Ultravixen. Beyond the valley of the italian “cantato”

Tornano dopo uno iato piuttosto importante, dato che l’esordio Avorio Erotic Movie era datato 2010. E lo fanno stravolgendo le fondamenta non soltanto di un suono ormai ben radicato nel nostro underground e di cui gli stessi Ultravixen si sono fatti messaggeri anche quando ancora non si chiamavano così (vedi alla voce Jasminshock – “sound antistatico e meccanico con una lirica isterica attraversata da una chitarra al vetriolo, visioni ciniche, no politically correct” recitavano i comunicati stampa – e Jerica’s), quanto dell’aspetto più evidente legato alla comunicazione. Il Riskio, come suggerisce il titolo stesso, è quello, grosso, di scegliere la via dell’italiano per addensare ulteriori strati di significato ad una musica diretta e senza fronzoli, ma al tempo stesso ricercata e mai canonizzata nel suo mischiare rock’n’roll a forti tinte noise-rock (se vi viene in mente Jon Spencer ci siete quasi, ma i referenti sono anche altri e spesso sorprendenti) con una linea cantautorale mai come ora pronta a emergere dal marasma sonico dell’ormai quartetto.

Dicevamo dello iato quinquennale: un tempo insieme obbligato (l’essere dispersi lungo lo stivale non è sicuramente d’aiuto per prove e registrazioni) e necessario, per focalizzare una proposta che molto ha di innovativo, se ricollegata al particolare humus da cui proviene la band, ossia l’onda lunga di quella Catania Giardino dell’Eden “alternative” di fine ’90 ben presto rivelatasi una illusione o una distorsione ottica. Uno iato che ha però anche permesso al power-trio – Alessio Edy Grasso, chitarra e voce; Jamaika Nunzio Micalizzi, basso; Carmelo Di Paola, batteria, ex Jerica’s – un ampio periodo di rodaggio per ciò che concerne una proposta sonora in sé già piuttosto efficace al tempo di Avorio Erotic Movie, quando si manifestava come una specie di “Blues suonato con nerbo noise e acidità rock’n’roll” pronto a shakerare “in parti uguali r’n’r, wave e post-punk”, ma con continue e decisive scosse di assestamento che hanno portato all’allargamento a quartetto con l’ingresso di Dario Aiello Blatta. Ultimo arrivato solo in apparenza, dato l’apporto e le numerose possibilità espressive offerte dalla seconda chitarra e dal synth che Blatta porta in dote dalle esperienze col duo electro Blatta & Inesha, e che segnano, musicalmente tanto quanto i testi in italiano lo fanno dal punto di vista dell’immediatezza comunicativa, la nuova fase della band catanese. Il Riskio è dunque un riuscito smarcarsi dai panorami “noise’n’roll” per rivendicare la forza lirica dell’italiano, pur usato in contesti “altri” e su cui spesso ci si è accapigliati, tra puristi – quante volte si è sentita l’affermazione “l’italiano non è una lingua rock”? – e “innovatori” (della serie, vogliamo criticare Massimo Volume e Bachi Da Pietra, per far due nomi?), sorta di “apocalittici vs integrati” del provincialismo rock.

Un album potente, ben miscelato tra chitarre ruvide, groove r’n’r, svisate noise e lirismo del quotidiano, a volte debitore verso aperture enfatiche e marcatamente sopra le righe che richiamano il TDO (l’accoppiata d’apertura Testa Di Morte e Acrobatici Equilibri), molto più spesso in grado di piegare la tradizione cantautoral-letteraria a forme di ibridazione notevoli, con chitarre e interplay materico (Aguzzina è al guado tra sberleffo e durezza, la semi-ballad Le Cose Più Belle, Love Is No Pain). Di Catania, della scelta dell’italiano, della nuova formazione e di altro ancora abbiamo parlato brevemente con Alessio Edy Grasso, chitarrista e cantante della band siciliana.

Cominciamo dalla questione più evidente ma credo anche più complessa. Perché il passaggio all’italiano per i testi?

Il cantato in italiano è stata una scelta che Jamaika, Carmelo e Blatta hanno condiviso con me; dopo vari dischi in lingua inglese (fra Jasminshock e UltraviXen) ho sentito il bisogno di scrivere in una lingua che mi consentisse una possibilità espressiva più ampia, più profonda. Noi ci sentiamo tanto vicini a un certo sound d’oltreoceano fatto di Shellac, Blues Explosion, ecc…, quanto al più radicale cantautorato italiano che parte da Tenco ed arriva a Samuele Bersani. Avevamo voglia di mettere insieme “ingredienti” che, almeno in Italia, secondo noi sono mixati poco e male: un sound rock d’ispirazione internazionale (fortemente East Coast) con un approccio cantautorale. Prendendo con la giusta cautela quello che dico, ci sentiamo come il primo De Gregori, che appoggiando i suoi versi su un sound di matrice chiaramente USA e “dylaniano” ha nettamente svecchiato tutto il cantautorato italiano. Ecco, noi siamo fortemente convinti che sia possibile ripetere l’impresa nel rock italiano, smarcando definitivamente le dicotomie Pelù-Rossi o Godano-Agnelli (che hanno influenzato molto del cantato rock italiano degli ultimi 30 anni) e dimostrando che uno stop & go veloce e ripetuto può stare con un testo in italiano e suonare internazionale! Siamo orgogliosi di rappresentare il ponte diretto fra Chicago e Catania.

Deviamo un momento dalla questione dei testi, perché questo “ponte” tra Chicago e Catania mi interessa e molto: mi è rimasta in testa quella “roba” della Catania come Seattle di un quindici-venti anni fa…

Catania non è mai stata Seattle, semmai un piccolo quartiere di Chicago. Dal ’95 al 2005 Catania è stata una delle città più importanti per il rock, non per quello italiano però: Fugazi, Shellac, Brainiac, June of 44, Trans Am, ecc…. tutte queste band, se dovevano scegliere una città dove suonare in Italia, sceglievano Catania, perché a metà anni ’90 gli Uzeda iniziarono a collaborare con Albini prima, e dopo con Corey di Touch & Go. Parallelamente, una ventina di “giovani” e “giovanissimi” musicisti (io avevo 16 anni) iniziava a suonare cose “diverse” dai Nirvana: nacquero band quali Jasminshock, White Tornado, 100%, Pornography, Keen Toy, Jerica’s, Plankl, Turn. Quindi possiamo dire che una manciata di ragazzi “guidati” da Agostino e Giovanna ha fatto quella Catania della quale si parla e che nulla ha a che vedere con Carmen Consoli, Denovo, Fleur, e neanche con il grandissimo Franco Battiato.

E l’eredità odierna? Alcuni amici musicisti mi hanno detto di una specie di risacca…

Oggi di “quella Catania” sono rimasti gli echi e, a parte gli Uzeda, siamo in pochi a continuare a suonare con una certa attitudine. Dieci anni di amministrazione berlusconiana (il Sindaco era il suo medico personale) hanno azzerato tutto! Hanno massacrato culturalmente una città. E poi si sa, quando le risorse scarseggiano, i poveri iniziano a lottare fra loro… ecco quindi che la frittata è fatta! Dopo anni nei quali la cosa più “nuova” erano gli UvX (e questo la dice lunga), finalmente sembra che i ventenni si stiano riavvicinando al Rock Catanese (eh eh eh), e non solo al rock. Ai nostri concerti vedo sempre più ragazzini che approdano per la prima volta a live di un certo genere. In ultima analisi, Catania era, è, e sarà sempre una città rock, perché è nel nostro mood.

Tornando alla questione principale: quello dell’italiano in ambiti “rock” – specie se rumoroso – è un terreno scivoloso. Tempo fa Succi dei Bachi Da Pietra mi disse, in merito alla questione cantato/rock/italiano, qualcosa tipo: “il cantato è nel nostro DNA culturale, noi tiriamo tutto in melodramma, esasperazione del gesto, tutto è lirica ottocentesca, sceneggiata, tripudio, fuoco d’artificio, volemosebbene, ancora oggi, a tutti i livelli

Sì, può essere un terreno scivoloso, ma quando ho fatto la scelta di cantare in italiano non ho pensato di scivolare (al massimo avrei potuto usare la tavola da snowboard!). La maggior parte delle band che fanno rock in italiano a me non piacciono, fatico a trovare qualcosa degno di nota, ma c’è: a parte il Teatro degli Orrori, Death Of Anna Karina, Fuzz Orchestra, BSBE, gli stessi Bachi, mi sembra che in Italia qualcuno sappia scrivere rock in italiano. Certo, se poi pensiamo al rock italiano mainstream, allora la situazione cambia: da Rossi a Pelù, da Godano ad Agnelli, direi che nulla di quella roba potrebbe essere esportata oltre Lugano.

C’è un certo ritorno all’italiano. Penso al giro (post)emo, dai Fine Before You Came in giù, ma anche a band come Il Teatro Degli Orrori, musicalmente più affini al vostro sound e che, prima di perdersi in deliqui eccessivamente autoreferenziali, avevano messo su un paio di album in cui una carica noise-rock sovversiva si sposava benissimo con testi tagliati su misura, senza legarsi troppo alla schiavitù della rima o dell’assonanza, e fregandosene delle metriche. Come ti sei confrontato, materialmente, con questo scoglio, per quanto riguarda la stesura dei testi?

Ho cercato di pensare a come avrebbe cantato Jon (Spencer) se fosse nato a Catania, cosa avrebbe scritto Steve (Albini) se avesse composto la sua musica sull’Etna e come avrebbe scritto Tim (Taylor) se avesse comprato la sua chitarra al negozio di Agostino. Ho cercato di fare (come ho già scritto) quello che, secondo me, ha fatto De Gregori 30 anni fa. Pensare a un modo per usare l’italiano in modo cool, yeah… senza essere troppo cool o troppo yeah… ho scritto tutto direttamente in italiano. Alcune cose velocemente, altre in mesi. La cosa più difficile non è stato scrivere in italiano (lo faccio di continuo, mi diverte molto… lo farei anche per altri), ma cantare in italiano. E’ tutta un’altra cosa. Mio figlio, che ha 3 anni, mi imita in una mia canzone, ovvero Sparami sulla spiaggia: chiudo ripetendo più volte “lo stesso, lo stesso, lo stesso”, e da come mi imita lui, sembra che io non sia italiano. Lui sente un suono cupo, crudo e (come dice lui) un po’ cattivo… ma bello.

Per concludere: quanto c’è di cinematografico nella musica degli Ultravixen? Te lo chiedo per gli ovvi rimandi russmeyeriani, per il titolo del primo disco (Avorio Erotic Movie, da un cinema porno del Pigneto romano), oltre che per l’immaginario che evocate…

Il cinema influenza molto la nostra musica. Russ Meyer riusciva ad essere dissacratorio e divertente nel contempo. Temi forti trattati con leggerezza e temi leggeri trattati con forza! Quando abbiamo scelto il nome della band abbiamo pensato proprio a questo, alla capacità di armonizzare i contrasti. Mi piacerebbe molto scrivere una colonna sonora.

2 giugno 2015
2 giugno 2015
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