “accadere” qualcosa in una canzone dai la possibilità all’ascoltatore di identificarsi con il dolore, il mistero, la gravosità ecc. già contenute nella vita.

I tuoi idoli blues?

Forse John Lee Hooker ma è tanto che non l’ascolto. Invece un paio di giorni fa mi hanno passato un album di Lightnin’ Hopkins e c’è una canzone della quale voglio registrare una mia versione.

C’è molto del country nel tuo songwriting

I miei preferiti sono Merle Haggard e Dolly Parton.

Dalle prime autoproduzioni fino all’ultimo singolo, Diamond Dancer, il tuo approccio compositivo ha subìto un cambiamento sostanziale.

Mi limito a scrivere canzoni. Non posso esprimere un giudizio in merito a come questo accade.

Da piccolo eri un bimbo spensierato?

Dipende a che età ti riferisci. Quando ero piccolo c’era sempre qualcosa che mi preoccupava un po’. Nella mia testa avvertivo costantemente qualcosa di sbagliato e pregavo “Se solo questa cosa fosse irreale, se non l’avvertissi, allora sarebbe tutto perfetto”. Mi piacevano quelle piccole emozioni che ti davano la sensazione di aver combinato qualcosa di temerario. In casa ero solito saltare su una sedia e farla barcollare fino a quando perdevo l’equilibrio; simulavo di trovarmi in bilico su di una gola abissale.

Come procede la vita in Texas?

È un grande Stato. Naturalmente non è possibile fare di ogni erba un fascio; in fondo “Texas” è solo un nome che abbiamo attribuito a una certa porzione geografica. Però è innegabile che le cose appaiono diverse qui nel sud-est degli States. Il terreno è diverso, persino gli alberi sembrano crescere in maniera diversa e l’aria, anche quella, ha un profumo unico.

Ascoltando la tua opera nella sua interezza è possibile risalire a una precisa immagine di ciò che la religione rappresenta per te?

Sì. Avverto una passione dominante che fonde tutti gli album in un’unica opera che, considerata nella sua totalità, è quanto di più vicino alla mia visione delle Sacre Scritture. È come un ronzio costante che mi rapisce affinché io lo renda manifesto attraverso un’incisione musicale.

Un sacco di tue canzoni contengono immagini di cavalli…

I miei pensieri sono ricchi di animali. Quando chiudo gli occhi riesco a vedere una specie di landa desolata e poi durante il risveglio c’è questa fauna sinistra ed è come se si avventasse improvvisamente sull’umanità.

Album altrui dai quali non riesci a staccarti?

È tanto che non ho un album favorito. Una volta ce ne possono essere stati ma adesso non li ascolto più. Tranne Cat Stevens… continuo ad ascoltare Cat Stevens.

In Stick In The Mud cantavi “Mi sento come se stessi diventando Lou Reed nel periodo di Mistrial, impantanato nel fango”. L’album  Mistrial era robetta, ma gli ultimi Reed sono alta classe…

Non so se mi dispiaccia davvero Mistrial. Diciamo comunque che sono 10-15 anni che non lo prendo in mano. Non ho ascoltato con attenzione le ultime cose di Reed ma quel poco che ho sentito era buono. La sua carriera solista è ammirabile. The Raven e quel genere di cose intendo, non puoi criticarle negativamente.

Un errore specifico che riconosci alla tua carriera?

Ci sono un paio di cose che mi angosciano, quando ci ripenso. Ma non credo si tratti di nulla di catastrofico.

Con Woke On A Waleheart hai abbandonato il nome d’arte Smog. Perché?

Se c’è un messaggio è rivolto principalmente a me stesso. È una specie di promemoria per ricordarmi di mantenere un nuovo approccio con il lavoro. Come “Smog” ero solito controllare ogni aspetto di un album: la produzione, gli arrangiamenti, i musicisti, la grafica. Da adesso in avanti mi concentrerò solo su alcuni aspetti ossia la voce, i testi e la chitarra d’accompagnamento. Voglio delegare il resto a produttori, tecnici del suono ecc.. In questo modo credo di potermi spingere in luoghi nei quali non sarei mai riuscito ad arrivare con quello pseudonimo. Abbandonare il modus operandi che mi aveva contraddistinto si è rivelato un processo in salita ma ci sto lavorando tenacemente.

Cos’hai odiato degli Anni ’90?

Non ricordo nulla dei ‘90.

Che ti auguri per la vecchiaia?

Vestiti confortevoli ma con un certo stile e qualche carezza dai miei figli futuri. E spero che mia moglie guardandomi pensi a me come al “Caro vecchio Bill”.

Mai travolto dallo spauracchio che la tua creatività sia giunta al capolinea?

No, perchè dovrebbe abbandonarmi proprio ora?! Sarebbe troppo strano. Se avessi al mio attivo solo un paio di album potrei ipotizzare la possibilità. Ma ne ho fatti un sacco e continuo a migliorare. Sono un pozzo senza fondo io.

Pare che la maggior parte degli artisti siano borghesi intenti a combattere le ipocrisie della borghesia…

Solo nell’Europa occidentale.

Red Apples Falls è un album altamente depressogeno. Può dirsi rappresentativo del periodo in cui fu composto?

Stavo concentrandomi sui miei appetiti. Intendo dire: ti mettono al mondo, giusto? Ti guardi attorno; sei il nuovo arrivato in città, ecco come ti senti. Stavo dando troppo di me stesso, mi sa che ero sin troppo fiducioso negli altri. Quell’album è imperniato attorno a pensieri notturni e a situazioni vissute in sogno. The Morning Paper, in apertura, è ispirata a un mio amico che non riusciva ad addormentarsi prima di aver sentito il tonfo del quotidiano sul gradino della porta d’ingresso. Se ne stava sveglio tutta la notte e quando finalmente passavano a consegnargli il giornale poteva addormentarsi. Qualche volta ho dormito da lui e sapendo di questa situazione mi procuravo un vecchio giornale, lo sbattevo contro l’atrio di casa così poteva concedersi un po’ di sonno. Red Apples invece descrive un sogno. Verso la fine dell’album quello stato onirico viene interrotto e irrompi dall’altra parte.

Concediamoci una banalità: colore preferito?

Se dovessi averne uno sarebbe quello del cielo. E anche il verde delle olive.

Allora ne approfitto: animale preferito?

Mi piacciono i cani e le capre.

Che ti piace mangiare?

Il cibo indiano sul genere del Saag Paneer.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

In verità prediligo tutto quello che sta al di fuori dell’essere un artista.

1 Febbraio 2007
1 Febbraio 2007
Leggi tutto
Precedente
A Quiet Man David Kitt - A Quiet Man
Successivo
Teutonic Pop Heart Monta - Teutonic Pop Heart

artista

artista

Altre notizie suggerite