“Fuoco, riaccenditi con me”. L’immaginario cinematografico della nuova fase dei Noise Trade Company

Uno dei progetti più giovani e, insieme, produttivi che la mente di Gianluca Becuzzi – prime-mover d’area grigia coi Limbo e artista elettronico sfaccettato nelle sue produzioni in solo o come Kinetix – abbia mai partorito, giunge all’album numero cinque. Unfaithful Believers, l’ultimo lavoro targato Noise Trade Company (della partita sono anche, in questa ennesima configurazione della sigla, Elena De Angeli a voce e testi e Francesco Biscontri alla chitarra), segna una nuova svolta nel suono di un progetto che mai si è adagiato su una modalità stilistica definita ma ha preferito continuare a indagare, a muoversi ed esplorare a botte di trilogie, l’immensa area grigia e derivazione tutta, modulandosi di volta in volta a seconda delle proprie ispirazioni e influenze, oltre che concettualmente approfondire lo sguardo su vari aspetti dell’immaginario popolare. Nella prima trilogia – Crash Test One, Just Consumers, Post Post Post – lo ha fatto con un “electro-harsh pop per la civiltà dei consumi terminali”, come si autodefinì all’esordio, cioè una miscela di post-punk, noise, industrial e quant’altro atta ad indagare le melme più maleodoranti della cultura popular; poi, nella seconda, giunta, dopo Reformation, al suo atto centrale col citato Unfaithful Believers, ha abbracciato una forma-canzone gloomy e oscura, elegante e disturbante, meno irruente ma non per questo meno affascinante.

In questa seconda fase, ad emergere con prepotenza è l’immaginario filmico, sviluppato secondo una doppia direzionalità: evocato, nel senso di immaginato come se si trattasse di “imaginary soundtrack” per immagini già esistenti, o a cui si rimanda più o meno direttamente, tra citazionismo e sottolineature di elementi ben presenti nell’immaginario grey area di riferimento.

Nell’ultimo lavoro, a colpirci è stato l’evidente retroterra lynchiano, e nello specifico made in Twin Peaks, serie dal culto non troppo sotterraneo che i tre hanno a loro modo voluto “celebrare” in occasione del venticinquennale dell’assassinio di Laura Palmer: reinventando un mondo parallelo in cui si è avvolti da quelle atmosfere così torbide eppure perfettamente radicate nell’immaginario popular contemporaneo. Per approfondire l’aspetto cinematografico delle musiche di NTC abbiamo contattato Gianluca Becuzzi e Elena De Angeli.

In tempi di social-networking, in cui la necrofilia scorretta ci porta a ricordare morti famosi in un tripudio di futile appartenenza, siete stati fra i pochi o forse gli unici a “ricordare” la Laura Palmer di Lynchiana memoria. Mi confermate che Unfaithful Believers ha a che fare con Lynch e Twin Peaks?

Gianluca Becuzzi: L’originalità assoluta e l’ispirazione pura sono utopie per ragazzini e ignoranti di tutte le età. Al contrario, aver ben chiaro quali modelli prendere a riferimento, oltreché saperli scegliere e combinare con gusto, rappresenta sempre un vantaggio notevole quando si avvia un progetto artistico. Questo è tanto più vero quanto più quei modelli stessi sono radicati in un immaginario collettivo ben preciso. La sinergia tra il cinema di Lynch e le musiche di Badalamenti ha creato un’estetica che tutti noi siamo in grado di riconoscere a partire da un suono che ci evoca una situazione/atmosfera/immagine e viceversa. Quindi sì, il vento di Twin Peaks soffia forte in questo nostro ultimo album perché siamo stati noi ad evocarlo volontariamente, con buona pace dell’anima di Laura Palmer, la quale, in quanto defunta immaginaria iconizzata, sa farsi ricordare con più forza dei defunti reali.

Elena De Angeli: Credo che Twin Peaks sia uno dei più potenti e suggestivi archetipi partoriti dall’immaginario cinematografico. È singolare come il fantasma di Laura Palmer emerga così violentemente dall’album senza mai essere nominato in maniera esplicita. Mentre lavoravamo all’album, l’elemento Lynchiano è emerso a poco a poco fino a farsi prepotente, è stato il momento in cui abbiamo compreso che era la direzione da seguire. Come in un incastro perfetto, anche i testi e le melodie che avevo scritto sembravano indicare quella strada, letti in fila formavano la trama di un film parallelo. Credo che l’immaginario creato dai film di Lynch sia qualcosa di paragonabile a quello che Jung chiamava inconscio collettivo, una mitologia nascosta nelle menti, qualcosa che sembra esserci sempre stato. Se ti dicessi che Unfaithful Believers è anche molto personale direi qualcosa di scontato: è nell’intimo che ciò che viviamo, ascoltiamo, guardiamo, si sedimenta, fondendosi in un unicum indistinguibile; ma rischierei anche di tradire il mistero da cui la musica trae la sua forza. Sono proprio i segreti ed il mistero, del resto, ciò che mi affascina nelle cose.

Noise Trade Company ha attraversato in 5 dischi tutto lo scibile musicale umano d’area cosiddetta grigia (non proprio ma insomma, ci siamo capiti) e si è “ricreato” dopo una prima trilogia più corposa. Sembra esserci un progetto a lungo termine o sbaglio?

GLB: Noi lo intendiamo sicuramente come un progetto a lungo termine e ci auguriamo di avere energie creative sufficienti per rinnovarci sempre e riuscire così in questo nostro proposito. C’è inoltre un aspetto programmatico nel nostro lavoro che ci porta a pensarlo organizzato in trilogie di album diversificate tra di loro per finalità artistica, suono, stile, tematiche e in parte anche line up. Il cambiamento è l’unica costante di questo mondo e io penso che la regola debba riflettersi anche nelle musiche che produciamo. È per questo motivo che evitiamo staticità e ripetizioni, muovendoci in continuazione da un punto all’altro dello scenario determinato dal nostro sentire. Nell’arco di cinque album siamo passati dall’electro post punk con influenze noise/industrial alle attuali sonorità che mescolano chitarre surf con cupi climi cinematici e profondi bassi cold dub.

EDA: È un progetto a lungo termine nel quale convergono e nascono continuamente nuovi stimoli e spinte a rinnovarci e a guardare al prossimo passo. Cambiare è sempre una sfida, ma senza porsi delle sfide non si potrebbe andare avanti. Se Reformation è stato l’inizio di un nuovo capitolo, con Unfaithful Believers ci siamo spinti ancora oltre sul binario intrapreso. Lavorare con Gianluca è per me una fortuna, posso continuamente imparare dalla sua grande esperienza, la sintonia non manca mai e questo consente il continuo sviluppo di nuovi stimoli. Ci siamo lasciati il post-punk alle spalle. Il cambiamento più audace è stato forse introdurre la forma canzone, e questa è una direzione che manterremo. Mi piace pensare che in tutto questo ci sia un fil rouge: si può indagare l’intimo, la zona d’ombra, ciò che è fuori fuoco, restando la compagnia che spaccia rumore, che è ciò che non è codificato, indecifrato o indecifrabile.

Noise Trade Company

Il ruolo di Elena si fa sempre più centrale a mio parere, e non parlo soltanto del ruolo come cantante, ma come autrice e perno dell’intero progetto…

GLB: Elena ha sicuramente talento canoro e compositivo e NTC è il mezzo attraverso il quale può esprimerlo e veicolarlo. Nel momento in cui Elena è entrata in formazione NTC ha preso un altro peso e un altro significato per me. Inizialmente si trattava di una sorta di diversivo ai miei lavori in solo che mi permetteva di esercitarmi sul formato canzone giocando con elementi generazionalmente a me ben noti, come le sonorità e i climi degli Ottanta, così in maniera anche un po’ ludica e disincantata. Adesso è diverso, il gioco si è fatto decisamente più serio.

Ho sempre riscontrato nelle musiche di NTC una certa tendenza cinematica e visionaria; in UB questa vena mi è sembrata palesarsi, come facevo riferimento prima con Badalamenti e Lynch…

GLB: È vero, anche la prima fase aveva riferimenti cinematografici e letterari, oltreché ovviamente musicali. Si potevano avvertire tracce del Cronenberg che rilegge il postmodernismo di Ballard e Burroughs, no? Così come in questa seconda fase, con particolare riferimento a Unfaithful Believers, si percepisce l’influenza di Lynch e Badalamenti per il gusto di certo noir contemporaneo, ma a tratti anche Leone via Morricone e Tarantino, credo. Sicuramente, più passa il tempo e più il cinema sta diventando nutrimento essenziale per la mia sensibilità sonora e compositiva. Di questi tempi, ad esempio, sto ascoltando moltissimo la colonna sonora dell’ultimo Jarmusch Only Lovers Left Alive composta da Jozef Van Wissen e SQURL. Si parla sempre della musica nel cinema dimenticandosi di quanto cinema ci possa essere nella musica.

EDA: Talvolta nel cinema si incontrano un regista e un compositore che sembrano fatti l’uno per l’altro, artisticamente parlando… e allora accade la magia. Lynch e Badalamenti hanno creato un immaginario fatto non soltanto di fotogrammi, ma anche di note, immediatamente riconoscibili, quasi fossero esse stesse parte di un inconscio collettivo. Un archetipo musicale. Non è l’unica coppia che ha creato sinergie indimenticabili, penso anche a David Cronenberg e Howard Shore, Sergio Leone e Morricone, Kieślowski e Zbigniew Priesner…ultimamente Nicolas Winding Refn e Cliff Martinez, per citare alcuni tra i miei preferiti. Quasi sempre i miei film preferiti hanno una colonna sonora che amo, non credo sia un caso. Quando esco dalla sala, è una particolare sequenza di suoni e di note ad amplificare i fotogrammi, a farli sedimentare nella mente e a far scattare quel je ne sais quoi che li rende eterni. Sembra quasi la descrizione di un innamoramento, ma del resto è così che succede. L’arte che resta, quella che lascia un segno, quella che “è per sempre”, è quella che ci fa innamorare di un amore ideale. Unfaithful Believers è la colonna sonora di un film mai impresso su pellicola.

Come vi sembra il panorama musicale italiano contemporaneo? E come vi ponete nei suoi confronti? Ve lo chiedo perché pur non suonando dal vivo – cosa che sembra essere la discriminante ultimamente tra “successo” e “silenzio” – avete uno zoccolo duro di fan e critica che giustamente vi segue passo passo…

GLB: Frequento attivamente la scena musicale italiana underground da 30 anni, ne conosco molto bene vizi e virtù, luci e ombre. Ci sono sempre stati e continuano ad esserci artisti di valore, dotati di talento e passione autentica. A fronte di questo però mancano politiche che sostengano queste realtà e che creino una sensibilità culturale diffusa rispetto ad essa. Ci sarebbe tanto da fare e viene fatto pochissimo, un po’ per mancanza di risorse ma anche molto per incapacità di visione. In questa situazione “chi fa” rimane solitamente da solo. Uno spreco, purtroppo…

EDA: Il panorama musicale nostrano è vivo e ricco di artisti di spessore e di talento. Quello che temo di più è il settorialismo, la chiusura, l’idea di dover rientrare in schemi e generi precisi; ammiro chi riesce a uscire da questi schemi e da questa mentalità. Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, in un’epoca in cui l’iperpresenzialismo è la regola e siamo malati di sovraesposizione, avere un ottimo riscontro senza aver suonato dal vivo è per noi positivo. Tuttavia, non ci poniamo limiti nemmeno in questo senso, e può cambiare domani stesso. Anche l’assenza, la lontananza e tutto ciò che si ascolta senza poterlo toccare con mano hanno il loro fascino, del resto. Per citare Mulholland Drive e il Club Silencio: “No hay banda! Il n’est pas de orchestra!…And yet we hear a band… It’s all a tape… It is an illusion”.

21 Luglio 2014
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