Un finale riuscito a metà. “Il nome della rosa” – Parte 4

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus [La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi]. Questa è la celeberrima frase che costituisce l’explicit de Il nome della rosa di Umberto Eco e che si è rivelata una fonte inesauribile di interpretazioni. Molte infatti sono le ipotesi circa il significato di tale conclusione, essendo a tutti gli effetti la chiave di lettura dell’intero romanzo (e del suo “nome”, per l’appunto): al di là delle varie sfumature di cui è giusto che si occupino gli esperti, Eco fa riferimento alla permanenza del solo nome delle cose quando esse scompaiono nella brutalità del tempo, che porta l’essere umano a tramandare il loro ricordo attraverso il potere immortale del racconto. Basti pensare alla triste sorte del leggendario e perduto secondo libro della Poetica di Aristotele, i cui insegnamenti sulla composizione della commedia (il primo riguarda la tragedia) avrebbero dato libero accesso alle proprietà dannose della risata e del dubbio. Nella sua storia fatta di intrighi ed omicidi, lo scrittore piemontese lo ha reso un libro per cui si uccide e che, a sua volta, uccide: letteralmente, perché le sue pagine sono state intinte di un potente veleno, ennesima trappola della biblioteca del monastero in cui è ambientata la vicenda; metaforicamente, perché le sue parole, scritte da una grande autorità filosofica come Aristotele, avrebbero potuto distruggere molti dei dogmi religiosi che reggevano il potere papale nel Medioevo.

Le ultime due puntate della miniserie di Giacomo Battiato ruotano attorno al fulcro tematico dell’opera di Eco, ovvero l’importanza della verità e dell’eredità. Dopo tutta la parte centrale della serie, governata da un’insopportabile dispersione degli eventi (tale da decretare il drastico calo d’ascolti), il finale di stagione recupera la bussola e il ritmo degli interessanti primi due episodi, sebbene sia innegabile la frattura incolmabile tra le grandi ambizioni e la confusa realizzazione, tra scene intriganti ed altre mal gestite, tra ciò che è stato aggiunto e ciò che invece è proprio del romanzo. Così, per cercare di ridare un ordine al caos, non stupisce che l’episodio 7 sia interamente dedicato all’eredità scritta e orale dell’eretico Dolcino (mandato a rogo da Bernardo Gui) e che l’episodio 8 consumi tutto il suo tempo nell’entusiasmo con cui frate Guglielmo arriva a toccare con mano (protetta) il secondo libro della Poetica.

Tralasciamo i colpi di scena che hanno origine direttamente da Eco e che gli spettatori non potranno fare a meno di ammirare (anche grazie alle interpretazioni dei protagonisti). È ovvio che, ai fini della serie e della sua riuscita, i riflettori vengano puntati ossessivamente su quello che è stato pensato di nuovo. Di per sé, l’idea di un’eredità di Dolcino materializzata in inchiostro e in una figlia vendicativa (a cui, a sua volta, hanno giustiziato marito e figlia) non stona affatto con l’atmosfera del romanzo, soprattutto quando si vuole sottolineare il ruolo malvagio dell’Inquisizione; esattamente come il libro di Aristotele, anche le lettere dell’eretico sono innalzate a simbolo del libero pensiero contro qualsiasi forma di oppressione e di gabbia ideologica. Purtroppo la serie fallisce quando prima accenna all’interpretazione rivoluzionaria dell’eresia, donandogli una forte connotazione politica (quasi anacronistica), e poi la abbandona in una risoluzione poco incisiva tale da sminuire il ruolo trasversale di Greta Scarano: per tutta la serie, la sua Anna si insinua nelle pieghe del racconto di Eco come una sorta di deus ex machina, ma alla fine dei conti il personaggio non ha un peso narrativo tale da giustificare la sua presenza.

Ma cosa resterà de Il nome della rosa? L’ultima terribile immagine che ci viene proposta è l’incendio della biblioteca, in un misto tra fiamme vere e fiamme ricreate in una buffa CGI, che è talmente raffazzonata da catapultare la serie indietro di qualche decennio rispetto a ciò che lo spettatore odierno è abituato a vedere. Tuttavia, questa ultima produzione Rai Fiction ha il grande merito di aver portato in prima serata una buona parte della complessità del capolavoro di Umberto Eco: oltre ad aver fatto tornare il libro all’interno delle classifiche dei più venduti nelle librerie, la serie contiene numerosi interrogativi di grande attualità che spingono piacevolmente alla riflessione. Siamo lontani dai magnifici risultati de L’amica geniale, ma Il nome della rosa merita comunque una visione completa (preferibilmente in lingua originale), giusto per apprezzarne la commovente conclusione, il grande lavoro degli interpreti principali e quello degli scenografi che hanno ricostruito da zero gli interni della sontuosa abbazia delle Alpi piemontesi.

31 Marzo 2019
31 Marzo 2019
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