Tutte le sfumature del nero

Ha appena ventuno anni Nika Roza Danilova, ma può già vantare una consapevolezza estranea alla maggior parte degli artisti odierni, che la porta a sentirsi responsabile del messaggio veicolato con i propri testi.

Schiva, emotiva, eppure affabile e decisa, Nika ha raggiunto un’autorevolezza nell’utilizzo delle doti canore, che le ha permesso di toccare nuovi vertici espressivi, facendo del suo ultimo Stridulum uno dei dischi più affascinanti dell’anno. Dopo una serie di opere a base di atmosfere gotiche, sonorità claustrofobiche e registrazioni casalinghe ha abbandonando la “coperta di Linus” del lo-fi e si è presentata al pubblico forte soltanto dell’altera bellezza delle sue canzoni.

Ora abita quella sottilissima striscia di interdizione che separa la sperimentazione dal mainstream, ma sembra essere prossima a varcarla, senza compromettere gli obbiettivi artistici.

Questo è quanto emerso dalla chiacchierata avuta in occasione della pubblicazione di Stridulum II, versione espansa dell’ep uscito nella prima parte dell’anno per la Sacred Bones. Ne abbiamo approfittato per cercare di tracciare un profilo di uno dei personaggi più enigmatici di questo inizio di decennio. Cosa c’è di meglio, in questi casi, che partire realmente dall’inizio?

Quali sono i tuoi primi ricordi legati alla musica?

Ho iniziato ad appassionarmi alla musica da quando ero molto piccola. Mi piaceva improvvisare: ricordo che quando ero ancora bimba adoravo girare per il giardino di casa e inventare canzoni su tutto quello che vedevo intorno a me, sarei andata avanti per ore. Tuttavia non ho mai registrato nulla fino a che non è nato il progetto Zola Jesus.

Prima però sono venuti gli studi di lirica…

Sì, ho iniziato a studiare per diventare cantante lirica quando avevo 8 o 9 anni. Non saprei dirti da dove è nata questa passione, di certo non dai miei genitori o da qualcuno dei miei parenti, visto che nessuno di loro possiede alcuna inclinazione musicale.

Credi che in qualche modo la tua produzione musicale ne abbia risentito?

Non molto, almeno non consciamente. Penso che tutte le mie esperienze si combinino naturalmente ogni volta che scrivo una canzone.

Quando hai cominciato a creare musica come Zola Jesus qual era il tuo obbiettivo in quanto artista?

Il progetto è iniziato quando avevo 15 o 16 anni, la mia intenzione era solo quella di riuscire ad incidere la mia musica e cercare una strada che fosse chiara e coerente. Quel periodo per me è stato alquanto particolare, perchè era un momento in cui la musica non faceva più parte della mia vita. Zola Jesus è stato un tentativo di riportarvela e di darle centralità. Inoltre è stato il modo migliore per riprendere confidenza con la mia voce, che in passato mi ha dato seri problemi a causa dell’ansia e dell’eccessiva emotività.

So che in passato questo aspetto del tuo carattere ti ha provocato problemi di panico da palcoscenico. Come hai fatto a superare questa situazione?

Di solito cerco di distrarmi muovendomi molto. Quando mi fermo la mente inizia a correre. So che sarebbe tutto più semplice se non dovessi esibirmi dal vivo, ma come artista è qualcosa che sono costretta a fare. Anzi, forse perchè è così difficile che in fondo mi affascina. Mi piacciono le sfide, adoro mettermi continuamente in gioco e a volte mi capita di infilarmi di proposito in situazioni difficili.

Parliamo un pò dei tuoi ultimi lavori e di come suonino differenti rispetto alle tue prime produzioni. E’ stata una scelta semplice quella di abbandonare la bassa fedeltà?

No, tutt’altro. All’inizio è stato difficile perchè non sono mai stata abituata ad una situazione in cui tutto suonasse perfettamente. Non considero il mio sound migliore solo per il fatto di avere una produzione più pulita, anzi, di solito non desidero affatto avere un suono pulito. E’ stato solo un tentativo di provare qualcosa di nuovo, di testare le mie possibilità. Mi sembra di aver fatto tutto quello che era possibile fare con il lo-fi, perciò, sebbene lo consideri ancora una parte di me, mi piace la sfida che comporta il fatto di addentrarsi un produzioni più raffinate.

Ascoltando Stridulum sembrano molto lontani i tempi della compilation su Die Stasi. Pensi di avere mai avuto realmente qualcosa in comune con le artiste che hanno preso parte a quel disco?

Credo che il nostro unico comune denominatore fosse il fatto di essere ragazze che si dedicavano all’home recording. Non so bene cosa resti oggi di quella scena. Sono tutt’ora amica con alcune di quelle ragazze, anche se bisogna dire che provenivamo tutte da background differenti. Era naturale che la nostra musica suonasse così diversa.

Il lavoro che fai sulla tua voce ha portato spesso a paragoni con Diamanda Galas e Lydia Lunch, mentre a livello strettamente musicale, viene spesso citata la new wave e certo folk gotico alla Death In June. Ti senti realmente vicina a questi artisti?

Sono incredibilmente onorata del paragone con Diamanda Galas ma non credo veramente di meritarmelo. Lei appartiene ad una razza a parte e mi auguro che continui sempre a perseguire la sua strada in modo così originale. Ad essere onesti, quando inizio a scrivere una canzone non cerco di perseguire un determinato modello, altrimenti questo farebbe della mia musica qualcosa di estremamente derivativo. Posso dire che mi piace giocare con una melodia o con un suono, elaborarlo fino a che non diventa una canzone. Vorrei che tutte le mie canzoni avessero forza e potenza. Vorrei che fossero percepite come qualcosa di molto pesante e impossibile da ignorare.

Ho l’impressione che la solennità e l’austerità della tua voce su Stridulum fa assomigliare alcuni di questi brani a delle preghiere. A questo punto mi viene da chiederti qual è il tuo rapporto con la religione.

Non molto buono, nel senso che credo che la religione porti le persone al diniego. La vita è molto più difficile quando non hai la rassicurazione che qualcuno stia badando a te. La religione si fa carico di un eccessivo controllo delle singole persone e delle loro esistenze. E’ molto più istruttivo abituarsi ad vivere in un mondo in cui ognuno di noi ha il totale controllo delle propria sorte, anche se questa idea talvolta può far paura.

Al di là della cupezza di alcune sonorità e del dolore che a volte traspare dai tuoi testi, mi sembra che ci siano sempre parole di speranza nelle tue canzoni. Come artista di che messaggio ti senti portatrice?

Non credo nel fatto di porre domande senza suggerire delle risposte. Ci sono situazioni molto difficili nel mondo. Io cerco di rifletterle nelle mie canzoni, ma cerco anche di proporre delle soluzioni. Voglio pensare di essere propositiva e non limitarmi a “mettere il broncio”. C’è molto da dire sul modo in cui l’umanità può progredire e migliorare se stessa, e come artista è qualcosa che prendo molto sul serio.

Cosa ci puoi dire a proposito delle tre canzoni che sono state aggiunte su Stridulum II rispetto all’ep? Si può dire che siano brani più luminosi rispetto ai precedenti?

Volevo solo sperimentare di più. Sea Talk è la nuova versione di un brano che avevo già inciso tempo fa, mentre Tower e Lightstick, al di là di come possono suonare, sono canzoni molto ansiose. L’ultima, in particolare, è stata una sfida per me: è stata registrata usando solo la mia voce e un pianoforte vecchio e scordato.

I brani di Stridulum mi sembrano perfettamente bilanciati fra appeal pop e sperimentalismo, hai mai pensato di fare il passo decisivo verso il pop “tout court”? Pensi che questo sia possibile mantenendo la propria integrità artistica?

Penso di si. Nei prossimi mesi sarò in tournée negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa, dopodichè inizierò a pensare al mio prossimo album. Ti posso dire che ultimamente sto ascoltando molta musica soul. Marvin Gaye, Sam Cooke, Candi Staton: gente che comunica con tutto il corpo e si sente che ogni nota che canta è reale. Voglio pensare che mantenendo un simile approccio si possa comunicare senza compromettere alcun obbiettivo artistico.