Spedizioni oltre i confini

Qual è l’idea dietro il progetto “Expedition”?
Stavo cercando un modo di mettere il mio lavoro in diretto contatto con il mondo e con la vita. Ripercorrevo le invenzioni sonore del ventesimo secolo, pensando al ruolo dei rumori, ai suoni concreti, al famoso paesaggio sonoro. Sentivo che la musica aveva perso qualcosa della sua capacità di rappresentare, ridotta a poco più di una semplice colonna sonora, un arredamento acustico o un bene di consumo. Senza generalizzare, soltanto per me stesso, volevo ‘rifondare’ l’approccio ad essa.

Ho cominciato col contestualizzare alcuni brani musicali suonati dal vivo dentro un racconto variabile, che poteva essere costruito per un’occasione, un luogo, una ricorrenza, un particolare incontro tra musicisti, poeti, attori, ecc. Siccome nei miei testi tendo a rielaborare ossessivamente gli stessi temi da anni, trovare un filo rosso non era difficile.

La narrazione che faceva da contenitore per il concerto e per tutti gli interventi possibili, all’inizio, si basava su episodi trovati nei “Diari segreti” di Bruce Chatwin; dicevamo di essere in comunicazione con il suo spirito, che ci aveva dettato i suoi diari postumi. Così giocando, potevo inventare cose assurde, attribuendole tutte al povero Chatwin! Immediatamente ho capito che la trovata era buona: potevo proporre musica anche abbastanza avventurosa senza ‘perdere’ il pubblico. Il racconto dava all’ascoltatore la possibilità di godere di suoni che forse non avrebbe apprezzato al di fuori di quel contesto.

Com’è nata la collaborazione con Gak Sato e Luca Gemma?
Luca Gemma faceva parte dei primi concerti di questo tipo, più di cinque anni fa, quando abbiamo deciso di sviluppare il progetto in coppia. Due voci che cantano e narrano, senza un vero gruppo: i suoni ‘mancanti’ potevano provenire da ospiti o dall’ambiente.

I nostri spettacoli si sono evoluti, siamo passati da Chatwin a un lungo pezzo narrato sull’idea del pericolo. Ad un certo punto ci siamo trovati con un gruppo di 12 musicisti sul palco: due batteristi, tre chitarre, tante voci. Manuel Agnelli, Emidio Clementi, ma anche jazzisti come Nino Locatelli e Filippo Monico, Cristiano Calcagnile. Bellissimo, ma ingombrante. Erano, comunque, le prime “Expedition” (29 gennaio 1999, CS Leoncavallo, Milano).

Nel frattempo abbiamo conosciuto Gak Sato. Ho lavorato un po’ sul suo disco Tangram, e ho capito che invece di suonare con quella folla di gente potevo semplicemente lavorare con lui e Luca. Gak è capace di gestire suoni ambientali, loop, tracce ritmiche, percussioni, e alcuni strumenti molto interessanti (il theremin, per esempio). Mi ha insegnato ad usare nuovi programmi per plasmare i suoni registrati in giro. A questo punto il mio desiderio di creare musica che avesse un diretto rapporto con il mondo e con la vita sembrava raggiungibile. L’uso non soltanto di incontri con persone ma anche di suoni locali – magari trovati in workshop con studenti o altri – dava un nuovo senso al rito del concerto. La narrazione sottolineava il senso di partecipazione, esplicitando certi aspetti dei suoni.

Chi altro è stato coinvolto nella realizzazione del disco?
Sul pezzo ‘Return of the Stray Man’ il grande Painè ha inventato una base ritmica. Su ‘TransRussian Lecture’ si sente la voce di Nathalie Du Pasquier per la frase in francese. La copertina e il libretto (bellissimi) sono l’opera di Luca Pancrazzi, rinomato artista visivo e anche parte del gruppo DE-ABC (con me e Gak). Con DE-ABC promuoviamo iniziative in cui arte e suono si mescolano (in modo interessante spero); per esempio, abbiamo costruito cabine d’ascolto da mettere in giro per la città di Milano, e fatto installazioni per musei (Palazzo delle Papesse a Siena) e gallerie.

In “Expedition” mi è sembrato di trovare elementi sia di musica per film che di musica da viaggio (mi riferisco in particolare a certe atmosfere evocate ed al frequente uso di field recordings). Che tipo di paesaggi sonori avevate in mente?
Hai ragione che a volte (anche dal vivo) c’è un certo “effetto cinema”. E’ affascinante il rapporto tra narrazione e suono nella cinematografia, ma è comunque un linguaggio che ormai tutti conoscono.Con i soundscape senza immagini cerchiamo di capire qualcosa del nostro mondo ascoltandolo, o comunque di suggerire un ascolto più attento. Dicevo spesso che la nostra musica poteva essere ascoltata con un walkman, in giro per il mondo, ma usando un auricolare solo, lasciando un orecchio aperto per i suoni ambientali. Difficilmente le persone si fermano per ascoltare l’ambiente. Questa mancanza di apprezzamento o di atteggiamento critico nei confronti dei suoni del mondo si riflette in una certa incapacità di capire e apprezzare la musica contemporanea in generale… manca una cultura di vero ascolto. La ‘musica’ è onnipresente, un vero bombardamento, ma nessuno ci fa caso. L’introduzione dei rumori all’interno della musica sembra agire come una specie di vaccino, improvvisamente l’ascoltatore si sveglia, sente la musica e sente anche il paesaggio sonoro. Prima non stava ascoltando nessuno dei due. Quando funziona è fantastico, uno stato di alterazione. Ma non è facile, ci vuole un equilibrio perfetto, una certa ambiguità in cui non si capisce dove la musica finisce e il rumore comincia, o addirittura non si capisce quali suoni vengono dal palco e quali suoni vengono dal mondo.

Il jazz (unito ad un certo blues metropolitano) continua ad essere una componente fondamentale della tua musica. In che modo credi che questo linguaggio musicale possa adattarsi ai nostri tempi e, se possibile, raccontarli?
Più che un linguaggio, ormai per me il jazz rappresenta un approccio, un modo di toccare lo strumento, di interagire con altri musicisti e altri suoni, di lasciare che i pezzi emergano da una pratica di improvvisazione. Comunque le categorie hanno lo stesso destino delle ‘razze’… metissage totale. La cosa bella è che in molti casi riescono a conservare la propria vitalità, o addirittura di aumentarla.
Se il blues può adattarsi ai nostri tempi? Credo proprio di sì… basta guardare MTV! Tutto quel bel R&B viene direttamente dal blues. Anche il rap, hip hop… non è altro che talkin’ blues. L’evoluzione sta nei suoni, nella tecnologia, nei vestiti, e soprattutto nella base ritmica. Secondo Gak, dal suono della batteria si può quasi sempre capire non solo in che decennio, ma in che anno un disco è stato fatto.

Molte tracce dell’album hanno come tema preponderante il viaggio, inteso per lo più come “deriva” da un posto all’altro (penso, per esempio, a “Transrussian Lecture”). Credi che l’essere apolide, il non avere un preciso punto di riferimento – sia geografico che culturale -sia una condizione ormai stabile dell’uomo dei nostri giorni?
Il viaggio è forse l’allegoria più vecchia del mondo. Era naturale adoperarla per rendere esplicito il nostro desiderio di entrare in contatto con gli abitanti dei posti dove andavamo per suonare. Comincio a credere che lo spazio della spedizione – un viaggio di osservazione, esplorazione, studio – può diventare una dimensione alternativa rispetto al triste paradosso di essere contemporaneamente sempre più globalizzati e sempre più provinciali. Nella spedizione hai la gioia di conoscere realtà molto radicate, ma allo stesso tempo sei libero di viverle senza conflitti d’identità. Hai mai pensato al fatto che quasi tutte le musiche vitali del mondo hanno radici geo-specifiche? Motown, Seattle, Bristol, Brazil, il reggae. Se hanno tempo per crescere localmente, con produzione, distribuzione e consumo locali, diventano grandi e non muoiono piu. Purtroppo la rapida mercificazione di un’industria avida, controllata da pochi giganti multinazionali, spesso uccide questi movimenti prematuramente. Noi cerchiamo di ricreare lo stesso spirito, anche se non abbiamo una nostra identità locale. In fondo non è l’appartenenza che conta, è l’approccio. L’approccio di jazz o di hip-hop (quello vero) è aperto ad ogni contaminazione. Per questo dicevo che quando il jazz diventa un linguaggio codificato non mi interessa più.
La domanda è: possiamo ricreare la spontaneità che cresce localmente senza essere locali? Io credo di sì: basta non farsi mercificare fino a perdere completamente la propria identità.

Abiti a Milano ormai da qualche anno… quanto è naturale per un newyorchese vivere in una delle più grandi metropoli italiane? Guardando alcuni scatti del servizio promozionale mentre si ascolta il disco, sembra quasi ci sia un filo che unisce la tua sensibilità musicale a questi luoghi… i suoni, i colori, gli odori, le atmosfere della metropoli…
Forse ho già risposto qui sopra… non sento di appartenere a nessuna città, veramente. Però non ho dubbi di appartenere alla ‘città’, nel senso generale del termine: certamente non appartengo alla campagna! Almeno per adesso, la cultura si sviluppa dove c’è gente. E poi la musica, per me, non è un’attività solitaria, anche se passo tante ore da solo nello studio concentrato sul lavoro. Ma per combinare qualcosa di buono devo lavorare con tante altre persone, progetti diversi che si mescolano…

Una piccola curiosità…: nel disco troviamo anche una rilettura di “A day in the life” dei Beatles. Potresti spiegarci il perché di questa scelta?
Nei primi concerti dell’Expedition usavo molto i giornali. Il palco era tappezzato di quotidiani, anche il teatro, e leggevamo notizie. Giornali rigorosamente locali, ovviamente. Era un altro modo di lasciare il rumore del mondo infiltrarsi nello spettacolo. A Day in the Life è un cut-up di notizie, una deriva urbana. Corrisponde quasi perfettamente alla mia idea di canzone.

Sei spesso coinvolto in progetti ed eventi a carattere multimediale. Oltre all’aspetto musicale, in quale misura ti interessa quello visuale?
Errare humanum est… l’abuso della parola multimediale mi rende triste. Non avrebbe mai dovuto entrare nel lessico artistico. Una presentazione di un rappresentante industriale può essere multimediale… ma l’arte lo è sempre stata, senza nessun bisogno di questo termine! Un vaso greco con una decorazione dipinta è già multimediale…

Quanto all’uso di materiale visivo durante gli spettacoli, usare i video durante un concerto spesso crea un grosso problema. Le immagini rischiano di diventare tappezzeria visiva, così come la musica diventa mero commento. Le due cose invece devono nascere insieme, da un’idea che rende necessario l’uso di entrambe le tecniche. La stessa cosa vale per la mescolanza di poesia o letteratura con la musica.

Credo che oggi ci sia un fraintendimento diffuso del significato del termine (molto di moda) “sinestesia”. Continuo a sentire parlare di un coinvolgimento di tutti i sensi, che ben presto porta a un bombardamento multimediale di tutti i nostri poveri organi di percezione. Invece l’idea, credo, sarebbe di evocare una sensazione in uno dei nostri sensi attraverso un altro. Esempio banale: lo stimolo visivo di un quadro che raffigura fiori può suggerire all’olfatto il profumo dei fiori stessi. Ormai, quando collaboro con artisti visivi, cerchiamo di creare qualcosa di organico: il video può avere una colonna sonora, una mostra di quadri può avere dei suoni nella galleria, un happening può essere fatto con tutti i media possibili contemporaneamente. Lavoro con tanti artisti su progetti diversi. Ma non sono multimediali!

Le tue prime esperienze artistiche in Italia sono state come autore di musica leggera… un ambiente musicale molto differente da quello dei Lounge Lizards. Che ricordo conservi di quelle esperienze di venti anni fa?
La fama di essere (sebbene un po’ per caso) co-autore di un brano che ha venduto tantissimi dischi negli anni ‘80 mi ha creato qualche problema al livello di identità ‘pubblica’. Purtroppo l’industria vuole sempre metterci dentro categorie…
Sono sempre stato affascinato dal piccolo meccanismo magico della canzone. Una buona canzone è un gioiello di sinestesia, una forma di comunicazione potentissima e universale. Il rapporto parole-musica è un grande mistero: coinvolge contemporaneamente i due emisferi del cervello in un gioco che ti dà anche un piacere fisico.Quindi per me è stato molto naturale volermi infiltrare nel mondo della musica pop: puoi imparare tante cose là dentro.

Un’esperienza che doveva essere una missione quasi di turismo culturale è diventata, invece, con il megasuccesso di Self Control, un lavoro. Se hai scritto il pezzo numero uno in classifica ti chiamano tutti! Ho lavorato molto in Italia, ma anche in California, a Londra, a Parigi…

Dopo qualche anno mi sono reso conto che non avevo più tempo per fare la musica che mi piaceva. Verso il 1987 sono tornato a NY e ho cercato di svuotare i banchi della memoria. Ho dovuto ricostruire la mia vita, in un certo senso. Per fortuna i soldi dei lavori pop mi hanno permesso di prendere qualche anno di tempo per ritrovare la mia identità.

Sei stato il produttore di “Da qui” dei Massimo Volume e ti abbiamo recentemente visto ospite in “Stanza 218” degli El Muniria di Emidio Clementi. Com’è nata la vostra amicizia?
Una sera di qualche anno fa, si sono presentati a casa mia a Milano due pallidi sconosciuti, Emidio Clementi e Egle Sommacal. Si sono seduti sul divano e molto grevemente mi hanno chiesto se avevo voglia di ascoltare i due CD che avevano già pubblicato, per pensare a una collaborazione futura. Avevo paura fosse l’ennesimo gruppetto pop con tanti tatuaggi e poche idee. Poi ho visto che un pezzo (bello) si chiamava Il Primo Dio, dal libro di Emanuel Carnevali (che ho amato molto). Ho ascoltato il CD. E ho deciso di lavorare con loro… Hanno avuto un grande impatto sulla scena italiana, in un certo senso, ma purtroppo questo non basta per tenere in vita un gruppo, con i tempi che corrono. Comunque mi piace molto anche El Muniria.

Cosa ti piace dell’attuale scena musicale italiana?
Ultimamente ho sentito alcune autoproduzioni interessanti… tanti musicisti hanno capito che il futuro della musica non è nelle case discografiche, neanche nei cd, ma nella ricerca, nello scambio, in nuovi modi per presentare e diffondere le opere. Qualche nome? A Cesena gli Aidoru, a Latina i Neo, o i progetti di persone come Lo Brusci (Timet), che da anni fa musica stimolante fuori dagli schemi del business. Poi musicisti come Vincenzo Vasi, Mirko Sabatini, Walter Prati, che vivono in un mondo fatto di improv, jazz, elettronica, contaminazioni varie. In ambito più ‘colto’, mi piace il gruppo Alter Ego, con Francesco Dillon al violoncello. Solo per citare alcuni.
Credo che ci sia un grande pubblico di curiosi, persone che amano sentire cose nuove. Stranamente non esiste nessuna programmazione nei locali o nei festival per questo pubblico.

In generale, quali sono gli ascolti che ultimamente ti hanno più appassionato?
Vuoi proprio farmi riempire il sito? Difficile essere breve, faccio un sample dei dischi sul tavolo… Erykah Badu, Roswell Rudd/Mali-cool, Xenakis, Harry Partch, Gordon Mumma, Alison Knowles, Cornelius, Sonny Rollins Alfie soundtrack, Elliott Sharp “Velocity of Hue”, il Codice Montpellier, Isidore Isou, Sun Ra, Baobab Orchestra, Ravi Shankar…

A che tipo di progetti ti dedicherai dopo “Expedition”?
Forse è arrivato il momento per separare, di nuovo, la ricerca sulla canzone da tutto il resto. Adesso ho voglia di fare un concerto e un CD di soli brani vocali con gli strumenti al minimo, e anche un progetto senza parole, senza canzoni, usando improv e elettronica. Sono già programmati, poi, progetti con DE-ABC (un grande installazione sul ruolo del suono nella propaganda) e con alcuni artisti visivi.

11 Novembre 2004
11 Novembre 2004
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