Talento in trasformazione

Musica come riccioli

Musica come riccioli. Riassumiamo così un’indole: in essi c’è la natura – e la sua potenza – e l’elettricità – e la sua energia.

Il talento è la caratteristica che più descrive le peculiarità di Tune-Yards, al secolo Merrill Garbus. Eppure il talento è nullo se non si trova di fronte all’occasione che trasforma.

Trasformazione. Parola chiave imprescindibile. Merrill è un movimento continuo, sotto una molteplicità di punti di vista. Una giovane mamma che diventa musicista. La stanzetta che diventa studio. La voglia di esprimersi che diventa produzione sofisticata. La competenza, acquisita con il fare, dell’arte del layering che crea le condizioni di possibilità per applicarsi sulla musica di qualcun altro. E, quindi, l’esperienza della co-produzione in Thao & Mirah, con la folkster di K Recs e Thao Nguyen della Kill Rock Stars. E ancora, una esperienza “professionale” che non può che fare da anticamera per un rapporto amicale.

Il tutto esemplificato, tangibilmente, dallo spostamento fisico e di contesto che è scelta di movimento completo. La provincia canadese, il New England, che diventa metropoli (Montreal) e poi California. Il tema del viaggio e della ricerca di mondi è un bagaglio che le iarde di toni condividono con tante altre esperienze. C’è tutta un’infanzia e un percorso formativo, nella Garbus, che parla di tradizione locale, di rotonde radici anglosassoni. Dato il presupposto, la voglia di sperimentare è risultante di una continua scoperta, che si ripercuote nell’ascoltatore. Le canzoni di Tune-Yards sono chiaramente il massimo indizio dei mondi toccati dall’autrice. Come si dice a volte, la filogenesi dei brani prospetta a volte l’ontogenesi della persona, delle note che dal cervello finiscono con l’essere incise.

Per questo e altro, Merrill Garbus è personaggio che portiamo a esempio sempre più spesso, e sempre come best practice dei quartieri musicali che frequentiamo. Ci siamo entusiasmati quando nel 2009 uscì Bird-Brains, inizialmente per la portlandina (guarda caso) Marriage Records. Lo chiamammo pop globale, ma inteso in un modo diverso rispetto alle manifestazioni di intenti e istanze di M.I.A., così come da universi di collage etnomusicologico. Ci sentimmo, semplicemente, il mondo chiuso in una stanza, e la quintessenza degli ’00. Un riassunto perfetto del glocal di fine millennio, scollegato da riverberi politico-economici.

Oltre alla capacità e alla presenza scenica unica della voce, calda e soul ma anche venata di altri continenti, la prima evidenza che saltava agli occhi era il lo-fi, ma non quello perseguito come fine che si emancipa dallo status di mezzo. Altrettanto semplicemente, la “bassa fedeltà” dei cervelli-uccello era, come un ritorno alle origini, la conseguenza dell’economia dei mezzi. Momentanea eppure già stato dell’arte. Rimasero a bocca aperta anche gli scout della 4AD, che decisero all’istante di mettere il proprio marchio sul disco appena uscito e ripubblicarlo. Il mondo scoprì Merrill Garbus e tutti cercarono di andarla a vedere dal vivo. Quel sound di riciclaggio world-tuned si rivelò molto più sofisticato del previsto, fatto com’era – com’è – di sovrapposizioni di ragionamenti, toni, elementi di una composizione che trascende il mero effetto pop, pur non perdendolo di vista come outcome.

Occasioni mai mancate

Certo la storia di Tune-Yards non nasce nel 2009, e oggi che la freschezza è più matura vi riconosciamo una collezione di esigenze che diventano scelte brillanti, altro modo per esprimere la formula “necessità che diventa virtù” saturata di creatività. Il primo passo della vicenda è piuttosto il trasloco dal nativo New England alla raggiante Montreal, dove la Garbus, figlia d’arte, entra nei Sister Suvi dell’amico Patrick Gregoire. Nascono occasioni di scambio ma anche piccole frustrazioni originate dalla disparità di investimento nel progetto. Merrill non ha ancora trovato quello che cerca. E non le serve molto tempo, a dire il vero, per accorgersi che il percorso migliore è quello personale: la rielaborazione di un cervello che contiene tradizioni vicine e lontane, insegnamenti famigliari e i frutti delle proprie indagini musicali. I primi passi sono “open mics” nei locali di Montreal, ma anche performance di strada. “La regola era, come sempre, cogli l’attenzione della gente, o muori. Fallo entro i primi cinque minuti, o meglio ancora entro i primi trenta secondi, oppure non avrai più orecchie che ti stanno a sentire”. “Sentiti parte del contesto, oppure vattene”, si diceva in quelle circostanze.

Non è un caso. Già dietro a Bird-Brains c’erano tanto studio e tanta dedizione – verso le tecniche teatrali, ma soprattutto nei confronti della Madre Africa come origine della musica nera che sboccia in ogni angolo del mondo, leggi anche alla voce Giamaica. Merill conosce per frequentazione il Kenya, ma non solo. “Ho ascoltato molto la musica di Nairobi degli anni Settanta e Ottanta – quella roba che facevano con le chitarre ha influenzato moltissimo il modo in cui suono l’ukulele. Lì ci trovo tutto il mio lo-fi”, dichiarava un paio di anni fa. “Quando ascolti registrazioni di posti come quelli, dove non vai molto spesso, ti viene da pensare ‘Oh my God, thi is real music’. C’è qualcosa di profondo, che scava. Una performance di gruppo a cui mi sento estremamente vicina”. Imitando l’Africa Merrill, da autodidatta, impara a far deflagare la voce, e a credere nel flusso. La sua investigazione trova la massima sazietà quando scopre la musica di una tribù della Tanzania chiamata Wagogo. È come un fulmine sulla strada di Damasco. In quella tribù Tune-Yards si scopre come tale, capisce una volta per tutte la propria sensibilità musicale.

Il travaso non è facile, quando le idee e le melodie non hanno una controparte tecnica che garantisca la corretta esternalizzazione. Uno dei tratti che più ci convince in Bird-Brains è la genialità estremamente talentuosa del tramutare una mancanza in motivo di progettazione musicale. Valgano da esempio quelle sofisticazioni che ovviarono alla mancanza di un basso con layer di percussioni da bedroom e pedale. Il DIY di Tune-Yards non è scelta estetica ma nasce come messa a sistema di quello che si ha. “Non avevo un basso”, dichiara sorridendo Merrill, “letteralmente non ne possedevo uno, per l’appunto, e le percussioni dovevano essere poderose ed evidenti, per nasconderne l’assenza”. Un tratto distintivo come questo, un elemento così esplicito da poter diventare subito elemento caratteriale, cui aggrapparsi per garantire riconoscibilità a lungo termine, è stato superato quando si è ovviata alla mancanza. Quando si guarda oltre, con l’innocenza e la determinazione della curiosità, la penna supera le forme statiche. Il live, come si accennava, non è motivo di replica ma di “improvement”. Non appena giunti gli apprezzamenti per lo splendido esordio, Garbus inizia a girare il Nord America per mostrare i tunes effervescenti di cui è capace.

Approda persino alla Music Hall di Williamsburg, come opener per i Dirty Projectors. Ad accompagnarla, un nuovo compagno di avventure, il bassista Nate Brenner, oggi di fatto altra colonna di Tune-Yards (forse una band, ormai?). La musica non può che assorbire gli effetti del nuovo ingresso in formazione, e così il secondo album, tagliato non a caso con riff post-punk in bella vista, frullati nel pentolone di loop ma pur sempre determinanti nel far cogliere un’evoluzione. Terza parola chiave. Variante del movimento e della capacità di quello stesso talento di proseguire la strada intrapresa con la giusta passione verso il nuovo.

Layer colorati

Di questo e altro abbiamo parlato direttamente con Merrill Garbus, in una sequenza di domanda risposta che non ha deluso le nostre aspettative, così come il sophomore non ha fatto che accrescere la curiosità con cui rivolgeremo l’attenzione al prossimo album di Tune-Yards. Abbiamo trovato una persona inevitabilmente colorata, ma anche capace di mettere a fuoco la direzione che sta percorrendo. Il focus delle energie che ha mette a disposizione si è dimostrato tutto teso a non perdere di vista la ricchezza della sovrapposizione di layer, meta-strumento che si perde per origine nei decenni passati, pur essendo materia da scommesse sicure anche per il futuro. Ancora una volta, Merrill si distingue per essere figura rappresentativa di un tempo specifico (il nostro) e produttrice di una qualità musicale che resisterà probabilmente al corso degli anni.

Passando dal tempo (orizzontale) alla dinamica verticale, non si può non parlare, a proposito della Garbus, dell’efficienza trasversale di quello che propone. Basta cercare Tune-Yards sui motori di ricerca per rendersi conto della sfaccettatura di mondi che la citano, la guardano, la ascoltano. Non è il solo Pitchfork ad averla lanciata. O meglio, le riviste di settore hanno fatto il loro corso e hanno prodotto inviti come quello al Primavera Sound di quest’anno, arena di proclamazione ideale per l’autrice di Whokill. Eppure c’è tutto un altro sistema di mondi di diversa estrazione – in materia di cultura musicale – che si affezionano a Tune-Yards e a canzoni come Bizness o Hatari.

Non sarà l’unico motivo, ma di certo la quotidianità ha contribuito alla fidelizzazione dell’ascoltatore “medio”, inteso come media di una sommatoria di target molto diversi tra loro. È Merrill che introduce sé stessa al principio di Whokill. È la sua bimba a intervenire per la madre nel primo brano di Bird-Brains. Testimonianze del privato che si confonde col pubblico. Altro elemento di ancoraggio trasversale è la comunicazione. 4AD è una grossa etichetta e conosce i tempi e i modi giusti per promuovere un prodotto. I videoclip dei brani di Bird-Brains funzionano, ma forse ancor più ha funzionato la finta tattica (in realtà componente di una strategia di promozione) di mostrare la Garbus al lavoro nel suo nuovo studio di registrazione californiano. Il volto dell’ex-lo-fi-er che si mette in gioco con un’apparecchiatura professionale. In questo caso, a cascarci sono tutti i fan e i curiosi del settore, che intravedono il segnale – ponderatissimo – di una svolta, senza tener presente la gradualità con cui Tune-Yards affronta la trasformazione, giorno per giorno. Tutti appigli intelligenti per tener lì attaccato il cervello, in attesa che sia l’orecchio il protagonista vero dell’esperienza. Anche questo è talento. Del resto, come Merrill stessa ci confessa, il mestiere della musica vuol dire saper fare un raccolto mirato in ettari di melodie che sarebbero a disposizione di tutti, se solo le sapessero riconoscere e cogliere. Se Tune-Yards le raccoglie e confeziona così bene, viene da dire, è meglio continuare a osservare e aspettare il risultato.

Com’è nata la trasformazione da Merrill a Tune-Yards?

È stato molto semplice. Ho iniziato suonando l’ukulele nella mia stanza da letto. Subito dopo ho sentito l’esigenza di avere del ritmo e mi sono fatta prestare da un amico un pedale per loop e ho iniziato a battere sull’ukulele per ottenere dei beat. Il tutto è stato testato grazie a open mics e performance nei caffè di Montreal. Bird-Brains è frutto del lavoro nella mia camera e del suo effetto in piccoli live.

Se non sbaglio, sei figlia d’arte e hai avuto una formazione musicale…

In effetti entrambi i miei genitori erano musicisti. Entrambi dediti al folk. Mia madre mi ha insegnato a suonare il pianoforte quanto avevo tredici anni. Mio padre suonava il banjo e il violino in molte band diverse, e mi insegnò a trattare con le melodie tipiche del fiddle (violino usato nella musica country, ndt.). Non ho mai avuto formalmente un’educazione musicale, non almeno quella standard dei conservatori, ma la musica è sempre stata dentro e attorno a casa mia.

Mi incuriosisce molto la tua maniera di comporre. Usi un metodo standard nel fare musica?

In realtà no, o meglio, non succede mai nello stesso modo; in genere le canzoni nascono con frammenti di melodie o idee ritmiche. Il passo successivo è l’improvvisazione di looping pedal che rielabora quei primi elementi. È momento essenziale del mio approccio. Lì vengono fuori tante cose: giocare con loop e sovrapposizioni mi aiuta molto. Ora che ci penso è una pratica abbastanza assodata nel mio modo di fare musica: inizio con un beat improvvisato e poi vedo come funziona con sopra una linea di ukulele o una melodia vocale.

In generale: la musica è una pratica o una mera espressione di sentimenti e delle proprie sensazioni?

Decisamente una pratica. Le sensazioni vengono sempre fuori, ma è la pratica che dà loro una forma e una cittadinanza.

Quando penso al nome Tune-Yards penso a una cascata di melodie soul che si sovrappongono. Come i “mattoni” delle composizioni minimaliste. Ti ci ritrovi? È più centrale una melodia o il layer di cui essa fa parte, nella tua musica?

È una questione interessante. Ogni melodia è un frammento con la sua importanza. O meglio, è frammento ma in quanto melodia porta con sé una storia, la racconta, per così dire. Ma il mio obiettivo, ciò su cui mi concentro di più, è l’effetto complessivo del layering. È questo che mi appassiona, il risultato finale della sovrapposizione.

Le “tune-yards”, per me, sono lande dove si possono trovare canzoni. È un pensiero che mi rilassa molto: quelle melodie, quelle canzoni, esistono già, basta trovarle, e il ruolo del musicista è propriamente il loro disvelamento, come una mietitura, un raccolto.

Per realizzare Whokill hai avuto a disposizione uno studio vero. Cos’è cambiato? Ti ci sei sentita a tuo agio?

Abbiamo avuto una piccola sala prove, più che uno studio, dove ho scritto la musica di Whokill, e poi uno studio di registrazione dove tutto ciò ha preso vita. La sala prove è come il mio ufficio. Funziona come un posto di lavoro normale. Ci sto tutto il giorno e mi causa pure stress, perché so che quando ci entro mi aspetta un sacco di lavoro!

Lo studio è un po’ un’estensione della bedroom? Oppure un non-luogo che si anima a intermittenza?

Per la mia esperienza, è difficile che uno studio di registrazione possa essere personale come un luogo privato. Eppure, i benefici che ti dà sono molti. Non solo: consente di passare ore gioiose, specie se lo condividi con persone con cui si lavora bene. Nel mio caso, questo è successo con Eli Crews, il nostro ingegnere del suono, che mi ha dato un grosso aiuto con Whokill… con lui abbiamo lavorato sodo, suonato moltissimo, ci siamo sentiti “creativi” e realizzati. In qualche modo quei momenti sono irripetibili, e credo che questo dà un’anima a un luogo.

La più grossa sfida cui ho fatto fronte nello studio è stata liberarsi del “sound da studio”. Il rischio è sempre tangibile, quando si viene da contesti più informali e si ha a che fare con un posto così professionale. Ma io avevo l’obiettivo chiaro in mente: essere certa che le mie canzoni non finissero col suonare asciutte o statiche, ma sempre vitali, e capaci di rimbalzare sui muri.

Domanda secca: le differenze principali tra Bird-Brains e Whokill?

Le due maggiori differenze a mio parere sono state, come detto, registrare in uno studio con un ingegnere di talento come Eli e aver suonato per un anno, subito prima, con un bassista vero, cioè Nate Brenner. Nate ha aggiunto elementi cruciali nella maggior parte delle canzoni, e la nostra esperienza di suonare di fronte a migliaia di persone ha avuto un impatto decisivo sul nostro modo di suonare, e ci ha fatto sentire una band.

Oggi lavori anche come produttrice, alludo all’esperienza con il self-titled di Thao&Mirah.

È stato meraviglioso approcciarsi a un progetto dall’esterno. Dal momento che non mi sentivo così emotivamente coinvolta dalle canzoni, le ho potute vedere e affrontare da un punto di vista squisitamente musicale. Il risultato? L’amicizia con Thao e Mirah, e tanto divertimento.

Per tirare le somme: è evidente che ti piace lavorare con altre persone…

Assolutamente sì. Whokill non ci sarebbe senza la collaborazione di Nate ed Eli. Tune-Yards non è mai stato un progetto che ho voluto tenere per me, ma la mia insicurezza ha sempre evitato che lo condividessi con altre persone, per paura che non capissero le mie esigenze. Con Nate ed Eli è andato tutto a meraviglia, e, al contrario, mi hanno aiutato a esprimermi.

C’è chi dice che la relazione tra live e studio in Whokill sia più stretta.

Abbiamo registrato molti live e poi li abbiamo riascoltati e trattati in studio. È inevitabile che un po’ di effetto dal vivo finisse nel nuovo disco. Ma il live show e un album sono due bestie differenti.

Che musica ascolti? O cosa ti piace di più in questo periodo?

La maggior parte delle cose che ascolto sono band di amici e parenti, come quella di mia sorella, Ruth Garbus. Oppure Chris e Kurt Weisman. Mi piacciono molto i Dirty Projectors, per esempio. Potrei fare mille nomi, ma forse la risposta più sensata è che apprezzo il silenzio, nei rari momenti in cui non sto creando musica.

Cambiare città cos’ha comportato? Hai trovato una scena musicale accogliente?

Mi sono trasferita a Oakland l’anno scorso, e questo ha avuto sicuramente una grande influenza sulla mia musica. Amo questa città. mi dà una fortissima energia creativa. C’è confronto, fibrillazione. E credo che questa energia si senta nelle nuove canzoni.

Credi nell’arte?

Certo che sì! Dopo tutto, le ho dedicato la mia vita!

Cosa ci dobbiamo aspettare da Tune-Yards?

Attualmente sto provando a lungo per i tour che sta per iniziare. Dal vivo saremo io, Nate al basso, Matt Nelson e Kasey Knudsen ai sassofoni. Suona già meravigliosamente, ma vi prometto che suonerà sempre meglio!

16 Maggio 2011
16 Maggio 2011
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