Surfing (Northwest) USA. Intervista ai Mudhoney

È sempre un piacere parlare con Mark McLaughlin, in arte Mark Arm. Anche se farlo di persona, con Steve Turner come spalla, è proprio un’altra cosa. Succedeva al Bloom di Mezzago qualche anno fa nell’intervista più divertente che abbia mai fatto in vita mia. Un vero spasso, com’è rileggerla anche dopo tanto tempo. Questa volta Mark mi risponde al telefono dall’America, e per la precisione dal magazzino della Sub Pop, dove svolge il suo lavoro regolare di quando non è impegnato con il gruppo. A proposito, i Mudhoney si sono formati nel 1988 e hanno da poco compiuto trent’anni di attività quasi ininterrotta. Nella recensione dell’album Digital Garbage uscito lo scorso settembre ci chiedevamo: «Come si reagisce alla paranoia, al terrore, alla spazzatura digitale? Tenendo alta la guardia e suonando con l’energia e l’intelligenza di sempre. Sempre chitarrosi – anche se un po’ meno superfuzzbigmuff – e ruspanti». Il loro cantante non ci dà direttamente la stessa risposta – le big questions lo lasciano un po’ stranito, ci fa notare con un misto di understatement e arguzia tagliente come il suo humour nero. In fondo non serve: lui e i suoi tre compagni hanno già fatto intuire tutto nel disco con il consueto stile. Mark è sempre ironico: lo si sente spesso ridere (anche dove non lo abbiamo specificato) e il dialogo fitto con lui è sempre sul filo dell’ironia e della battuta. Divertente, intelligente, ma mai banale.

Intanto i Mudhoney stanno per arrivare in Italia: i concerti di Bologna (il 21 novembre al Locomotiv) e di Milano (alla Santeria, il 23 novembre) sono stati annunciati già come sold out; non ancora lo show di Roma (al Largo, il 22 novembre), per cui si registra comunque un successo di prevendita che potrebbe preludere al tutto esaurito.

Mark, i Mudhoney si sono formati giusto trent’anni fa. Avreste mai immaginato allora di andare avanti così a lungo?

No, figurati. La mia esperienza più lunga con un gruppo erano stati i tre anni con i Green River [di cui tra l’altro sono state annunciate le imminenti ristampe, NdSA]. Forse i Thrown-Ups erano durati leggermente di più ma non provavamo mai, per cui non fanno testo.

Che impressione ti fa questo trentennale?

Be’, sono felice di suonare ancora con i miei compagni, di scrivere, di registrare, di andare in tour insieme a loro. È bello, anche se è strano. Insomma, sono passati trent’anni… vuol dire che sono diventato più vecchio.

Digital Garbage è un disco molto cupo, pieno di rabbia e di sarcasmo. Parla di terrore, paranoia, dell’aria pesante che si respira nel vostro paese. Come vedi l’America oggi?

Questa è una domanda impegnativa. Di che aspetto dell’America parliamo?

Be’, nei testi del disco escono fuori tanti aspetti…

Sì, certo, sono abbastanza preoccupato della piega che sta prendendo questo paese. [silenzio eloquente, ndSA]

Paranoid Core racconta delle paranoie trasmesse alla gente dai mezzi di comunicazione e Kill Yourself Live prende di mira la mania dei social media. Siamo circondati dalla Digital Garbage. E come ce ne liberiamo, o perlomeno, come evitiamo di farci sommergere?

Non lo so. Io non sto su Facebook, Twitter, Instagram o sugli altri social, più che altro perché mi manca il tempo. E non sono nemmeno il tipo che ama promuoversi in continuazione. Tutto questo autopromuoversi e parlare di sé sui social media lo trovo veramente strano. Certo, in questo momento sto facendo promozione anch’io… però, dai non mi spingo molto più in là del dirvi: “Ehi, ragazzi, è uscito il nostro nuovo disco, è davvero bello, andatelo a comprare” [ride, ndSA]. Battute a parte, tutto il chiacchiericcio dei social lo trovo abbastanza sgradevole.

Mi ha colpito un pezzo, Night and Fog, che parla di questa minaccia imminente. Da cosa nasce quella sensazione?

È riferita più alla storia che al presente, anche se fatti del genere succedono anche oggi in certi paesi. Penso a quel giornalista [Jamal Khashoggi, NdSA] che è entrato nel consolato saudita a Istanbul e non ne è uscito più. Il pezzo è nato nel periodo in cui Trump aveva annunciato il muslim ban. È una cosa mi ha fatto pensare a quello che succedeva nella Germania nazista, nell’Unione Sovietica, nel Cile di Pinochet e negli altri stati autoritari, o nella stessa Cuba, che pure sta dall’altra parte dello spettro politico, dove il dissidente era un nemico che andava ucciso o fatto sparire.

Curiosità: Night and Fog, cioè Notte e nebbia, come il film di Alain Resnais sull’Olocausto [titolo francese Nuit et Brouillard, NdSA]?

Sì, certo, si riferisce a quello.

Una delle chiavi del lavoro di Resnais è il tema della memoria. La nostra è una società che tende a dimenticare o a disconoscere il passato: il risultato è che si torna indietro…

Una delle ultime interviste prima della tua è stata con un giornalista tedesco e si parlava proprio di questo argomento. Le persone che hanno vissuto e visto con i loro occhi la Seconda Guerra Mondiale sono quasi tutte morte. Io ho avuto mia madre che era tedesca, di Francoforte, era nata nel 1921, aveva visto tutto, anche se non ne parlava. È forse vero che le persone tendono a dimenticare, ma mi chiedo come possiamo dimenticare una tragedia come l’Olocausto.

Se vogliamo, è un tema al centro di un film decisamente più recente, come BlacKkKlansman di Spike Lee. Non so se l’hai visto…

No, avrei voluto vederlo ma non ho trovato il tempo. Mi rifarò quando sarà su Netflix…

Gira sempre intorno a questo tema, la parte peggiore della Storia che tende a ripetersi…

Sembrerà strano, ma per me è come se ci sia una parte dell’umanità che tende proprio a gravitare verso le cose peggiori della Storia. Come è possibile? Non lo so, non ho una risposta.

Ti capisco, Mark. Forse nessuno ce l’ha. Parliamo di cose un po’ più leggere e di musica. La mia impressione è che le chitarre del nuovo album abbiano un suono più pulito di quello a cui ci avevate spesso abituati. Che ne pensi?

Può darsi. Sì, non uso più il superfuzz di questi tempi, e non lo faccio da un po’…. Però ci sono qui e là delle chitarre con dei gran bei suoni. Fammi pensare un attimo … Nerve Attack è abbastanza pulita ma Next Mass Extinction ha dei suoni belli pesanti. Dipende un po’ dalla singola canzone, abbiamo ragionato in base a quello che ogni pezzo ci chiedeva di fare.

Mi è piaciuto anche come avete usato le tastiere in Kill Yourself Live e Paranoid Core, e devo dire che questo disco ha dentro tanto blues…

È vero. Se ci pensi, una versione punk rock del blues c’era già nel nostro primo singolo, Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More [lato B di Touch Me I’m Sick, NdSA].

Assolutamente sì. A proposito, siete sempre fedeli all’analogico quando si tratta di registrare?

Incidiamo su nastri da 2 pollici e facciamo l’editing con il rasoio… Cose da vecchia scuola. E poi mixiamo su nastro da 2 pollici e 1/4 e usiamo ancora i fader manuali, niente di automatico. È un’idea di Johnny [Sangster, NdSA], il nostro produttore, che vuole lavorare così. Abbiamo fatto anche un backup con Pro Tools ma per il master finale abbiamo inviato ancora i nastri a bobina aperta.

Messiah’s Lament è un po’ il pezzo più inusuale del nuovo LP, per la metrica, per la melodia, per il fatto che è una ballata. In Digital Garbage la religione entra spesso, anche se in questo brano lo fa con un sentimento diverso…

Questa è la prima canzone che Dan Peters ha scritto per la band, aveva già tutto in mente; il tempo strano nasce naturalmente dal fatto che lui è il batterista… [risate, ndSA]

È proprio la prima che compone?

Lui ha sempre delle idee ritmiche molto cool, ma è la prima volta che ci porta un pezzo con un riff di chitarra. Poi io e Steve abbiamo lavorato sugli accordi. Dan suona soprattutto la chitarra acustica e ha uno stile completamente diverso dal nostro, ma anche per questo è bello lavorare su quello che ci propone. Lui è felice di come è venuto il pezzo perché rende giustizia alla sua idea.

Ho capito che non ti piacciono i domandoni, però volevo sapere qualcosa sul tuo punto di vista: la religione è un tema ricorrente in questo nuovo album, ci sono pezzi che la citano in modo esplicito come 21st Century Pharisees o appunto Messiah’s Lament. Sappiamo che una certa America è molto religiosa, ma poi si potrebbe discutere sulle forme che questa religiosità prende nel concreto…

Be’, non so come sia in Italia…

È così anche da noi…

Siete cattolici sulla carta ma poi insomma… Spesso, da noi come da voi, ci si rivolge alla religione per il proprio interesse. C’è molta ipocrisia. Fare davvero un percorso di quel tipo non è affatto facile. Molti cercano invece solo un sollievo che l’idea della religione dà, senza che questo poi abbia molto a che fare con le basi e la sostanza di quella stessa fede. Non so se farti il paragone con il mondo cattolico, che non conosco, ma se pensi ai preti pedofili… [risata sarcastica, NdSA].

Appunto, cambiamo argomento e parliamo di un brano più allegro del vostro disco: Oh Yeah

È una canzone che ha tre strofe: la prima sullo skateboard, la seconda sul surf e la terza sulla bicicletta. Sono le cose che piace fare a noi della band. Steve è un grande appassionato dello skate.

Anche tu andavi in skate da ragazzo?

Sì, anche se poi ho smesso. Ci ho riprovato verso i quarant’anni ma continuavo a cadere e a farmi male. Per cui mi sono concentrato di nuovo sul surf, che è tutto diverso – se cadi atterri sull’acqua.

Dove fai surf?

Sulle spiagge dello stato di Washington, ogni tanto anche nel nord dell’Oregon. Fa freddo eh… Guy invece è il ciclista del gruppo, si fa 5/6 miglia ogni giorno per andare al lavoro. Nei weekend fa anche delle gare.

Lavora sempre in ospedale lui vero?

Sì, giusto.

Avete tutti il vostro lavoro. Tu sei sempre magazziniere per la Sub Pop?

Sì, sì, ti sto parlando proprio dal magazzino.

Ci parli dei dischi di qualche nuova band che ci puoi consigliare?

Non so quanto siano nuovi, ma gli Hot Snakes senza dubbio, adoro il loro ultimo album. I Clipping sono una band supercool e hanno inciso due dischi per Sub Pop. I Metz e i Pissed Jeans sono tra i miei gruppi preferiti. Ti consiglio l’album degli Heron Oblivion che è uscito due anni fa: non sono gente di primo pelo, parlo di Ethan e Noah dei Comets on Fire, e adesso mi sfugge il nome del cantante, ma hanno fatto un bel disco psichedelico, davvero bello.

19 novembre 2018
19 novembre 2018
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