U2
U2
Quando gli U2 protestarono contro la caduta del Muro (perchè erano socialisti)

Lo sapevate che gli U2 una volta scesero in piazza per protestare contro la caduta del Muro di Berlino? Fu nell’autunno del 1990, più o meno un anno dopo l’apertura della prima breccia nella barriera simbolo delle divisioni del XX Secolo. Però chiariamo subito che si trattò di un equivoco, non vorremmo che ci prendeste per untori di fake news. Del resto, ve li immaginate gli U2 – proprio loro, quelli dei tour milionari e delle liaison con Apple – sostenere la causa comunista? Eppure, come vedremo, qualche indizio di simpatie se non proprio comuniste, almeno socialdemocratiche l’avevano sparso qua e là in quella che all’epoca era la loro ultima fatica in studio data alle stampe, Rattle And Hum (che in verità fu anche un disco live, un film, un libro e parecchie altre cose). Ma andiamo con ordine.

Il singolare fatto del Muro è raccontato in Gli U2 alla fine del mondo, biografia della band a firma Bill Flanagan pubblicata nel 1996 e da molti (Bono compreso) considerata fino a quel momento il più bel libro mai scritto sugli U2 (in seguito ne usciranno altri molto belli, ma quello – a nostro parere – resta una spanna sopra tutti). Il volume prende in esame un periodo ben definito della parabola artistica del gruppo di Dublino, la prima metà degli anni Novanta, raccontando la genesi e lo sviluppo della famosa svolta artistica della band che avrebbe portato alla pubblicazione di Achtung Baby prima e di Zooropa poi, intervallati da quel circo multimediale che fu lo ZOO TV Tour. In quegli anni, Flanagan visse praticamente insieme alla band, condividendo con Bono e compagni camere d’albergo, lussuose hall, discussioni animate e, naturalmente, la musica attraverso centinaia di concerti.

Il primo capitolo si apre con il racconto del soggiorno berlinese del quartetto. Gli U2 si erano trasferiti nell’ormai ex capitale della Germania Est per ritrovare l’ispirazione perduta, sulle orme di altri grandi del rock – David Bowie, Iggy Pop, Depeche Mode e Nick Cave & The Bad Seeds, tra gli altri – che in passato avevano compiuto lo stesso percorso curativo.

L’idea era di chiudersi nei mitici studi Hansa e vedere cosa ne sarebbe uscito fuori. Era una specie di “all in” per loro, in crisi d’identità, spaccati al proprio interno e sull’orlo dello scioglimento prima di ricevere l’illuminazione grazie a One (quei tormentati giorni sono raccontati anche nel bellissimo documentario From the sky down, pubblicato in occasione del ventennale di Achtung Baby). Lo scompenso, però, veniva da lontano. Quello post Rattle And Hum – disco che, ricordiamo, uscì nel 1988 – fu per gli U2 un periodo particolarmente travagliato, nonostante un breve tour – il LoveTown – tenuto l’anno successivo insieme al grande B.B. King. Berlino poteva offrirgli l’occasione di un nuovo inizio. Tutto stava cambiando, e anche loro dovevano cambiare. E cambieranno, eccome se cambieranno!

Il Muro aveva cessato di esistere, nella sua funzione strategica, il 9 novembre 1989 ma la Germania fu ufficialmente riunificata solo nell’ottobre dell’anno seguente. Gli U2 arrivarono a Berlino proprio con l’ultimo volo diretto in Germania Est. Il libro di Flanagan descrive così quei concitati momenti in cui la storia del mondo s’intrecciò con quella – per carità, assai meno rilevante – di un gruppo rock in crisi d’identità: «Il Muro di Berlino – si legge a pagina 9 – era stato costruito all’incirca nei giorni in cui in cui i quattro membri degli U2 venivano generati. Vederlo crollare ha scosso tutti i loro convincimenti riguardo alle cose passate, presenti e future. Bono ha detto a Edge, Adam Clayton e Larry Mullen che questo era un gran momento per gettarsi nella mischia, l’ora di andare a Berlino e cominciare a produrre la musica per il nuovo mondo! Sono arrivati con l’ultimo volo diretto in Germania Est, proprio mentre la Germania Est cessava di esistere. Avevano tutto il cielo a propria disposizione! Il pilota britannico era talmente inebriato dall’importanza storica del momento da annunciare ai passeggeri che avrebbe sorvolato a bassa quota Berlino, passando sopra la Strasse de Juni, dove la folla festante si stava radunando, e quindi sopra il Muro, dove la gente dell’Europa orientale, ora libera, stava danzando […]. Perché non avrebbe dovuto farlo? Il suo era l’unico aereo in cielo, l’ultimo volo per Berlino Est prima che Berlino Est diventasse soltanto un nome sui libri di storia».

Le cose però si misero male appena poggiato piede a terra. Gli U2 non vedevano l’ora di unirsi alla festa ma, alle volte, la fretta è cattiva consigliera. Continua così il racconto: «Si uniscono con entusiasmo al primo corteo che incontrano, in attesa che il contagioso entusiasmo provocato dalla liberazione inebri anche loro. Niente da fare. Il corteo ha un aspetto sinistro, e la gente sembra trascinarsi stancamente, con il volto bieco, sorreggendo dei cartelloni. Bono cerca di instillare al corteo un po’ di sana allegria celebrativa irlandese, senza ottenere alcun risultato. «Oh, ma questi tedeschi non lo sanno proprio, come si fa festa!», sussurra ad Adam Clayton. Forse, pensano gli U2, hanno malgiudicato i sentimenti della gente. Forse la reazione più appropriata alla fine di mezzo secolo di oppressione non è la gioia per ciò che di nuovo è stato ottenuto, ma il dolore per quello che non potrà mai essere recuperato. Gli U2 si guardano l’un l’altro, poi guardano il triste corteo e, infine, decidono di adattarsi all’umore generale, mentre si avvicinano al Muro. E solo quando arrivano nelle sue vicinanze, e paragonano la gioia che tutti sembrano esprimere alla tetraggine della gente con la quale si trovano, che gli U2 si rendono conto di cosa hanno combinato: si sono uniti a una dimostrazione antiunitaria! Sono capitati nel bel mezzo di un gruppo di arrabbiati veterocomunisti, che si riunivano per l’ultima volta per dimostrare solidarietà con i lavoratori di tutto il mondo e per protestare contro la caduta dell’Impero del Male. «Ah, questo sì che farà notizia», dice Bono. «GLI U2 ARRIVANO A BERLINO EST PER PROTESTARE CONTRO L’ABBATTIMENTO DEL MURO».

Insomma, si erano sbagliati. Ma come la mettiamo coi testi di Rattle And Hum? Se un fan degli U2 si fosse trovato casualmente a Berlino in quegli epocali giorni del 1990 e avesse visto la band sfilare in un corteo di nostalgici comunisti avrebbe probabilmente pensato che la prossima tappa dei quattro sarebbero state le statue di Marx ed Engels a Mitte e poi, magari, sarebbe andato a ritroso col pensiero a rintracciare nei testi delle canzoni ogni possibile indizio di pendenza sinistrorsa di Bono e compagni, concludendo che la loro infatuazione per la possibile dittatura del proletariato fosse sbocciata da almeno un paio d’anni. Bastava leggere tra le righe degli ultimi brani inediti che avevano inciso, quelli del successore di The Joshua Tree, appunto. Ovviamente, lì la parte critica era tutta in chiave antiamericana, visto che l’ossessione a stelle e strisce aveva accompagnato gli U2 per almeno tutta la seconda metà degli Ottanta e li aveva portati a indagare sugli aspetti buoni e meno buoni della “Land of hope and dreams”. I concetti espressi, però, potevano applicarsi anche alla vecchia Europa nel momento in cui si stava unificando – anche lei – sotto le insegne del libero mercato. E allora sì che acquistava un nuovo senso quell’«honest wage» cantato in Van Diemen’s Land e a cui, in un mondo ideale, ogni «honest man» avrebbe diritto: del resto, il principio «da ciascuno secondo le proprie possibilità a ciascuno secondo il proprio lavoro» è un caposaldo del pensiero socialista.

E se Rattle And Hum sembra un inno all’anticapitalismo lo si deve anche a Desire, primo singolo estratto e profluvio d’improperi contro il dio denaro. Nel brano è palese la critica anti USA (si parla di dollari, droga, diffusione delle armi, predicatori, promesse elettorali e «ladri di cuori agli spettacoli itineranti»), ma la domanda posta nel testo e che aleggia per tutti e tre i minuti scarsi di durata della canzone poteva essere rivolta anche al Vecchio continente che stava rinascendo a nuova vita: for love or money?

E poi c’è All Along The Watchtower, cover di Bob Dylan che gli U2 registrarono dal vivo a San Francisco nel novembre 1987 durante il concerto benefico Save The Yuppies, organizzato per raccogliere fondi in favore dei rampanti agenti di Borsa finiti col culo per terra dopo il lunedì nero di Wall Street. La canzone fu eseguita varie volte quell’anno nel The Joshua Tree Tour, forse proprio perché suonava come un’ammonizione al padronato mondiale. Nel testo, infatti, si dice anche: «Qui uomini d’affari bevono vino e altri scavano la terra». Volete vederci una critica alla moderna società capitalista? Vedetecela, perché il senso morale, etico, allegorico e politico si fondono nel quadro apocalittico di uno dei brani chiave della storia del rock e si prestano a differenti letture tra le quali si può ricomprendere – certo che sì – anche la critica al sistema economico liberista.

A metà disco, poi, gli U2 inserirono la performance di Satan and Adam, duo folk/blues ambulante che a cavallo tra anni ’80 e ’90 era una presenza fissa sui marciapiedi di Harlem, a New York. La loro Freedom For My People fu “catturata” per strada in presa live e inserita nell’album: roba da ferventi democrat, si direbbe. Anche perché il film dava a intendere che la cosa non fosse preparata e che gli U2 si trovassero a passare di lì del tutto casualmente. Ma tralasciando i discorsi sull’autenticità della messinscena, possiamo dire che l’episodio fu paradigmatico delle accuse d’ipocrisia che fioccarono sulla band dopo Rattle And Hum.

Anche il testo di God pt.II, che si elevava a sequel della ben più celebre God di un certo John Lennon, prestava il fianco al biasimo per insincerità: uno che dice «non credo alla ricchezza ma venite a vedere dove vivo» o è falso o è tremendamente a disagio col fatto che lui, a ventotto anni, sia già zeppo come un uovo mentre molti suoi coetanei non sanno nemmeno com’è fatta una busta paga. Una cosa Bono imparò all’epoca: l’arte dell’autoindulgenza, e divenne così bravo da trasformarsi in un vero e proprio acrobata della semantica. Peccato veniale, per carità, a fronte della grande musica che ci ha regalato.

Anche perché, come fai a non perdonare uno che scrive All I Want Is You, meravigliosa chiusura del disco che contiene anche l’ennesima strizzatina d’occhio – anzi, una perla che sembra riservata proprio per il gran finale – all’immaginario di sinistra. Il «from the cradle to the grave» contenuto nella prima strofa ha tutta l’aria di non essere riferito solo alle «promesse che abbiamo fatto» in vita ma anche ai laburisti inglesi. La frase, infatti, era pari pari lo slogan fondativo del Piano Beveridge, documento di ispirazione keynesiana e colonna dei moderni sistemi di Welfare State, adottato per la prima volta dal New Labour britannico nel 1945. Il principio era che lo Stato, con le politiche pubbliche, doveva accompagnare il cittadino dalla culla alla tomba, appunto.

Bene, ora però lo scherzo è finito. Gli U2, ribadiamo, socialdemoratici non lo sono mai stati; e comunisti men che meno. Progressisti, quello sì, o al limite socialisti-champagne, come si definì Bono qualche anno fa. Per conferma, chiedere dalle parti di Cupertino.

La foto in evidenza è uno scatto del famoso fotografo e regista olandese Anton Corbijn. Le altre immagini presenti in questo articolo sono estratti dal documentario “From the sky down” e dal film “Rattle And Hum”.

8 Novembre 2019
8 Novembre 2019
Leggi tutto
Precedente
Alfaboombapbeto. Intervista a Murubutu Murubutu - Alfaboombapbeto. Intervista a Murubutu
Successivo
Non puoi distruggere un algoritmo. Intervista ai Battles Battles - Non puoi distruggere un algoritmo. Intervista ai Battles

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite