The Lay Llamas. A spacedelic afrokraut trip toward the spheres

Psicogeografie post-italian occult psych che si irradiano, proprio come il vento da cui traggono l’ispirazione per l’album d’esordio, dal sud del mondo – un sud immaginario, luogo della mente prima ancora che origine fisica dei personaggi qui coinvolti – verso “su”, da intendersi in senso geografico come Europa, ma anche, metaforicamente, come “non più underground”, o trascendentalmente come “cosmo”.

Dopotutto, è lo stesso percorso che ha mosso i responsabili Nicola Giunta (anche summerTales) e Gioele Valenti (quest’ultimo già noto come Herself) a muoversi dalla terra d’origine verso nord, Roma, Venezia, Padova, ecc., e su verso l’Inghilterra sede della Rocket, la Eindhoven dello Psych Fest o la Liverpool dell’International Festival Of Psychedelia, e che probabilmente li ha portati ad assimilare, quasi avessero steso una rete a strascico, storia e dinamiche, tendenze e influenze onnivore. Perché Ostro, album d’esordio dopo un paio di lavori in formati minori che minori non sono affatto (una tape d’esordio su Jozik e una seconda in split con Eugenoise su Old Bicycle), è esattamente quello che può venire in mente applicando l’origine del nome scelto alle dinamiche che hanno portato all’elaborazione del disco su Rocket (la casa dei Goat, tanto per dire): un mega-trip spacedelico che unisce l’afflato afro-kraut con una dimensione retro-futurista deviata verso lande ucroniche. Paesaggi immaginari e paesaggi psichici, storie deformate come deformato è l’immaginario musicale messo in opera a suon di motorik krauto e influenze mediorientali, slanci da melting-pot mediterraneo e variazioni cromatiche mai scontate, un sound che sta avendo riscontri positivi un po’ ovunque e che dimostra ancora una volta le potenzialità, e in questo caso anche le capacità, di una fetta dell’underground italiano che evita di guardare al proprio orticello.

A stupire è l’immaginario evocato e (ri)creato dal duo/quintetto. Paganesimo rituale e ritualistico com’è giusto che sia, muovendosi in un territorio sonoro poroso e friabile come quello della psichedelia occulta, ma ad interessare sono i riferimenti alla sacralità ancestrale e utopica disseminati lungo tutto il lavoro, così come la mai celata predilezione per le ucronie e per le storie immaginarie, materializzatesi nel “concept” legato alla inventata tribù africana dei Lay Llamas e ai suoi viaggi siderali tra spazio e tempo. Questa coesistenza di mondi immaginari, continuamente e ambiguamente al crinale tra realtà e invenzione e spesso giocata in sovrapposizione e stratificazione, si trasforma in una sorta di archeologia allucinata e visionaria che trova il giusto contraltare in una musica libera, ondivaga, visionaria e selvaggiamente mistica. Che mastica folk acido e psych 60s, tribalismi afro e soundtrack music, Madchester e hauntology, ponendosi “orizzontalmente” come summa insieme originale e intimamente rielaborata di molte delle musiche più coraggiose degli ultimi tre o quattro decenni.

L’Ostro sembra spirare forte dal sud Italia verso l’Europa intera. Qui a SA vi abbiamo seguiti dagli esordi su nastro, ma volete farci un riassunto delle puntate precedenti per i più distratti?

Nicola Giunta: in effetti tutto ebbe inizio con la tape a cui accennavi, pubblicata nell’ottobre 2012 dalla finlandese Jozik Records in sole 50 copie e sold out da un bel po’: una selezione ‘ragionata’ di quattro (fra le tante) tracce che avevo registrato in studio durante gli anni precedenti. L’idea delle collaborazioni mi è sempre piaciuta, fu così che invitai vari amici, fra cui Gioele, a dare il loro contributo sonoro alla causa Lay Llamas. Questo lavoro, pur breve e totalmente autoprodotto in casa, attirò fin da subito l’attenzione di giornalisti, musicisti e addetti ai lavori, cosa che sulle prime mi lasciò felicemente stupito. Un paio di mesi dopo l’etichetta italo-svizzera Old Bicycle Records mi propose di fare uno split, sempre su nastro, insieme al mitico Eugenio Luciano AKA Eugenoise, mio caro amico e collaboratore attivo anche in Lay Llamas. Incoraggiato da una reazione simile continuai a mandare quelle tracce a varie etichette italiane e straniere. La Rocket Recordings fu una di quelle. Il pezzo che apre la tape, ‘African Spacecraft’, entrò per direttissima nella loro playlist e fu incluso nella compilation celebrativa per il quindicesimo anniversario dell’etichetta, pubblicata nel novembre 2013. Insomma, già trovarsi sullo stesso pezzo di vinile con Goat, Gnod, Teeth Of The Sea e altra gente simile era per me un traguardo impensabile! Poco prima dell’uscita della compilation Chris e John – dopo aver ascoltato alcuni nuovi brani che nel frattempo avevo registrato – mi proposero di fare un disco con loro. Erano passati solo dodici mesi dall’arrivo dei Lay Llamas sul pianeta Terra.

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Il nome che vi siete scelti rimanda, seppur in forme travisate, al buddismo e al delay: è una psichedelia trascendente la vostra? O un terzo/quartomondismo spiritual-ipnotico?

NG: Beh, ci sta dentro un po’ di tutto ciò… e tanto altro ancora! Il giornalista inglese Alex Deller ha definito Lay Llamas “a gigantic patchwork of weirdness”. Mi sembra una delle descrizioni più azzeccate che abbia letto fino ad ora. Era proprio questo che avevo in mente quando ho iniziato a pensare al progetto: creare un contenitore sonoro, visivo e immaginifico che potesse raccogliere tutta una serie di input e influenze che avevano lasciato un segno più o meno profondo su di me. L’idea afrofuturistica della mitica tribù nigeriana, i Lay Llamas appunto, che affronta un viaggio oltre il tempo e lo spazio per raggiungere un pianeta sconosciuto ma allo stesso tempo stranamente familiare, ha solo fatto da trama per imbastire la sceneggiatura del progetto. Musicalmente poi il discorso assume connotati meno definiti, più trasversali. C’è tanta roba nel pentolone insomma.

Vedendovi live, infatti, mi sono reso conto che il sound è più corposo, a tratti mi è venuto in mente il mondo made in Madchester: acido e storto, ballabile ma con un evidente retrogusto drogato…

NG: La versione live di Lay Llamas diciamo che è nata un po’ per volontà e un po’ per necessità. Quando insieme agli altri ragazzi del gruppo (Matteo Pin alla chitarra, William Zancan alla batteria e Gianluca Herbertson al sampler e synth) iniziammo ad arrangiare i pezzi da suonare live, ci rendemmo subito conto che provare a riprodurre le sfumature “da studio” che si sentono in Ostro non sarebbe stata la direzione più azzeccata. Abbiamo così pensato di lavorare maggiormente su struttura e impatto ritmico dei brani. Riducemmo al minimo i pezzi della batteria (solo cassa, rullante e timpano), in modo da creare un suono piuttosto primitivo e tribale, e ci lanciammo in lunghe jam che riportavano tutto ad una sorta di grado zero: una nota, un accordo, un battito continuo. Quasi inevitabilmente, il risultato fu lo sconfinamento in territori quasi da dancefloor (seppur krauto e psicotropo). In tutta sincerità, conosco solo marginalmente la scena madchester di fine ‘80/primi ’90, ma il tuo riferimento lo trovo comunque azzeccato.

Gioele Valenti: La nostra è una ‘collisione’ di esperienze direi… personalmente, sono un appassionato di shoegaze anni ’80, cose come The Telescopes e Loop, o ancora derive più accattivanti come Stone Roses, Happy Mondays, An Emotional Fish. Dunque quel suono largamente ed eminentemente anglosassone ha informato certamente il mio background. Naturalmente, questo è solo il lato – come ben dici – “drogato”, sicuramente una parte del lavoro su Ostro.

Vi siete avvicinati alla psych partendo da lande psicogeografiche, immaginando mondi tra l’arcaico e il fantascientifico. Qualcosa sulle vostre influenze sonore possiamo intuirlo, ma sono quelle extra-musicali a incuriosirci…

NG: Come dicevo poco sopra, uno degli aspetti fondanti del progetto Lay Llamas è proprio quello di comprendere al suo interno – o almeno queste sono le intenzioni di base – input e suggestioni estremamente vari che riescano comunque a fornire un’immagine unitaria. Magari non del tutto definita, multiforme, ma miracolosamente unitaria! In ambito extra-musicale, personalmente, ha avuto un ruolo fondamentale la visione di film di Jodorowsky quali El Topo e La Montagna Sacra, Phase IV di Saul Bass, tanta cinematografia weird italiana dei ’70, Live at Pompei dei Pink Floyd, documentari e found footage sull’archeologia, i viaggi spaziali, la natura, etc. Per le arti visive, citerei su tutte l’optical art ed esperienze come quelle del Gruppo N ed Ennio L. Chiggio. Ma anche l’etnomusicologia, la grafica pubblicitaria, la letteratura di fantascienza e l’antropologia.

GV: Per quel poco (pochissimo!) che si è pianificato su Ostro, io desideravo apportare una dimensione vagamente letteraria al lavoro… qualcosa che restituisse il mood di una lisergia di ampio respiro, non meramente musicale… così le letture che ho coltivato in quel periodo riguardano i lavori di etnobotanica di Terence McKenna o le propaggini anarco-libertarie di Hakim Bey… insomma un pot-pourri che ben si sposasse con l’epopea dei Lay Llamas, fatta di ricerca, esplorazione e trascendenza.

Venite da esperienze precedenti, anche piuttosto diverse come Herself e summerTales: come siete arrivati a Lay Llamas e poi a Ostro?

NG: summerTales, progetto condiviso con Guido Broglio, ha rappresentato per certi versi una fase embrionale di Lay Llamas. La fissa per la ripetizione e il minimalismo, le suggestioni “esotiche”, l’uso di percussioni non convenzionali ed altri espedienti ritmici sono venuti a galla proprio nell’ambito di quel progetto. Direi quindi che quell’esperienza ha avuto un ruolo fondamentale nella genesi di Lay Llamas. Il lavoro affrontato da me e Gioele per Ostro ha rappresentato invece quello che definisco un “upgrade” del progetto. Quando iniziai ad immaginare l’impostazione del disco mi fu subito chiaro che l’utilizzo di un cantato e di testi che aggiungessero un ulteriore piano comunicativo, sommato a quello musicale, potesse far crescere notevolmente l’impianto narrativo del progetto. Così fu. Contattai Gioele – che aveva già contribuito brillantemente ad un paio di tracce di Lay Llamas comprese nelle prime due tape – ed iniziò un processo creativo molto fluido e naturale che portò ad Ostro.

GV: Con Nicola, sul fronte Lay Llamas, ci conosciamo e collaboriamo in realtà da molto tempo, anche se in maniera in passato molto più circoscritta e saltuaria; con Ostro abbiamo suggellato premesse che si sono via via affinate negli anni e si sono concretizzate in un lavoro pienamente condiviso… credo sia stato un processo piuttosto fluido, partendo da coordinate stilistiche piuttosto differenti. Immagino sia per questo che l’atmosfera di Ostro è risultata così eclettica, nonostante le vaghe suggestioni psych che pure alimentano il disco.

13 Luglio 2014
13 Luglio 2014
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