Alla Scoperta Dei Piccoli Boati Di Tananai: L’intervista

Ci siamo annoiati già da un po’ di quel cantautorato copia incolla pop intimista sporcato d’elettronica che da qualche tempo a questa parte spadroneggia nelle chart italiane. Tra le nuove proposte però, qualcuno che sta portando avanti un discorso un minimo personale senza finire risucchiato negli oceani delle playlist c’è, e parliamo di Tananai.

Alberto Cotta Ramusino, questo il suo nome di battesimo, ha un passato da producer elettronico con lo pseudonimo di Not For Us, ma da un paio d’anni ha deciso di rimescolare le carte in tavola, presentandosi con una nuova veste che coi copia incolla di cui sopra ha sicuramente a che fare, ma come punto di partenza, non d’approdo. Dopo una manciata di singoli, lo scorso febbraio è uscito l’EP di debutto Piccoli Boati, anticipato dal brano Giugno. Composto da sei brani per una ventina di minuti, il lavoro rappresenta una lucida fotografia di un preciso periodo nella vita di Ramusino, quello che segue la fatidica fine di un’intensa relazione amorosa. Ne viene fuori un canzoniere sintetico che flirta con trap e soul, pop e rock. Un linguaggio in cui riversare un misto di comfort e disillusione, mestizia e una buona dose di romanticismo, tra momenti intimi e catartici ed altri più ironici e giocosi.

Sono evidenti le influenze derivanti da un certo mondo musicale contemporaneo, fra batterie hip-hop e autotune, che si uniscono a un lato più analogico e cantautorale caratterizzato da un intelligente uso delle chitarre, acustiche ed elettriche, con curiose incursioni slide e blues. Può ricordare certe composizioni di Carl Brave e Franco126, ma non solo: ascoltandolo vengono subito in mente artisti come Coez, Venerus, Frah Quintale e Generic Animal, che di questa commistione di generi hanno fatto un marchio di fabbrica. Di grande impatto, in tal senso, è la collaborazione di Tananai con il suo chitarrista, Enrico Wolfgang Cavion, il quale è riuscito a inserire sfumature intriganti, in grado di catturare l’attenzione. In più di un’occasione ricorda John Frusciante, storico chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, in particolare nell’assolo di Paglie, una sorta di I Could Have Lied del 2020, e 10k Scale. Sul lato internazionale dei riferimenti potremmo snocciolare il soft rock delle HAIM, ad esempio, o le prose oblique di un King Krule, ma veniamo al dunque: abbiamo incontrato Alberto per saperne di più su Piccoli Boati e naturalmente su di lui.

Ci racconti innanzitutto come componi e come è cambiato il tuo approccio rispetto al passato?

Se per “passato” intendi rispetto a quando facevo musica elettronica sì, decisamente. Se prima mi dedicavo ogni giorno con costanza alla produzione e alla scoperta di nuovi suoni in modo quasi ossessivo, adesso anziché cercare l’ispirazione, sto attento a coglierla quando mi passa affianco. Ho quindi scritto solamente quando ne sentivo veramente la necessità, quasi sempre di getto e in maniera del tutto spontanea. 

In particolare, c’è stata un’evoluzione a livello di sonorità rispetto ai precedenti singoli. Hai ottenuto un buon bilanciamento tra parti elettroniche e acustiche…

Grazie! È forse il complimento migliore che mi si possa fare, se mi si dice che mi sono “evoluto”. Per me è fondamentale continuare a muovermi, se male o bene non è un problema. L’importante è non stare mai fermo. Penso di averlo fatto quindi anche qui in maniera del tutto inconsapevole, semplicemente assecondando l’evoluzione che è parte fondamentale e naturale di ogni essere umano, anche se la chiamiamo “crescita” o “invecchiamento” sempre di quello si tratta, no?

Nei testi sei estremamente sincero e diretto, non hai paura di mostrare la tua fragilità e i momenti di difficoltà. Come sono nati?

Sono nati come credo nascano per ciascuno di noi, prendendo delle gran batoste e delle grandi soddisfazioni.

Non manca neppure una vena ironica che stempera il tutto, come ad esempio in Bidet, pezzo dal testo ricco di riferimenti, anche ad alcune figure cinematografiche come Dolan, Allen e Tarantino. Raccontaci di più…

In realtà sono registi che ammiro e di cui guardo molto volentieri i film. Ho voluto prendermi in giro da solo in quella strofa, innervosito dal mio modo d’essere, che nel caso specifico di Bidet mi costringe ad ammettere di percepire il delicatissimo e fastidiosissimo fenomeno del “mancarsi”. Tipo a dire «Albi, che palle, dai basta fare il preso male, non è possibile che ti affezioni così tanto in così poco tempo, sei appena riuscito ad andare avanti, goditi questa leggerezza».

Il brano dalla struttura più particolare è Saturnalia, tra chitarre, synth e un’armonica…

Credo che sia il brano che nel disco meglio racconta una storia, anche perché è quello in cui canto di meno (ride, ndSA). Nasce con questi bicordi di chitarra (suonata da Wolf, il mio coinquilino e chitarrista della band con cui lavoro più o meno a tutto) che creano un’atmosfera onirica, a simboleggiare lo stato in cui mi trovavo in quel momento particolare della mia vita, ovvero apatico, distante da tutto e tutti. Poi arriva questa melodia vocale disegnata con un pitch shifter, che rappresenta “la voce che si è fatta strada tra il frastuono”, ovvero quella della ragazza (e che è per metà argentina) di cui mi sarei innamorato mesi più tardi e che ho conosciuto la sera del 22 giugno. Nel momento in cui l’ho conosciuta ho iniziato a sentire “qualcosa che si muoveva nello stomaco”, rappresentato dal crescendo delle batterie nella seconda strofa, per poi arrivare all’esplosione strumentale, che rappresenta il momento in cui ho realizzato di essermi innamorato di nuovo. Il finale con l’armonica (che è uno strumento che non è stato utilizzato in nessun’altra canzone dell’EP) rappresenta una finestra che affaccia su luoghi lontani e sconosciuti, a rappresentare la mia prossima avventura, ovvero il mio prossimo disco. Come a dire «Ok Albi, qui si conclude questo periodo della tua vita, ora cerca qualcosa di nuovo».

Ci sono stati elementi del tuo immaginario (ascolti, film, libri, opere d’arte) che ti hanno ispirato nella scrittura dell’EP?

Mi faccio influenzare da qualsiasi cosa legga, veda o faccia, che mi piaccia o meno. Dovrei quindi compilarti una bibliografia degli ultimi due anni, ti aggiorno appena lo faccio (ride, ndSA)

Mi ha colpito molto il videoclip del singolo Giugno, con un mood alla Joker ma decisamente personale: mi racconteresti un po’ di retroscena di come lo avete realizzato?

Nasce da un’idea dei soliti Olmo e Marco, i miei amici con cui giro tutti i videoclip da quando abbiamo iniziato. Per due settimane ho dovuto inviargli ogni giorno un video in cui ballavo come uno scemo per poter abituarmi a prendere confidenza col mio corpo e “uscire dalla mia comfort zone”. Dopodiché, con l’aiuto di Andrea Madrigali, il coreografo, abbiamo studiato questa sorta di danza folle. Faceva un freddo cane, abbiamo girato una decina di take in piano-sequenza e ho preso delle botte assurde, il giorno dopo ero pieno di lividi e ho fatto fatica a dormire di lato per una settimana. 

Ah, il fuoco che vedete all’inizio del video sul mio braccio non è fatto in post produzione, mi sono dato fuoco per davvero (ride, ndSA). Ovviamente, visto che quella è una zona frequentata da diversi ragazzi e ragazze senzatetto, siamo andati a chiedergli il permesso per poter girare, li abbiamo conosciuti e il giorno delle riprese gli abbiamo portato da bere e da mangiare per ringraziarli. La cosa che ho imparato parlando con loro è che non è il cibo a mancargli (perché fortunatamente in una città come Milano ci sono tantissime associazioni e brave persone che si occupano di loro) ma il contatto umano, il problema è l’essere invisibili. 

L’artwork del disco è di Moab e non lascia indifferenti: c’è un preciso concept visivo alla sua base? 

Non del tutto, la linea guida era quella di fare qualcosa di spontaneo tra me, lui e il fotografo Any Okolie. Un po’ come il disco, il concept è quello di seguire le sensazioni che nascono al momento.

Se dovessi spaziare in modo estremo con la fantasia, quindi considerando anche i big, con quali nomi del panorama musicale italiano di oggi ti piacerebbe collaborare? Chi ti colpisce di più artisticamente parlando?

Sebbene mi autoproduca e non abbia intenzione di rinunciare alle mie produzioni, l’unica persona a cui affiderei ciecamente la produzione di un mio disco sarebbe sicuramente Alberto Ferrari dei Verdena. Se dovessi invece fare un duetto, direi decisamente Cremonini.

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13 Marzo 2020
13 Marzo 2020
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