Someday my pain will mark you

Non ci sarà magia dietro tutto questo, non ci sarà alcun incanto, di certo, però, il “c’era una volta” cade giusto giusto in quel momento. Poco più di un anno fa, Bon Iver, decide di “allontanarsi dalle cianfrusaglie” per ripartire. Il tutto prende avvio proprio li, esattamente in quel luogo e in quel periodo. In quel capanno messo in piedi dal padre nei boschi del Winsconsin, dove lui solo e la sua chitarra trovano rifugio per l’inverno dal resto del mondo. C’è molta poesia nel dipingerla in questo modo, nell’immaginare la coltre di neve fuori dalle finestre, nell’udire i primi rumori lontani chilometri e chilometri, nell’immedesimarsi nella quiete dominante, nel ritrovarsi interiormente dopo un periodo difficile. Ma, al solito, la poesia, se al metro quadro, finisce facilmente per inflazionare e rovinare ogni atmosfera.

In effetti è tutto molto più semplice e complesso allo stesso tempo di quanto si pensi… In realtà Bon Iver ha alle spalle una vita artistica (e non) col nome di Justin Vernon e, sempre alle spalle, ha anni di militanza in numerose band del nord ovest degli Stati Uniti (i DeYarmond Edison ad esempio). La scena musicale dalla quale proviene, non è così sommersa come possa far immaginare quella di una cittadina di poco più di 60mila abitanti. Certo, Eau Claire non sarà mai una Austin o una Athens, però…“E’ la quarta città del Winsconsin, in essa si possono trovare cose che funzionano e altre molto meno: ad esempio non è mai riuscita a raccogliere i frutti del talento che c’è seminato. È come se ci fosse una sorta di fuga di cervelli, la gente deve andare altrove per arrivare a qualcosa.” Anche la sua formazione rimane strettamente legata alla città natale. Appena terminato il liceo Justin si trasferisce a Minneapolis: “non m’era mai sembrata come un’opzione da scegliere, è sempre stata come un’estensione della scena di Eau Claire, perché sono davvero connesse. Son poi finito a Raleigh (nella Carolina del Nord) solo perché cercavo qualcosa di davvero differente”. Quanto accadde al termine del suo periodo in Carolina è un po’ il motivo per cui, in questi ultimi mesi, si scriva così tanto di lui.

Autunno 2006. la vita di Vernon subisce una, due, numerose svolte non previste. Il suo gruppo, i già nominati DeYarmond Edison, si sfalda: “rompemmo perché, e non ne so il motivo, ero frustato, mi ritrovai perduto e allo stesso tempo loro sembravano così sicuri, sicuri anche della musica che volevano suonare. Io avevo sempre meno certezze, non avevo le idee chiare, ero costantemente scontento e a poco a poco il loro malcontento per la mia continua insoddisfazione divenne intollerabile. Decisi quindi di cambiare aria, di salutarli. Nonostante questo, continuo a sentirli quotidianamente, dopo aver suonato assieme a qualcuno per dieci anni, non puoi dimenticarlo”.

Conclude la storia con la sua ragazza e appena terminata la produzione dei due dischi a cui sta lavorando (il primo dei Rosebuds e il secondo delle Nola, band nella quale militava la sua ragazza) decide d’abbandonare Raleigh. “Volevo solo andarmene. Fare tabula rasa. Non avevo soldi, ma non ne volevo nemmeno fare, non volevo ritrovarmi nel circolo vizioso: lavoro di merda, casa di merda, nessuna assicurazione. L’unico luogo dove potevo rifugiarmi era il Winsconsin, semplicemente per il fatto che non avevo alternative. Sapevo che unicamente nella baita di mio padre sarei potuto rimanere solo, ma non ero di certo partito con l’intento di registrare un disco”.

Assieme a lui un vecchio mac, un registratore 4 tracce, un microfono Shure Sm57, la sua vecchia Silverstone, una seconda chitarra baritona e la batteria abbandonata dal fratello, nient’altro. “All’inzio ero semplicemente depresso. Cercavo di passare le giornate camminando nel bosco, tagliando legna, impilandola. Usavo un trattore che era li, fuori dalla capanna. Cercavo di tenermi impegnato facendo qualcosa, mentre durante altre giornate non facevo proprio nulla. E questo a poco a poco mi liberò”. Raccoglie i cocci Vernon: nel corso delle settimane successive recupera le canzoni riposte, negli ultimi anni, nella soffitta della mente. Le spolvera, le sistema, le rimette in piedi. “Non c’è mai stato un click, un momento in cui tutto è venuto fuori. Son stati tre mesi lunghi, vaghi, ma costanti. Il risultato è parte di un tutto, di un unica energia mentale”. Ore e ore di lavoro, di registrazioni e di tracce su tracce (in alcune canzoni un minimo di 8 tracce solo vocali): il tempo non gli manca di certo. Libera una voce che ha tanta, tanta sofferenza soul. “M’accosto più facilmente a cantanti neri che bianchi. Adoro Marvin (Gaye) più di chiunque altro. E apprezzo Sam Cook, Mahalia Jackson, Nina Simone. C’è troppa sofferenza nelle loro voci per essere ignorati”.

Voce con cui canta la propria anima. “Non c’è nulla di conscio ne’ d’intenzionale. Il disco rappresenta l’affiorare del mio subconscio. È come se le parole che ho scritto non le abbia partorite il mio cervello o la mia mente, ma provengano dal mio subconscio”. E col disgelo, a febbraio, la riemersione dal letargo compositivo. Justin apre la porta della baita in cui ha passato gran parte dell’inverno. Ne esce una volta per tutte con un nuovo disco in mano. Prima accompagna i Rosebuds in tournee, poi, tornato in North Carolina, dà una faccia definitiva al lavoro.

“Quando tornai cercai solo di dare una bella immagine ai miei demo, di mixarli giusto per dare una buona impressione alle etichette alle quali li spedii. Cercavo soldi per registrare finalmente una album “regular”. Diedi le copie in mano ai miei amici per distribuirle. E, davvero, dopo averli passati di mano, non si fermarono più. Ne scaturì una valanga e dovetti per forza far uscire un album con quegli stessi demo”. For Emma, Forever Ago, il risultato finale, riscopre, in un certo senso, il folk. Lo accompagna con una voce in falsetto, gli dona un’impronta indissolubilmente interiore e intimista. E nonostante la sua topica privatezza è comunque capace di rendersi quasi universale. L’arte di Justin risiede in questa caratteristica, nel farsi comprendere e identificare da ogni singolo ascoltatore. Non si trascina nel penoso, nel depressivo compatimento. Ma lascia decantare le emozioni, conduce all’immedesimazione.

Il talento, poi, è indiscutibile: i paragoni, quasi tutti calzanti, partono da Iron & Wine e continuano con Band of Horses, The Cave Singers fino a Will Oldham ed Elliott Smith. Ineccepibili, una volta tanto. Inoltre, quando il tutto è immerso in un simile ambiente, in strutture così curate nei loro minimi particolari, nei loro sussurri, nei loro “fili di voce” c’è da spellarsi le mani dagli applausi. Quasi come andare a braccetto con la perfezione o, almeno, sapere che faccia abbia. È stato lodato e glorificato dai più vari media. Dagli specializzati (Pitchfork, Rolling Stone, Uncut, Mojo) a voci ben più istituzionali (The New York Times, The Guardian, The Observer).

Le prime 500 copie sono andate a ruba e ora, un’etichetta ad hoc come la Jagjaguwar, ha deciso di distribuirlo e dare la giusta visibilità ad una delle “next big thing”. Ne parlano tutti bene… una volta tanto, fidatevi della massa senza volerci mettere il dito.