Linguaggi universali

Carotaggi ultrapop

Li incontrammo cinque anni fa che erano già un’istituzione, anche se istituzione è parola grossa, inappropriata al modo d’essere e d’esprimersi dei Books. Secondo i canoni del pop-rock, Lost And Safe sembrava il classico punto di consolidamento della carriera, il momento in cui ciò che si raccoglie inizia a superare in profondità e quantità quello che si semina. Un buon disco, tutto sommato, da cui esalava vago manierismo tra le pieghe di una calligrafia ancora eccitante. Il tempo passato da allora ci permette una prospettiva diversa, intanto che ascoltiamo l’ultimo The Way Out.

Possiamo cioè comprendere quanto i Books siano alieni ai consueti percorsi pop-rock, e quanto sia difficile – e per molti versi inopportuno – valutarli alla stregua di una band “normale”. Oggi è possibile vedere ogni loro disco come una tappa di un instancabile percorso di ricerca. Un punto di raccolta e convergenza prima di ripartire con l’indagine. La missione di Nick Zammuto e Paul De Jong è di quelle ad ampio respiro, per molti versi precede e trascende sostanza e cronologia dei titoli. Vale più il metodo, la riproducibilità esperenziale come sostrato dell’acume intuitivo e della sensibilità espressiva.

Alla base di tutto c’è una magnifica ossessione: cogliere il senso della soundtrack di suoni naturali e artificiali che ci accompagna e contribuisce a definirci nel quotidiano. Il rumore di fondo della civiltà visto come impronta culturale dotata di estensione e profondità, su cui i Nostri musicisti/archeologi eseguono carotaggi sonici per estrapolarne la testimonianza – per così dire – organica. L’esigenza di rendere percorribile questa metodica ha portato i due statunitensi ad allestire una nutritissima libreria di documenti sonori della più varia natura, riconducibili a determinati periodi storici o a particolari settori del vivere quotidiano (jingle, spot commerciali, registratori giocattolo, dischi didattici, sermoni radiofonici, sedute di autoipnosi…). Tutto archiviato e catalogato. Un database dell’immaginario invisibile. Una coltura di germi, batteri e virus auditivi. Che, nelle mani giuste, diventa uno strumento potentissimo.

Come funziona? Scelto l’ambito di azione, o se preferite il concept, si selezionano le “entries” ad esso riconducibili, dopodiché inizia il bello: l’ispirazione e il gioco, l’intuizione e l’azzardo, la meditazione e la poesia. E poi la musica, quella che tutto lega e spiega. Radicata nel folk appalachiano e sradicata di trame electro, corroborata funky e slackerizzata hip-hop, col cuore caldo di chi si diverte a fare sul serio ciò che ama. Il risultato è un effervescente mistero, un gorgogliare di fotogrammi come tessere di un puzzle impazzito ma generoso e a suo modo illuminante. Una chiave di lettura della realtà, storicizzata e attuale. Ma anche e pur sempre un manufatto pop, non a caso godibile a vari livelli, dall’intrigante disamina delle correlazioni semantiche al puro e semplice divertimento auditivo.

Ed è quindi con gli strumenti e le modalità del pop-rock che – in questa sede – li abbiamo giudicati e li giudichiamo. Giusto così. Tuttavia, è evidente che l’opera dei Books procede con un passo più lungo. Non ambisce a cavalcare la spuma dell’intuizione momentanea, lo spasmo intrigante che racconta e definisce il qui e ora (anche se ai tempi dell’esordio sembrò a tutti gli effetti il loro momento), anzi attiva uno stretto rapporto col tempo analizzando la persistenza e il deteriorarsi dei costumi sonori. E’ questo il punto: in un certo senso, la musica dei Books è un pop “oltre”, un oltraggio alle regole e alla natura del pop, un ultrapop. Nel quale il pop muore nell’attimo in cui esplora se stesso e le nuove possibilità di esistere in funzione del reale (di cui è sempre e comunque testimone). Un circolo virtuoso col quale Zammuto e De Jong potrebbero, se lo volessero, tranquillamente invecchiare. Senza mai sembrare vecchi.

Intervista a Paul dei Books

L’ultima volta vi abbiamo visto a Bologna al Circolo della Grada nel 2007, ora che avete iniziato il tour di The Way Out ci potete raccontare qualcosa sulle novità dello show?

Abbiamo iniziato a suonare dal vivo da gennaio. Siamo stati ad Audiovisiva a Milano. E abbiamo già iniziato ad integrare il nuovo materiale nello show che hai visto nel 2007. Ci siamo concentrati maggiormente sull’interazione tra video e musica e in pratica il 95% del nostro show è fatto di questa sinestesia audiovisiva. Non abbiamo ancora finito, durante l’estate ci dedicheremo al making di nuovo materiale per altri video ed è una ricerca faticosa. Non c’è differenza nel trovare le fonti per una canzone e quelle per i clip, entrambe le arti hanno bisogno di dedizione e ricerca. Il 50% del nostro output video è trovato, il resto è fatto da noi. Poi componiamo tutto da soli. Dal vivo abbiamo aggiunto un nuovo membro si chiama Jin Becks. Suona il violino, la chitarra, canta e manipola (trad. da trigger) sample con la tastiera. L’obiettivo è quello di suonare sempre meno elettronici e sempre più live. Usare un sacco di percussioni presi dalle nostre tape e suonarle con la tastiera. In pratica ci interessa rendere il tutto più organico. Per quanto riguarda me e Nick, suoniamo come al solito tastiere, pad e basso. Nick suona la chitarra e canta mentre io suono il violoncello e ogni tanto canto ma anche qui c’è molto più spazio per il violoncello e la chitarra nelle nuove gig. Il next step sarà suonare in quattro.

Cosa è successo in questi cinque anni? Vi siete dedicati alla famiglia? Avevate bisogno di prendervi una pausa?

Un po’ di entrambe le cose. Cinque anni fa entrambi iniziammo a mettere su famiglia. Abbiamo figli ora e ci siamo trovati case che potevano andar bene sia per crescerli sia per lavorare. Non è stato facile incidere nuova musica quando abitavo a New York City, c’era troppo rumore là fuori. Mi chiudevo nel bagno a comporre e questo mi ha insegnato qualcosa: mi sono trasferito in campagna in una casa non molto grande ma è stato sufficiente trasferirsi in un posto tranquillo per ritrovare l’ispirazione.

Un paio di microfoni e un computer. Ma vuoi mettere avere un enorme studio di registrazione con il quale fare praticamente ogni cosa?

E’ bello avere un grande studio a disposizione. Per noi è come un negozio di giocattoli. Per questo album siamo stati invitati da un assistente di Nigel Godrich nel suo studio londinese per quattro giorni mentre lui non c’era. Abbiamo registrato trentasei ore di raw recordings (registrazioni crude) con quei microfoni e tastiere speciali. Abbiamo già usato qualcosa nel nuovo disco ma abbiamo molto altro da utilizzare nel futuro. In generale lo sforzo di quest’ultimo lustro è stato quello di creare le condizioni per concentrarci nel creare la nostra musica e questo è potuto accadere soltanto isolandoci dal resto del mondo. Altro grande sforzo è stato quello di riordinare la sample library, ha richiesto molto tempo. Fino al 2007 siamo stati in tour e avevamo comprato molte cassette audio e video, album. Tutto questo materiale doveva essere ordinato. Soprattutto doveva essere digitalizzato e tagliato in sample e diviso in categorie per poter essere utilizzato. Sostanzialmente prendo dalle registrazioni quello che mi interessa e getto il resto in modo che il sample sia utilizzabile. Soltanto questa operazione è durata due anni. Il passo successivo era iniziare a comporre musica con quel materiale. Ora però ne abbiamo così tanto che il prossimo disco arriverà molto prima.

Parliamo ora del cuore del lavoro partendo dal suo titolo. The Way Out parla di tutto quello che vi è successo? C’è anche qualche significato politico o filosofico indagabile?

Ci presentiamo al pubblico con un atteggiamento del tipo “questo è il 50% dell’idea, l’interpretazione è l’altro 50% spetta a voi crearlo”. Per completarla. E questo certamente può comprendere significati politici o filosofici. E’ uno dei motivi per cui siamo così attratti dal materiale che isoliamo. Lo stesso motivo per il quale tu hai tratto l’ispirazione di chiedermi cosa è politico e domandarti cosa è politico di conseguenza. Voglio tenere le cose in questo modo, in modo aperto, anche il titolo è un qualcosa che tocca personalmente ognuno di noi. Fa scattare ispirazioni e argomentazioni.

La complessità sembra un po’ la materia dei Books. E generare complessità in un mondo che ti spinge al conformismo è senz’altro una cosa importante…

La penso allo stesso modo. E’ un obbiettivo “challenging”, happy e inspiring, una bella sfida.

Pensavo anche a un altro lavoro complesso al quale The Way Out sembra ispirarsi in modo indiretto, My Life In The Bush Of Ghosts. Ti sorprende la cosa?

Sono onorato che vedi dei paralleli con quel lavoro che ha caratterizzato moltissimo la vita artistica dei suoi autori. Musicalmente suoniamo in modo diverso ma la filosofia di base ha certamente molto in comune con noi: principalmente si tratta di prendere sample che sono registrazioni banali, o campioni che sono registrati come incisioni non musicali e trovare, in primo luogo, una separazione dal loro significato letterale trovandone il valore musicale e così altri significati, i significati letterali, metterli nell’impianto complessivo. Penso che David Byrne e Brian Eno lo avessero capito benissimo. Ogni sample è stato lì utilizzato per scopi musicali: un’idea fondamentale.

Registrando My Life Byrne e Eno registrarono molti sermoni dai predicatori americani televisivi. Il tema del gospel torna poi in tutta la carriera Byrne. Vedi anche il recente spettacolo musicale. Nel vostro album poi c’è qualcosa di ecclesiastico. Una coincidenza?

Nella traccia Beatiful People c’è un coro gregoriano e questo tipo di church music è stata incredibilmente importante nella storia e nella teoria musicale. Usiamo quelle armonie non per scopi cristiani ma per fini più matematici, fisici e universali. Ci sono paralleli con la natura delle religioni e la loro filosofia. Non sono aspetti estranei gli uni agli altri. E’ importante stare lungo i bordi e non superare le linee di confine.

Nell’album c’è certamente del folk, ma vi aprite anche all’house e al funk…

Cinque anni fa non volevamo ritornare in studio e ripeterci. Volevamo tenere la nostra identità ma volevamo anche guardarci attorno e scoprire nuovi elementi. La sample library è cresciuta così tanto che ci ha dato lei delle risposte. Ma è altrettanto chiaro che non volevamo utilizzare suoni mainstream. Se li avessimo utilizzati lo avremmo fatto in modi politici o filosofici. Inoltre con molti dei nostri sample con la presenza di strumenti, tutti relativi a uno specifico periodo del tempo, primi Settanta e metà Sessanta, con i radio jingle per esempio potevamo a momenti costruirci un brano intero. Molti beat vengono dai Seventies. E molti sono stati presi da quelli terapeutici, self help e meditation records, training autogeno e da dischi per indurre l’autoipnosi.

È interessante questo mondo dell’ipnosi…

Abbiamo un sacco di registrazioni di sedute ipnotiche fatte da psicologi e terapisti professinisti. All’epoca era un piccolo business ed era molto conveniente fare questo tipo di registrazioni. Abbiamo fatto un grande lavoro di selezione di questo tipo di materiale. Cercare una nostra narrativa e cercarci la nostra voce dentro in totale libertà. Costruirci la tela e dipingerci sopra una specifica storia. Siamo stati in grado più che mai di raggiungere l’obbiettivo di indagare e approfondire i significati letterali, musicali e di commentario sociale di questo oggetto d’analisi.

Credi dunque che The Way Out sia in questo senso il vostro lavoro della maturità?

Certamente, è senz’altro un lavoro più maturo rispetto agli altri. Prima di tutto perché è meno frammentato ma anche perché la libreria è stata la vera fonte d’ispirazione per la composizione delle liriche. Tutti gli spoken word sono stati utilizzati alla stregua di “strumenti letterari”. Quanto alle liriche, ci siamo fatti ispirare dai sample piuttosto che prendere quelle che venivano fuori dai sample stessi.

Ogni canzone del disco sembra essere un universo a parte, eppure ogni canzone si lega  all’altra. Parliamo di un concept, vero?

Sì. E’ questo l’aspetto più interessante del realizzare un concept album. In questo caso prendere un specifico periodo temporale e analizzarne le evoluzioni in quaranta minuti che sono il perfetto compromesso artistico per questo tipo di operazioni.

Avete cambiato metodo o regole tra di voi?

Sostanzialmente è sempre un lavoro di pazienza e concentrazione. Le regole di base tra di noi rimangono le stesse, la sfida è più bilanciare il tempo della curiosità e della sperimentazione e quello nel quale componi effettivamente qualcosa, spingendo quelle idee dentro qualcosa di concreto. Avere famiglia e figli cambia il modo di concepire il nostro lavoro. Ci ha maturato e fortificato. Ora che abbiamo un tempo circoscritto per lavorare, il setting familiare ci ha dato la capacità di giudicare quello che è utile e quello che ha potenziale e ciò che invece deve essere lasciato cadere. Non è un fatto di compromesso ma di usare la tua intelligenza in modo diverso.

Una volta vi chiedemmo a quale movimento vi sentivate vicini e ci avete risposto: Simon e Glitchfunkle. Ora cosa ci dite?

Credo che non cambierò quello statement. Simon e Glitchfunkle è un gioco ma non lo è affatto in realtà. Non spetta a noi dire di quale genere siamo. Invito voi a inventare qualcosa di nuovo piuttosto!

C’è un portato molto umanista in quello che fate del tipo “la filosofia ci salverà”.

Sono d’accordo! Penso a quello che vedo come un’opportunità, che il ruolo dell’artista sia quello di tradurre la democrazia in qualcosa di più universale, in un linguaggio comune. E’ la stessa filosofia che sta dietro alle religioni e alle chiese, creare un linguaggio universale. Non devi semplificare la filosofia o il concetto ma come artista poi tradurre il tuo talento, le tue idee in statement universali comprensibili a tutti. Ecco perché più che sentirci legati ad altri musicisti, ci sentiamo parte di qualcosa di più ampio. La relazione tra noi e gli altri è quindi a qualsiasi livello. Vediamo analogie con scienziati, filosofi, insegnanti ecc. Mi sento legato trasversalmente con quegli artisti che cercano un common language e quelli il cui obbiettivo è cercare idee fondamentali, filosofiche.