Tèga positiva: intervista a Tobia Poltronieri (C+C=Maxigross)

«È un po’come quando un funerale finisce e c’è il ricevimento; tutti stanno assieme e riempiono il vuoto della perdita, esorcizzano il peso incombente della morte. Banalmente, si distraggono». Con la pacatezza di un veterano, nonostante sia appena entrato nei suoi trent’anni, Tobia parla dall’altra parte del telefono ponderando le parole, e racconta la sua vita; si “apre”, come avrebbe detto un Enzo Biagi d’antan. È in realtà un giovane uomo, Tobia – noto ai più per aver contribuito a creare i C+C=Maxigross, una band il cui immaginario prende spunto dalle più bizzarre estensioni che la musica pop e folk abbia prodotto nel corso degli anni – un giovane uomo che, a un certo punto, ha deciso di emanciparsi dalla sua tribù, fuggire dall’ecosistema silvano e rurale dei monti Lessini, in cui la musica della band trova dimora. Tobia racconta, ancora una volta, di come si possa emergere con la propria volontà, e come un percorso d’introspezione intrapreso tre anni fa l’abbia portato a riconsiderare il suo ruolo sociale, come musicista e come uomo: «Mi sentivo solo, e l’unica necessità che provavo era quella di rinchiudermi, metaforicamente e fisicamente, tra quattro mura; io, la voce, la chitarra, nient’altro. Ma poi ho capito che quando ti chiudi in te stesso sei più vulnerabile, e il processo creativo e compositivo ne risente. Sicchè questo diario, questo quadro che suggella un momento molto specifico e intenso del mio vissuto recente, si è trasformato in un esercizio devoto alla collettività, all’unione tra le parti. Miles Cooper Seaton (già negli Akron/Family e assiduo collaboratore dei C+C=Maxigross, ndSA) e Marco Giudici (Halfalib, Any Other, ndSA) sono state le guide principali in questo percorso, a cui si sono aggiunte altre figure fondamentali, come quella del maestro Lino Capra Vaccina o di Enrico Gabrielli», tutti citati e pronunciati con la stessa dose di affetto, di stima. «Il processo di realizzazione dell’album mi ha portato a riflettere molto sul tema della solitudine; credo che ci faccia capire molto su chi siamo e soprattutto sul valore della collettività, quanto sia importante avere persone fidate che ti stanno accanto, e quanto l’aspetto umano prevalga su quello creativo, a volte».

D’altronde Casa, Finalmente, il suo primo album solista, è un piccolo scrigno di gemme rare ed essenziali, quasi ermetico, e l’architettura sonora è scarna, ma è pure un album che infonde un grande senso di umanità, di calore umano. «Il disco è stato concepito alla fine del mio percorso d’introspezione, solo quando ero veramente cosciente di dove volessi andare e di cosa volessi raccontare. In retrospettiva, non cambierei nulla del disco poiché rispecchia quel periodo specifico, ma non chi sono io oggi: la musica può rispecchiare il sentimento di chi la produce. Mi sento cambiato da allora, pronto a riaffrontare il processo creativo di un nuovo album dei C+C=Maxigross, di cui stiamo appunto curando gli ultimi dettagli; è un percorso completamente differente rispetto a quello dei lavori precedenti, sicuramente più onesto e consapevole». Il processo di scrittura del nuovo lavoro non si ferma a quanto di buono lasciato intravedere nell’ultima cassetta/EP Nuova Speranza: tuttavia, riparte dall’utilizzo della lingua italiana: «Sai – mi dice con tono sincero e risoluto – dopo anni che canti in inglese, capisci perché in molti decidono di tornare alla lingua madre. Non credo sia un trend del momento, quanto una presa di coscienza circa le possibilità che il glossario e la ritmica della nostra lingua offrono: l’inglese ha forse più fascino e appeal perché è una lingua-passepartout, in molti riescono a capirla, e in più gran parte della musica con cui un individuo cresce e forma i suoi gusti e le sue preferenze è scritta e cantata in inglese. Però poi ho pensato; uno che si ispira a, boh, Neil Young, e decide pertanto di scrivere in inglese, crede davvero di poter esprimere in una lingua non propria quello che Neil Young esprime con la propria lingua madre? Da questo ragionamento è passato gran parte del processo creativo per gli ultimi lavori dei C+C=Maxigross, sicché quando mi sono ritrovato un anno e mezzo fa a lavorare su Casa, Finalmente non ho avuto dubbi sulla scelta dell’italiano, anche per evitare lo scomodo doppio lavoro di traduzione e interpretazione dei testi. Adesso abbiamo un nuovo album pronto, e la scelta dell’italiano non poteva che essere scontata».

Questo avviene circa sei mesi dopo l’uscita di Casa, Finalmente, lavorando sul nuovo materiale nel suo appartamento/studio in Veronetta, quartiere variopinto e multietnico che sorge alle estremità della città scaligera, dominata da una dicotomia e da un conflitto ideologico, sociale, razziale: «è vero, a Verona ultimamente si sono manifestati gravi atti di violenza e di intolleranza, ma credo che questa sia un po’ la cartina di tornasole di ciò che accade anche nel resto del Paese, purtroppo. Eppure ci sono ancora persone che credono nella convivenza pacifica, che promuovono il dialogo e appoggiano la comprensione; non è pietà o misericordia, non credo che serva quello: piuttosto questi giovani uomini e giovani donne, che fuggono da situazioni estremamente complesse e tragiche, sentono la necessità di venire accolti non solo con una coperta di lana e una tazza di thè caldo, ma anche come individui con un ruolo sociale. Molte persone questo non lo capiscono; la politica di destra li usa come capri espiatori, dalla parte opposta a tratti vengono presi come fantocci per appurare la bontà dei propri gesti e raccogliere consensi. Verona sta subendo, come da tempo, l’arroganza e l’aggressività di un partito che presidia il comune e che adesso è pure al Governo, ma qualcosa sta cambiando, sta formandosi una sensibilità differente. È vero, è folle, ma è pure casa mia».

L’album è uscito in un periodo piuttosto fervido per la scena pop nazionale, e pur essendo un animale totalmente differente, avrà dovuto esporsi al resto dell’ecosistema musicale di cui sopra, con i distinguo del caso e la differente estrazione degli artisti in atto: per cui parlando di pop contemporaneo e di nuove assurde nomenclature (itpop?), Tobia descrive puntualmente il suo punto di vista in merito: «Il tour a supporto dell’album mi ha mostrato un’Italia a tratti diversa da come me l’immaginavo rispetto alla situazione socio-politica italiana, e per come la vedo io, musica e politica vanno di pari passo, poiché sono due aspetti molto presenti e sensibili della vita comune, e rispecchiano un sentore comune. Vedo molti paralleli tra le due cose. Un tempo la politica veniva affrontata con gioia e spirito, poiché nella Grecia antica, dove ebbe a manifestarsi per le prime volte, era una cosa ad appannaggio di coloro che in virtù di una stabilità economica potevano realmente preoccuparsi dei problemi della società, ciò che ovviamente non accade adesso in Italia, dove la politica è ormai diventata una scala verso il benessere, una semplice fonte di guadagno, ed è realmente scollegata dal bene dello Stato e dei cittadini. Se ci pensi, questo è lo stesso principio per cui la musica nel nostro Paese non funziona; in questo momento la musica non sta aiutando realmente le persone a star bene, ed è prodotta da persone che non stanno bene. Non trasmettono gioia».

Prosegue poi dicendo: «Certo è che ho vissuto spesso realtà periferiche, o comunque troppo piccole per fare eco, ma qualcosa sta comunque cambiando; molte associazioni giovanili e centri sociali muovono un sottobosco di eventi e iniziative particolarmente salutari per sviluppare una coscienza critica e una conoscenza riguardo la musica, cosa che forse un po’manca a molti giovani ascoltatori. Ad esempio, di recente sono stato a Roma a un evento organizzato da un ente molto attivo per la produzione e la promozione di eventi dal vivo, che molto spesso si occupa artisti della cosiddetta scena indie o itpop che dir si voglia, e mi hanno invitato a presenziare a conferenze che principalmente trattavano di aspetti manageriali e/o produttivi, insomma tutti aspetti poco contingenti a quello più importante, ovvero quello creativo. Per questo dico che ciò che la musica produce è sempre buono, nei termini di uno scambio emotivo tra chi l’ascolta e chi la musica la scrive, mentre è sicuramente più controproducente il ragionamento che certi artisti fanno in merito alla musica e a quali frutti (economicamente parlando) porta, così abbiamo un “modello vincente” e tanti altri che imitano quel modello, e questo impoverisce lo spirito e la ricerca sonora. Tutti potrebbero o vorrebbero fare il pezzo pop con il testo impegnato, ma in pochi ovviamente ci riescono. Uno di questi è Battiato, che ad esempio cita il filosofo Gurdjieff in uno dei suoi pezzi più famosi, Centro di Gravità Permanente; magari il 95% delle persone che ascoltano la canzone non sanno di cosa effettivamente stia parlando, però per me sei comunque un grande, perché sei riuscito a condensare un aspetto esoterico e profondo della conoscenza umana in un pezzo pop di tre minuti».

Casa, Finalmente, e in linea generale tutto il materiale contingente al grande universo-C+C, non ricerca la forma perfetta di cui sopra, ma ambisce a vette più eteree; è un esercizio necessario, una spinta catartica che pone le proprie fondamenta, come detto prima, su un profondo senso di umanità. Le liner notes dell’album riportano una lettera scritta dal padre a Tobia, poco tempo dopo la sua nascita, che credo racchiuda bene lo spirito dell’album, l’idea del ritorno a casa, a una dimensione più personale, ma non per questo privata o “chiusa”. La musica di Tobia è musica piena di ambiente, di aria, di spazi aperti, lascia respirare. Ha un “respiro” positivo, una positive vibe, per dirla con gli inglesi. Non riusciremo mai a staccarci dagli inglesismi. Tobia aggiunge: «A Verona si dice tèga; la tèga veronese è la vibe», puntualizza. Credo che rivenderò il termine.

1 ottobre 2018
1 ottobre 2018
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