Tu non sai niente, Jon Snow – “Game of Thrones” – 8×06

C’è una differenza sostanziale e paradossale tra la saggezza e la conoscenza. Come insegna Socrate, il saggio è colui che sa non di sapere. Consapevole di non poter possedere tutto lo scibile del mondo (e oltre), chi ammette la propria ignoranza ha tutti gli strumenti per superarla; chi invece si reputa un contenitore di verità assolute, pecca di presunzione e convinzione, rivelando un irrefrenabile e peccaminoso desiderio di riconoscimento e affermazione. Ragionando con quest’ottica, possiamo riflettere su un altro tema che dà senso all’ultima e controversa stagione di Game of Thrones.

Nell’attesissimo episodio finale si concretizza l’interpretazione che David Benioff e D. B. Weiss (qui in veste anche di registi) sembrano aver dato all’opera di George R. R. Martin. Partendo dal suo vero titolo, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, i due creatori della serie semplificano la struttura orizzontale del racconto e lo indirizzano verso una conclusione di più facile lettura. Contro tutto quello che è stato detto o fatto nelle stagioni precedenti, la risoluzione di Game of Thrones si riduce infatti ad una classica dualità di stampo manicheo: bene e male, ghiaccio e fuoco, Jon Snow e Daenerys Targaryen. Mentre il primo è colui che «non sa niente», da sempre in lotta contro i grandi segreti dell’esistere (ricordiamoci che ha sconfitto anche la Morte), la seconda è la «distruttrice di catene» che pensa di avere la verità tra le mani, incanalatasi fin da bambina in una costante ricerca dell’adorazione. E sebbene condividano la natura di predestinati, forse proprio grazie all’inaspettata parentela di sangue, è in questa loro grande differenza che si giocano le sorti del futuro di Westeros. Così, nella prima metà dell’episodio, i due registi optano visivamente e sonoramente per una pesante sottolineatura della diversità di visione che i due personaggi veicolano. Niente è lasciato nella sfera dell’implicito o dell’ambiguo: se il bruno Jon cammina disperato nell’inquietante silenzio di una città cinerea o si lascia consigliare dalla saggezza politica di Tyrion nella tranquillità di un’arida prigione, l’argentea Daenerys si appropria persino delle ali del suo ultimo figlio (grazie ad una potente inquadratura che li sovrappone) e urla il suo dittatoriale trionfo sopra un assordante scroscio di rumori guerriglieri.

Anche se risulta meno coraggiosa dei colpi di scena degli episodi precedenti, la sconfitta della nuova tiranna risulta perfettamente in linea con la piega che la serie ha preso nelle ultime due stagioni. Non è un caso che siano proprio Jon e Tyrion a salvare Westeros dalla rovina, due personaggi che non hanno mai smesso di dubitare del proprio valore e di fare delle proprie sofferenze un insegnamento al fine di anteporre il bene comune al proprio; «il dovere è la morte dell’amore» dice Tyrion a Jon per convincerlo una volta per tutte ad agire contro Daenerys, la quale invece aveva cominciato a trasformare il proprio dolore in un ossessivo desiderio di vendetta. Con una pugnalata addolcita da un bacio (siamo sempre su territori shakespeariani), seguita poi dalla spettacolare distruzione del Trono di Spade, Benioff e Weiss rimarcano la pericolosità di un simbolo di potere così accentrato e ambito.

Però i veri problemi iniziano nella seconda parte dell’episodio, la vera conclusione di questo viaggio decennale. Azzerando completamente ritmo e invenzione registica, The Iron Throne si perde nella difficile risoluzione dell’intreccio perchè genera più domande che risposte e la maggior parte di esse sono il frutto di un’evidente approssimazione narrativa; giusto per fare un esempio, è impossibile non infastidirsi nel vedere riuniti all’improvviso dei personaggi che sono scomparsi per stagioni intere oppure nel constatare che certe questioni non ancora risolte non vengano prese nemmeno in considerazioni. Poi, per quanto riguarda il “cosa” succede, il giudizio non può che dipendere dalle aspettative che si sono create nel corso del tempo, anche se è ben visibile lo sforzo degli ideatori nel cercare di accontentare il numero più alto possibile di spettatori.

Certo è che non poteva esserci scelta migliore di Bran Stark per ricoprire il ruolo di nuovo sovrano dei Sette Regni (anche se poi diventano Sei, perchè Sansa ottiene finalmente l’indipendenza del Nord). Ancora una volta è Tyrion a smuovere gli animi verso la scelta più giusta da fare: «non c’è niente di più potente di una buona storia» dice per avvalorare la sua proposta e questo perchè il giovane Bran è effettivamente l’unico in grado di traghettare il mondo in un futuro migliore (ricordiamo che è la reincarnazione della Memoria stessa). Dopo aver instaurato una specie di oligarchia con gli ultimi esponenti delle vecchie Casate (non sono ancora pronti ad una rivoluzione di stampo democratico), la lezione più importante dell’ultima stagione di Game of Thrones guarda direttamente al nostro presente e suggerisce l’obbligatorietà di un coscienza storica a tutti gli uomini che ricoprono una carica di rappresentanza. E non è poco data la portata mediatica di uno dei fenomeni televisivi più rivoluzionari e seguiti di sempre.

21 Maggio 2019
21 Maggio 2019
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