Studiando da popstar

Sono così lontani i tempi della HoZac per gli Smith Westerns (al secolo Cullen Omori, il fratello Cameron e l’amico Max Kakacec) che sembra di trovarsi di fronte a un’altra band. Anche fisicamente. Quando nel 2008 i tre registrarono i primi singoli per l’etichetta cittadina, erano ancora degli imberbi liceali a cui qualche fratello maggiore aveva appena fatto ascoltare Nuggetts, provocandone il repentino invaghimento per il garage dei 60s. L’omonimo album di debutto, Cullen e Max lo pubblicarono quando ancora stavano frequentando l’ultimo anno di superiori. Neanche due anni dopo le intuizioni pop degli esordi venivano messe in bella calligrafia e irrorate di una lucente patina psichedelica. Dye It Blonde rappresentava la scoperta dei 70s, di un universo languido e opalescente, del guitar pop nella sua espressione più alta, quella che ciclicamente paga pegno al songwriting di John Lennon e Alex Chilton. Sì, perché i tre non hanno mai noscosto la statura della loro ambizione. Così, se il disco d’esordio li aveva portati in giro per gli States con quello scherzo della natura di NoBunny, Dye It Blonde aveva alzato le mire da popstar e li aveva mandati a scuola da gente come MGMT, Belle & Sebastian e Florence & The Machine. Tutti act con cui, dal 2010 in poi, hanno condiviso i palchi di mezzo mondo. E’ da qui che partiamo per farci raccontare da Cullen Omori lo stato di salute della band.

Fra tutte le cose che vi sono successe negli ultimi tre anni, quali sono state quelle che vi hanno fatto crescere di più, come persone e come artisti?

Sicuramente andare in tour. Girare, fare concerti è il modo migliore per sviluppare le tue capacità come musicista, ma anche per vedere il mondo e crescere come persona. Mi sembra che in questi anni abbiamo avuto parecchi successi e qualche fallimento, ma credo che tutto questo, in qualche modo, ci abbia fatto maturare molto velocemente.

L’album precedente vi vedeva alle prese, per la prima volta, con un sound molto influenzato dai 70s. Mi sembra che la stessa cosa possa dirsi di Soft Will, benché i due dischi siano molto differenti…

E’ vero, Dye It Blonde è stato il disco che ci ha presentato per le prima volta a un gran numero di persone. E’ successo tutto molto in fretta. Ad un certo punto ci siamo ritrovati ad esibirci a un livello molto più alto di quello che avevamo sperimentato con il primo album. Credo che questa maggiore esposizione ci abbia aiutato a diventare musicisti migliori ed è qualcosa che in Soft Will si sente. Inoltre, vedere gente molto coinvolta in un tuo disco, come è successo con Dye It Blonde, è qualcosa che ti ispira moltissimo.

Ormai la vostra musica ha veramente poco a che vedere con quella dei vostri primi singoli…cos’è cambiato nel vostro approccio creativo?

La maggiore confidenza maturata con gli strumenti ci permette di essere più rilassati riguardo al lato musicale in senso stretto e ci ha permesso di dedicare una maggiore attenzione ai testi. Su Soft Will c’è più pena e disillusione, che canzoni d’amore.

In che senso?

Con Dye It Blonde io lavoravo per lo più al formato della love song. Ho scritto canzoni che all’apparenza erano canzoni d’amore, ma per me affrontavano problemi come il desiderio e la disperazione. Per Soft Will, volevo che i testi fossero più confessionali e riflessivi. Molte delle parole hanno a che fare con la disillusione che deriva da un successo come quello di Dye It Blonde e al doversi adattare a tutto quello che abbiamo vissuto come singoli individui e come band.

Quando parli di maggiore confidenza, intendi anche una maggiore padronanza delle tecniche di regisrazione?

Vedi, il rapporto con lo studio di registrazione è qualcosa a cui ci stiamo ancora abituando. L’album di debutto lo abbiamo registrato nello studio che avevamo attrezzato in cantina, e a dire il vero, anche i demo degli altri dischi li abbiamo registrati in cantina. Con Soft Will, però, abbiamo iniziato ad abituarci all’idea di essere una band da studio e a prenotarlo per il tempo che ci sembrava più appropriato. Per Dye It Blonde abbiamo avuto solo trenta giorni per registrare, sovraincidere e mixare il disco. Abbiamo fatto tutto molto di corsa. Con Soft Will abbiamo avuto il tempo per dare le sfumature che volevamo a tutte le parti dell’album.

C’è un mood sottilmente psichedelico che attraverso tutto Soft Will (mi viene in mente un pezzo come XXIII)…

Il merito di quella canzone è quasi tutto di Max. Voleva creare un pezzo che fosse un continuo crescendo. Lui ama stratificare gli strumenti uno sull’altro. E’ una specie di tema ricorrente in tutti i nostri album. Per XXIII gli abbiamo dato carta bianca.

Cosa pensi sia rimasto dell’approccio DIY degli esordi?

Penso che ci abbia insegnato a non farci troppi problemi nel correre rischi. La nostra carriera fino ad ora è stata caratterizzata da tentativi ed errori, per fortuna non di fronte al pubblico più vasto. Per questo credo che aver iniziato come band DIY sia stato molto formativo per noi.

Da quello che mi hai detto all’inizio, sembra chiaro come per voi la cosa principale rimanga quella di suonare dal vivo. Ora che il vostro disco è frutto di un più attento lavoro di studio, sarà più difficile portare la vostra musica on stage?

Di solito scriviamo e registriamo le nostre canzoni senza pensare davvero a come renderle dal vivo. Proprio per questo, nell’ultimo periodo, abbiamo speso molto tempo a lavorare sulla loro resa live, in modo da farle suonare più simili al disco possibile.

Siete andati in tour con band molto differenti tra loro e mi viene da chiederti se c’è qualche artista che sentite particolarmente vicino..

Ognuno di essi ha qualcosa che ci affascina. Ma tutti quanti possiamo dire di essere grandi fan dei MGMT.

State già pensando al futuro?

Per il momento l’unica cosa che abbiamo in testa è “tour…tour…tour“.

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