Un naif controcorrente

Un’estetica naif in un personaggio assolutamente sopra le righe. Una carriera ormai più che decennale, costruita passo dopo passo con oculatezza, tra album e provocazioni assortite, dal pop lo-fi dei Moldy Peaches con Kimya Dawson a fine 90 all’oggi cantautorale: la somma delle parti si assembla nel musicista e nell’uomo Adam Green, quasi trentenne semiserio da New York City, pittore, scultore nonché appassionato di comics. Uno sempre inquieto e mai domo, un passo avanti anche rispetto a se stesso. SA l’ha incontrato per un’intervista abbastanza rivelatoria …due dita sotto il consueto understatement.

Un amore sofferto e una catarsi

Un album, il sesto da solista, a inizio 2010, Minor Love (SA#64) su Rough Trade lo ha confermato songwriter a tutto tondo, questa volta con un disco compatto, adeguato finalmente alle sue effettive capacità espressive. Eppure chi l’avrebbe mai detto che la quadratura del cerchio fosse in realtà partita da una profonda crisi sentimentale e personale, e nel più classico dei pretesti poetici. Fallito nel 2008 il matrimonio, durato pochi mesi, con Loribeth Capella nasce l’idea di un break-up album come "disfunzione romantica".

"A fine 2008 mi sono quindi trasferito viaggiando in macchina sulla West Coast, perché volevo lasciarmi indietro tutto. E’ stato molto liberatorio, mi sono sentito di nuovo un diciannovenne”. È qui che si pongono le basi per la nuova vita di Green che sfoga rabbia e disillusione in un blog (thelakeroom.com) descritto autoironicamente come “a fatalistic blog of disappointment and doom where nothing lasts” (“era un esorcismo quello in realtà” – conferma) e comincia a scrivere il disco, sempre però con uno sguardo rivolto all’esterno di se stesso: “Ho passato un anno terribile e questo mi è stato di ispirazione per i nuovi pezzi. Ma mi considero sempre e soprattutto un entertainer, oltre che un songwriter, e le due figure lottano sempre tra loro… e in virtù di questo, mi proteggo dal riversare i miei problemi sulla gente. Il disco non è un problema e il divertimento è sempre e comunque essenziale!”

Il rifiuto della figura del cantautore confessionale (come da copione e perciò tremendamente vero) è il sunto di una vena personale sopra decenni di musica americana, qui dalle connotazioni piuttosto classiche: i numi tutelari Lou Reed, Leonard Cohen,Burt Bacharach, Jonathan Richman, sfiorando persino il Beck soul funk, il country lo psych, e come poteva non mancare il crooning di marca Scott Walker? La scrittura è sicura e coesa, in altre parole finalmente matura rispetto alle incertezze del passato. È cambiata l’attitudine.

Minor Love viene registrato a Los Angeles presso il produttore e musicista Noah Georgeson (del giro di Devendra Banhart); “l’album è stato realizzato velocemente in 4/5 setttimane; sono partito da una tastiera Casio e ho finito per suonare quasi tutti gli strumenti, batteria compresa, strumento che non padroneggio benissimo ma il cui risultato qui mi piace e che non suonavo dal primo disco. Quando si incide così velocemente, c’è sempre in genere un feeling particolare. Avevo voglia di isolamento e di musica folk malinconica, il periodo era abbastanza triste, una sorta di ‘lost weekend’ per me, e non sono sorpreso che il tutto suoni in questo modo”. Oltre a Georgeson, l’album vede anche la collaborazione di altri musicisti, come il fratello Joel, Joe Steinbrick, Greg Rogove (Megapuss) e Rodrigo Amarante (Little Joy), Barry Goldberg (Bob Dylan band). “Rodrigo si trovava in città per suonare al Coachella e l’abbiamo coinvolto, non avevo idea che fosse un bassista così fantastico, ha fatto un sacco di aggiunte a cui non avrei mai pensato. Sapeva sempre quando un pezzo era finito o necessitava ancora di qualcosa”.

Canzoni dirette e concise, senza particolari fronzoli, con i consueti testi immaginifici e i giochi di parole, qui pervasi maggiormente, va da sé, da una depressione esorcizzante e da un misto di fatalismo e spiragli di ottimismo; il peso del ricordo amoroso ancora vivo da non lasciare spazio assolutamente ad altro (Non è un giorno adatto questo per chiamarmi/perché non posso mostrare alcuna comprensione/i miei sentimenti non li capisco del tutto/e quando parlo con te non sono realmente lì, da Buddy Bradley), ma si capisce che in fondo sotto sotto c’è anche il solito Green autoreferenziale e gattone, quando si fa caso al fatto che Buddy Bradley è un personaggio del comic book Hate di Peter Bagge, uno slacker nella Seattle del grunge; “Buddy è totalmente alienato, quasi come un Charlie Brown, da ragazzo mi identificavo talmente con lui che ho lasciato la scuola a NY e mi sono trasferito a Seattle, ecco perché il personaggio è diventato un riferimento culturale. Credo che molti si siano identificati con lui, ed è fantastico prendere un personaggio semioscuro e portarlo ad un pubblico più ampio: pensa a quando Kurt Cobain indossava una t-sirt di Daniel Johnston o parlava delle Raincoats nelle sue interviste!”. Il crooner del passato riaffiora qua e là (Cigarette Burns Forever, Give Them A Token) insieme a un’estetica da Perfect Day Lou Reed-iana (l’essenziale What Makes Him Act So Bad sembra addirittura uscita da uno dei primi album dell’ex-Velvet Underground, omaggio doveroso ad uno dei suoi miti).

Nell’album troviamo, anche se attenuato in un certo senso, l’aspetto cartoonistico del Nostro, quel suo essere profondamente naif e insieme sarcastico che ha sempre fatto il “personaggio” Adam Green, quello che si scrive una press semiseria per Minor Love ("Adam Green è una famosa celebrità Americana…da New York City. All’inizio della sua carriera si trasferì in Germania per chiedere asilo politico, dalla persecuzione del suo talento…" e così via delirando), quello che si capisce che adora i fumetti e li ha traslati nei suoi quadri e sculture (e infatti ci conferma che: “ sono essenzialmente ispirati ai cartoon, volevo essere fortemente un cartoonist da ragazzo, per me Picasso lo è, così come James Ensor e Van Gogh”). Alcuni esempi dei suoi lavori si possono vedere in due dei quattro video surreali realizzati per l’ultimo album da Dima Dubson, Breaking Locks e Give Them A Token, dove si coglie al meglio il mix tra musica e cartoon e che ci ha ricordato gli analoghi disegni e fumetti di Daniel Johnston, non a caso citato da lui prima, e tutto torna.

Back to basics

Un percorso quello di Adam Green costruito con intelligenza, che a posteriori riflette un cammino obbligato ma neanche troppo per certi versi, visto che avrebbe potuto, dopo gli esordi con i Moldy Peaches, prendere qualsiasi altra direzione. Un’attività musicale cominciata precocemente, a soli 13 anni nel 1994, quando a NY conosce in un negozio di dischi la ventenne Kimya Dawson e da lì il destino è segnato. Entra così nel giro anti-folk e comincia a collaborare con lei. Seguono le prime autoproduzioni del gruppo  e il loro esordio, Moldy Peaches del 2001 su Rough Trade: lo-fi pop e folk-punk, sulla scia dei Beat Happening, per una band rimasta in ambito indie che termina l’attività nel 2003, quando Green e Dawson si dedicano alle proprie carriere soliste. Ironia della sorte, i Moldy Peaches raggiungono la notorietà internazionale solo a fine 2007, quando il film indipendente Juno (di Jason Reitman e sceneggiato da Diablo Cody) esplode e porta alla luce nella colonna sonora anch’essa di successo, oltre a pezzi solistici dei due ex-Moldy, anche la Anyone Else But You del gruppo, sorta di leit motiv della pellicola. Giustamente Green oggi è stufo di parlare di Juno e della notorietà indotta, visto che poi sia lui che Kimya avevano continuato le loro carriere, ed è comprensibile. Così infatti parafrasa la vicenda nella sua press semiseria per Minor Love: “Mentre viveva nella Germania Est, gli fu offerto il ruolo di coprotagonista nel film Juno, che vinse il Grammy e diventò disco di platino”.

La carriera solista di Green, dopo un discreto esordio, Garfield (2002) prende il largo con il successivo Friends Of Mine (2003), album di cantautorato ancora legato ai suoi modelli (Bob Dylan, Leonard Cohen, Lou Reed) ma che comincia a mostrare personalità. Il singolo Jessica lo fa conoscere a un più largo pubblico, con una parodia feroce dedicata alla teen music star Jessica Simpson (dove è andato il tuo amore/non è nella tua musica, no/hai bisogno di una vacanza…/con il sorriso falso che ti ritrovi…). Gemstones (2005) prosegue su questa scia di songwriting sarcastico e semiserio (Carolina, she’s from Texas/red bricks drop from her vagina/Carolina) e l’anno dopo tocca a Jacket Full of Danger (sempre su Rough Trade), ancora una carrellata che include questa volta anche omaggi a Randy Newman oltre ai soliti noti.

Il rischio che correva il buon Green in questi primi album era quello, sempre dietro l’angolo, di esagerare e rimanere impigliato in un cliché, dove l’attitudine parodistica finisse con il prendere il sopravvento sulla musica o che si perdesse in qualche modo l’unità stilistica di ogni album. Cosa quest’ultima successagli nel 2008 con Six And Sevens, sorta di pasticciato melange di ispirazione soul gospel che ha rappresentato una caduta nella sua discografia. Il 2008 è stato anno critico poi come si diceva, e che ha visto alla fine una svolta radicale e una rinascita totale che lo ha portato all’oggi. Una fenice totalmente risorta dalle sue ceneri.

Un tour in Europa, dove paradossalmente ha un seguito maggiore che in patria, soprattutto in Germania, lo ha portato a fine febbraio anche in Italia.

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