The shameless vanity of utter fools – “The Plot Against America” – 1×01

Sulle note preziose di Artie Show prende il via la miniserie che in sei puntate si prefissa l’obiettivo di adattare per il piccolo schermo l’acclamato romanzo ucronico di Philip Roth, uscito nel 2004 (in piena era Bush Jr.). Principalmente lodata dalle testate giornalistiche americane, queste non hanno potuto trattenersi dal considerare l’avvento di questo adattamento perlopiù “in ritardo di quattro anni”, con evidente riferimento alle sciagurate elezioni presidenziali del 2016 che hanno portato alla nomina di Donald J. Trump quale 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sguardo americano, ovviamente, subisce particolarmente il fascino di un “plot” del genere, in cui l’elezione di un leader farlocco e xenofobo trascina il paese in una spirale di odio, antisemitismo e violenza pericolosissima e potenzialmente irreversibile.

Visto dall’Italia – dove da anni abbiamo subìto un lavaggio del cervello non indifferente, frutto di quello che definiamo “berlusconismo” e che si estende ben oltre le reali azioni dell’ex-Presidente del consiglio andando ad abbracciare una intera concezione del vivere e del rapporto con le istituzioni (come ritratto anche nel dittico sorrentiniano Loro) – l’arrivo di The Plot Against America non appare fuori tempo massimo, bensì provvidenziale, puntuale e ammonitore, poiché le elezioni 2020 si fanno sempre più vicine e la rielezione di Trump alla Casa Bianca potrebbe legittimare definitivamente non solo la sua condotta finora a dir poco scellerata, ma anche chi nell’ultimo periodo ha cercato di imitarlo a sua volta (ogni riferimento a Boris Johnson è puramente voluto).

David Simon, probabilmente il più grande storyteller televisivo degli ultimi vent’anni almeno, ha sempre raccontato il lato oscuro degli Stati Uniti, quello che i suoi cittadini preferiscono nascondere sotto al tappeto, di cui non parlano se non raramente e sempre con toni fintamente accusatori; fu così con l’epica di The Wire, in cui si esaminava il legame profondo del paese con il tessuto del narcotraffico – dalle istituzioni al più piccolo consumatore – e come per la più recente The Deuce, dove finiva per indagare l’impatto dell’industria pornografica sulla società, partendo proprio dai suoi albori negli anni Settanta. Simon, da grande narratore qual è, non si è tirato indietro neanche davanti a racconti dal sapore più classico come in Treme, in cui raccontava il lento ritorno alla normalità della popolazione di New Orleans dopo la catastrofe dell’uragano Katrina e proprio come in quest’ultima, l’epica del romanzo di Roth serve a veicolare un monito fondamentale affinché certi errori del passato non si ripetano. La ciclicità della storia insegna: certe minacce hanno lo stesso colore, ma possono ripresentarsi di volta in volta sotto una nuova forma, poco riconoscibile all’inizio ma evidente quando ormai è troppo tardi. Solo chi è armato di conoscenza potrà ergersi al di sopra di qualunque tentativo di manipolazione politica.

E veniamo alla miniserie in sé: dotata di un’estetica praticamente perfetta, in grado di risucchiare completamente lo spettatore e proiettarlo all’interno di questo 1940 alternativo (in cui Charles Lindbergh batterà Franklin Delano Roosevelt alle elezioni, promuovendo la politica isolazionistica che manterrà gli Stati Uniti fuori dal secondo conflitto mondiale alle simpatie con il partito nazionalsocialista di Hitler), a sorprendere è come sempre la sopraffina scrittura di Simon, qui coadiuvato da Ed Burns (anche co-creatore) e Reena Rexrode, che riesce in poche sequenze a imprimere negli occhi di chi osserva il clima di incertezza politica che attraversava l’intero paese all’epoca, con la guerra lampo di Hitler che nel frattempo aveva occupato con successo la Francia, sotto gli occhi sbigottiti del mondo, e si apprestava a fare altrettanto anche in Inghilterra. Lo fa anche attraverso la ricostruzione minuziosa, ma soprattutto attraverso l’impalcatura di un dramma famigliare che fa della fisicità dei propri attori la sua arma segreta. A partire da Morgan Spector, attore dal volto squadrato ma dall’espressività incisiva e penetrante, tanto da poter essere un incrocio tra Humphrey Bogart, Gregory Peck e Jon Hamm; il suo Herman Levin è la colonna portante del racconto, il self-made man che vede il mondo crollare sotto i suoi piedi, che non riconosce più il paese in cui è nato («Dad, isn’t this your homeland»), che vede lentamente avvicinarsi la fine della dignità e della giustizia in virtù di quelli che saranno anni di oppressione (Lindbergh è un eroe nazionale per l’intero paese e questo li rende sordi ai suoi sproloqui anti-semiti).

Il resto del cast, poi, non è da meno. Se di Zoe Kazan abbiamo avuto solamente un assaggio, visto il poco spazio di manovra riservato al suo personaggio, ad emergere è soprattutto la zia Evelyn Finkel, magnificamente interpretata da Winona Ryder, alla seconda collaborazione con Simon dopo l’altrettanto lucida dissertazione socio-politica di Show Me a Hero; il suo è un personaggio che, come si apprende dalle anticipazioni dei prossimi episodi (e come sa chi ha letto il romanzo) romperà gli equilibri interni della famiglia Levin. Inutile dire, infine, quanto buchi lo schermo John Turturro (nei panni del rabbino Lionel Bengelsdorf) anche solo pronunciando una manciata di battute. Insomma, le premesse ci sono tutte affinché The Plot Against America possa rivelarsi una delle migliori serie dell’anno. Senza dubbio è già la più attuale possibile.

20 Marzo 2020
20 Marzo 2020
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