Vent’anni di “strange innocence”. Intervista agli Explosions in the Sky

Era l’inizio del 2000, si era appena entrati nel nuovo millennio, quando usciva per una piccola etichetta indipendente l’esordio di una band appartenente alla seconda generazione del post-rock americano (ma a loro non piace molto essere etichettati così) destinata a lasciare un segno forte sulla scena. In How Strange, Innocence gli Explosions in the Sky creavano la matrice del loro rock strumentale, con sviluppi di temi influenzati dalla musica classica e abilità quasi cinematografiche nel disegnare traiettorie sonore fortemente evocative. Per celebrare la ricorrenza dei vent’anni di carriera discografica, i Nostri sono ora in tour, attesi il 5 febbraio a Bologna (Teatro Duse) e il giorno dopo a Milano (Fabrique). Abbiamo parlato via e-mail con il chitarrista Mark Smith di anniversari, percorsi, ispirazioni e di prospettive passate, presenti e future.

Il vostro “20th Anniversary Tour” vi sta portando in Italia. Vi volevo chiedere che effetto vi fa tornare da noi, che rapporto avete con il pubblico italiano e se avete qualche ricordo particolare delle esperienze avute nel nostro paese.

Ci dispiace solo di arrivare in Italia a febbraio. Abbiamo vissuto esperienze davvero fantastiche suonando da voi, così come abbiamo trascorso dei momenti meravigliosi passeggiando per le città e le campagne italiane in primavera o in autunno. Questa volta farà più freddo ma non vediamo l’ora lo stesso. Abbiamo sempre avvertito tutto l’amore e l’entusiasmo del pubblico italiano, anche se uno dei nostri ricordi preferiti dell’Italia riguarda la prima volta che abbiamo suonato nel vostro paese, in un piccolo teatro di Bologna (o almeno così mi sembra di ricordare), quando c’era un uomo piuttosto anziano seduto in prima fila (non mi pare che ci fosse qualcun altro in prima fila insieme a lui…), che mentre suonavamo leggeva il giornale, e a un certo punto, durante il concerto, ha pensato bene di posare il giornale, chiudere gli occhi e farsi un pisolino…

A proposito della strana innocenza di questo personaggio [avrei detto, ma l’intervista è stata via email, NdSA]… il vostro primo lavoro, How Strange, Innocence, usciva esattamente vent’anni fa. Come potreste giudicare il vostro percorso musicale a distanza di tanto tempo: che cosa pensate sia cambiato rispetto all’inizio e che cosa invece rimane ancora parte integrante dell’essenza della vostra band?

Penso che in un modo o nell’altro siamo ancora la stessa band: musicalmente irrequieti e sempre curiosi, e sempre con il desiderio di esplorare nuovi modi di comporre songs. Credo che la differenza principale sia che adesso abbiamo vent’anni di storia alle spalle e abbiamo creato tanta musica, quindi la sfida è trovare una direzione che ci sembri fresca, e si distingua da tutto ciò che abbiamo già fatto. Per questo abbiamo bisogno di più tempo, ma abbiamo sempre trovato l’ispirazione e penso che la troveremo ancora. Adesso è tutto un po’ più impegnativo, anche perché non viviamo più nella stessa città – una volta ci vedevamo praticamente ogni giorno, che si trattasse di vederci un film assieme o di trovarci a suonare.

Avete pensato a una scaletta particolare per il tour? Magari un po’ “retrospettiva”, se così si può dire?

Sì, c’è sicuramente un po’ di retrospettiva. Se volete, potete dare un’occhiata alle nostre setlist dello scorso autunno, perché avremo scalette simili – oppure non guardate nulla e lasciatevi sorprendere… Cerchiamo di mescolare un po’ le carte da sera a sera, sicuramente faremo brani da How Strange, Innocence (ce ne sono alcuni che non facciamo da dieci anni e altri che non abbiamo mai suonato), e pescheremo un po’ da tutti gli altri dischi, fino alle cose più recenti.

Pensando al fatto che la vostra musica possiede sempre una vena immaginifica e narrativa, trovo del tutto logico e naturale che le colonne sonore siano diventate una parte importante della vostra attività. Percepite comunque una differenza tra quando componete per voi rispetto a quando create le musiche per un film?

Sicuro, quando lavoriamo a un album, creiamo musica che deve stare per conto suo. Raramente facciamo video, quello su cui ci concentriamo è sempre il mondo, o il mood, o l’immagine che la musica può creare nella mente di chi ascolta. Se siamo al lavoro su una colonna sonora, quello che cerchiamo di fare è semplicemente di aiutare il regista a far rendere ogni scena al massimo delle sue potenzialità. A volte nascono brani così evocativi che stanno bene anche da soli, e nella migliore delle ipotesi va effettivamente così, ma in ogni caso il processo di lavoro è piuttosto diverso.

Ma dal punto di vista dell’approccio creativo, o anche dei risultati… le colonne sonore in qualche modo vi hanno condotto in nuovi territori o vi hanno dato nuovi spunti per la vostra musica?

Questo è vero, al cento per cento. All’inizio è stato un po’ uno choc: bisognava lavorare molto in fretta e inventare le cose sul momento, in più dovevamo prendere istruzioni dal regista e dal music supervisor. Tutte cose che ci hanno spiazzato. Ma ci siamo adattati e alla fine abbiamo trovato il tutto davvero divertente – e gratificante, al di là dello stress. È qualcosa che ci è servito, ci ha insegnato a scrivere musica in nuovi modi usando strumenti non tradizionali, sfruttando molto di più il computer, e a creare canzoni partendo da input completamente diversi (in termini proprio di songwriting). Tutti aspetti che si sono riversati in particolare nel nostro ultimo album, The Wilderness.

So che non amate molto il termine “post-rock” ma quando avete pubblicato i vostri primi dischi questo nuovo concetto di rock strumentale era veramente una grande novità. Vi siete mai sentiti parte di una scena o vicini ad altre band con cui potete condividere una certa sensibilità?

Sì, non è proprio la nostra definizione preferita, ma so che la gente ha bisogno di classificare tutto in generi. Quando stavamo ad Austin, ci siamo sentiti sicuramente parte di una scena, ed è stato davvero molto bello; ricordo in particolare la vicinanza con gli American Analog Set e i Trail of Dead. Siamo ancora in contatto, e vogliamo bene a quei ragazzi. Ma nessuno di noi è sicuramente attivo come una volta. Se parliamo di oggi, sì, proviamo grande rispetto e una certa affinità per Mogwai, Mono ed Eluvium.

Siete mai stati influenzati dalla musica classica?

Sì, all’inizio come ora. Ci lascia ancora sbalorditi il modo in cui si sviluppano i pezzi classici, con quelle infinite variazioni e quelle strutture mai ripetitive. Penso che finiamo per ispirarci più all’atmosfera, al tono, o persino alle melodie della musica classica, mentre attingiamo di più dal rock per quanto riguarda il ritmo e le strutture.

In una vostra vecchia intervista avevate detto, più o meno, che all’inizio componevate soprattutto pensando a come avreste suonato dal vivo, mentre più tardi siete entrati più nell’ottica del lavoro di studio. C’è stato un album che ha rappresentato una svolta da questo punto di vista? È cambiato qualcosa anche nei vostri concerti?

Potremmo averlo detto a proposito di un album precedente, ma non credo che sia stato effettivamente così fino a The Wilderness. Quello è il primo album che abbiamo scritto pensando esclusivamente al modo in cui volevamo che suonasse sul disco – e che il concerto andasse pure il diavolo… Non avevamo nemmeno idea di come suonare dal vivo alcune delle canzoni fino a quando non abbiamo finito di registrare. Quindi abbiamo dovuto fare una sorta di reverse engineering per le versioni live, iniziare a portarci dietro un computer e un’interfaccia MIDI e avere un quinto membro della band che suonava con noi sul palco.

L’ultimo vostro album, The Wilderness appunto, è di quattro anni fa. State lavorando su materiale nuovo? Dobbiamo aspettarci qualche news a breve o tra un po’?

Molto molto alla lontana, abbiamo iniziato a lavorarci. Abbiamo parlato dell’approccio che vogliamo avere, di quale ispirazione vogliamo seguire, e ci siamo già anche scambiati qualche brano. Ma non saremo in grado di dedicare tempo ed energie a un disco nuovo almeno fino all’estate. Quindi non aspettatevi grandi notizie per un po’. Ma vedrete che ci arriveremo…

3 Febbraio 2020

Your tour 20th Anniversary Tour will take you to Italy soon for two shows in Bologna and Milan. How does it feel for you to come back to Italy? What do you think about your Italian audience and your experiences in our country?

Hi Tommaso, our only regret is that it will be February when we are in Italy. We have had some truly great experiences musically in Italy, but just as equally we have had amazing times walking through the Italian cities and countryside in the spring or fall sun. This time it will be colder but we’re excited anyway. We have always felt the love and excitement from Italian audiences, but I also want to share one of our favorite memories from Italy: the first time we played in Italy (I think it was a small theater in Bologna) and there was an older man in the front row of seats (I don’t think anyone else was in the front row), and as we played he was reading a newspaper, and at some point during the show he put down his newspaper and closed his eyes and took a nap.

How Strange Innocence, came out exactly 20 years ago. How do you see your development as a band after so many years? What do you think is changed from then – and what else do you feel instead is still part of your essence as a band, just like when you began?

I think in some ways we are still the same band – musically restless and curious and wanting to try and explore new ways to put together songs. I think the main difference is that we now have 20 years of history, and we’ve made a lot of music, so the challenge is trying to find a direction that feels fresh to us, distinct from what we have already made. It takes us a while, but we have always found inspiration and I think we will again. It’s also a little more challenging these days because we don’t live in the same cities – we used to see each other pretty much every day, whether it was seeing a movie or making music.

Did you think about a particular setlist for this tour? Maybe a little bit more “retrospective”, if I can say so?

Yes a little more retrospective for sure. If you look up our setlists from last fall, we will be playing sets similar to those (or you can just wait and be surprised). We try to mix it up from night to night at least a little bit, but there will be a few from How Strange, Innocence (some of which we haven’t played for 10 years and some we haven’t played ever), and a few from each of the other records, all the way up to the present.

Since your music has always been very close to “image thinking” and “storytelling with sound”, it sounds completely logic that film music became a consistent part of your activity. Do you perceive any difference bewtween creating music for your records and the film scores you’ve been making, especially in recent years?

For sure – when we make an album, it has to be a stand-alone piece. We only rarely make music videos, and the emphasis is always on the world or mood or imagery that the music itself creates in a listener’s mind. With soundtracks, we are just trying to help the director make each scene be the best it can be. Sometimes those pieces of music stand alone as evocative music as well, and that’s obviously the best case scenario, but anyway the process feels quite different.

In terms of approach or results, or in any aspect of your work… Did soundtrack composing bring you in new territories or teach you a new way of working?

A hundred percent, yes. At first it was jarring – we had to work quickly and make up stuff on the fly, and we had to take notes from the director and music supervisor. And both of those parts of the process felt strange. But we adapted and then found it to be really enjoyable – often stressful but rewarding. It helped teach us to write music in new ways – using non-traditional instruments, using the computer much more, starting songs in completely different ways (in terms of songwriting). I think that really carried over to our last album, The Wilderness, in particular.

I know that you don’t like the term “post-rock” very much, but when you published your first records this brand or this whole “concept” of instrumental rock was really a new thing. Have you ever felt to be part of a certain scene or share a certain sensibility with other contemporary bands?

Yeah, it’s still not our favorite term, but I know people need to be able to classify things into genres. I think early on in Austin, we definitely felt part of a scene, and it was pretty great, particularly we felt a kinship with American Analog Set and …And You Will Know Us By the Trail of Dead. And we still know and love all those guys. But none of us are as active of course as we used to be. Contemporarily speaking, yes we definitely feel the respect for and kinship with Mogwai and Mono and Eluvium.

Did classical music have an influence on your style, then or now?

Yes, from the beginning and now. We are often in awe of the way classical pieces unfold, with endless variations and non-repetitive structures, and I think we end up taking more of the mood or tone or even melodies of classical music, while drawing more from rock music structures and beats.

I remember a quote from an old interview that said this, more or less: that once you used to compose your music thinking about playing it live, and then you started thinking more about “studio albums” per se. Is there any album you did that could be considered a turning point from this perspective? Did it change something also in your live show?

We might have said that for a previous album, but I don’t think it has truly been accurate until The Wilderness. This is the first album that we just wrote it completely based on how we wanted it to sound on record, and live show be damned. We didn’t even figure out how to play some of the songs until after we finished recording the album. So we had to kind of reverse engineer the live versions of these songs, and we had to start bringing a computer and MIDI interface and have a 5th touring member of the band who plays with us on stage.

Your last proper studio album, The Wilderness, came out four years ago. Are you currently working on new music? Shall we expect some news really soon or maybe later?

In a very very loose sense, we have sort of started working. We have talked about how we want to approach it, and talked about inspiration, and have even exchanged a few pieces of music. But we won’t be able to truly dedicate time and effort to it until the summer. So don’t expect much news for a while, unfortunately. But we’ll get there.

3 Febbraio 2020
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