Un urlo stridente e prolungato

L’intelligenza applicata ai suoni ed al silenzio”. Questa la definizione di musica che Xabier Iriondo affidava ad una intervista di una decina di anni fa.

E di intelligenza applicata a suono e silenzio (ma non solo, questa volta)  ce n’è in abbondanza in Irrintzi, il primo lavoro lungo a suo nome pubblicato dal musicista italiano. Dopo le prime avvisaglie affidate al volume conclusivo della Phonometak Series – un lato e due pezzi in completa solitudine nello split 10” condiviso con un altro personaggio interessante e già arrivato al debutto lungo, come Paolo Cantù a.k.a. Makhno – Iriondo affida ad una strepitosa edizione vinilica intitolata programmaticamente Irrintzi, la sua personale weltannschaung. Ciò a culmine di un percorso ondivago lungo un ventennio in cui il nostro ha dispensato il suo sapere chitarristico e compositivo a destra e a manca, alternandosi tra composizione e improvvisazione, rock e avanguardia e passando con nonchalance da Afterhours a Six Minute War Madness, da A Short Apnea a Tasaday, da ?alos a Gianni Mimmo, da Gianni Gebbia Stefano Giust e Shipwreck Bag Show. Come a dire, un bello spaccato dell’ala più ardita, avventurosa e sperimentale dell’underground italiano.

In Irrintzi le anime che hanno contraddistinto l’operato di Iriondo trovano una loro fusione. Molto rock tradizionale rivisto in chiave personale – le cover di Motorhead, Springsteen e del Lennon in solo – e altrettanta volontà di rottura, di superamento dei confini nel tentativo di riscrivere la tradizione del rock. Il tutto ammantato da una sorta di autobiografia su pentagramma in cui confluisce la storia personale del musicista italo-basco e quella collettiva del suo/nostro tempo. La sua visione ideologico-esistenziale, diremmo, se non si corresse il rischio di sembrare anacronistici.

Un lavoro che è quasi impossibile non definire politico, nella sua accezione più ampia e totalizzante. Un disco che è summa definitiva dei vari input, in cui convivono poetica della resistenza – individuale prima che collettiva, come detto –, infrazione della norma (non solo musicale), coesistenza su piani sempre più ossimorici (underground vs mainstream; canzone vs destrutturazione; tradizione vs rottura della stessa), a dimostrazione di un animo mai domo.

Sembra quasi volersi mettere a nudo, Iriondo. Un po’ come nella doppia/tripla identità messa su cover dall’affascinante dipinto di Valentina Chiappini, che mostra un Iriondo uno e trino, senza presunzione o velleità da divinità di quart’ordine. Quanto con la voglia di mettere sin da subito in chiaro i punti cardinali, citati sopra, attraverso i quali si svolge l’intero percorso interno a Irrintzi e che, a ben vedere, è rintracciabile in tutta la carriera di Iriondo.

Un lavoro che rende giustizia allo spessore dell’uomo prima ancora che dell’artista in senso stretto; che ne fornisce alcune chiavi interpretative e ne mostra altre tutte da scoprire; che dice molto ma nello stesso tempo lascia molto al non detto; che indaga nel retroterra culturale a tutto tondo (musicale, politico, ideologico, ecc.) fornendo lo spunto per approfondire lo sguardo su uno dei personaggi più criptici del panorama italiano. Abbiamo scambiato due parole via mail con Xabier in uno dei pochi momenti di pausa tra i suoi molti impegni. Quello che segue è quanto è emerso dall’intervista.

Nel momento in cui rientri negli Afterhours, te ne esci col primo disco solista dopo una serie di lavori con praticamente tutta la scena italiana. Non hai mai sentito prima l’esigenza di un lavoro in solo? E, se posso chiedertelo, perché proprio ora?

Ho iniziato a lavorare a quello che poi e’ diventato Irrintzi circa cinque anni fa affinando sempre meglio l’idea ed il concetto che volevo centrare: fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, un oggetto artistico in edizione limitata contenente musica ed elementi grafici legato a me, al mio vissuto, alle mie passioni. Volevo immaginarlo concettualmente in solitudine e realizzarlo con l’aiuto specifico di alcuni amici artisti che ritenevo adatti a completare il quadro (sotto il profilo grafico e sonoro).

Padania e Irrintzi sono due dischi “politici” a mio modo di vedere, seppure ognuno a suo modo. Itziar En Semea, Gernika Eta Bermeo oltre che Gente Per Bene dicono di un profondo impegno civile, di una volontà di non dimenticare e insieme di una rivendicazione ideologica. Mi sbaglio?

Padania ed Irrintzi sono due dischi politici perché danno un preciso punto di vista e non si limitano a narrare vicende più o meno comuni o comunque conosciute ai più.
Itziar en Semea (una folk song tradizionale basca, il cui testo è di Telesforo Monzon) narra una vicenda legata al rapporto tra una madre ed il figlio, prigioniero politico basco, torturato in carcere. Gernika eta Bermeo è il racconto dell’esperienza vissuta da mio padre nei giorni successivi al bombardamento di Gernika. Gente per Bene parla di un uomo emarginato dalla “società per bene”.
Tre brani stilisticamente e musicalmente molto diversi ma con un minimo comune denominatore: per l’appunto l’Irrintzi, un grido che si erge sopra a tutto come denuncia e moto di sollevamento, come nel testo della title-track stessa: “L’irrintzi si alza nel mare / L’irrintzi si alza nei monti / L’irrintzi si alza nel villaggio / I bambini gridano l’irrintzi / grida l’irrintzi anche tu”.

Un doppio Iriondo, sembra suggerire la bellissima copertina: tu e il tuo alter ego, se ne hai uno, tradizione e innovazione, storia della musica e rottura, passato e futuro…

Più che un doppio, una trinità! La copertina di Valentina Chiappini rappresenta il mio viso realizzato con occhi non miei (il sinistro è di mio padre e il destro è di mio fratello). Tre Iriondo condensati in un dipinto sdoppiato nel quale b/n e colore si affrontano e si completano. Amo la storia da sempre e, naturalmente, amo la storia della mia famiglia (che racconto in questo album) con i suoi lutti e le sue trasformazioni. Amo la musica tradizionale e la decostruzione sonora, i momenti minimali ed orge timbriche che rasentano la cacofonia. Amo molte cose ed i contrari delle stesse.

Ho l’impressione che la rievocazione della tua tradizione “lontana”, delle tue origini (non solo geografiche, non solo culturali) conti come la tua naturale tendenza al superamento dei confini musicali di genere…

I generi non mi interessano come compositore e musicista, sono per quelli che si accontentano, per quelli che si fanno cullare dal dolce ron-ron delle melodie preconfezionate o dai ritmi studiati a tavolino per far muovere bassoventre e gambe. Sono invece interessato ai metalinguaggi ed alle loro tensioni.

Quanta progettualità c’è nei tuoi brani e quanto di improvvisazione?

50% a testa. Mi piace molto organizzare ma anche destrutturare e distruggere, sia sotto il profilo sonoro (le frequenze, l’intensità, le dinamiche, etc.) sia sotto quello musicale (ritmi, melodie, armonie, arrangiamenti, etc). Trovo gioco e bellezza nel poter lavorare su un motivetto pop con un suono malato, quanto nel catturare un suono concreto nella natura o in una metropoli. Mi interessa fare rock’n’roll con suoni più o meno tradizionali, quanto lavorare su dei metalinguaggi che trascendono i generi.

Hai partecipato, tanto per rimanere a questi ultimi mesi, anche all’ultimo ?alos e ai Mistaking Monks, per non parlare del resto della tua discografia. Quale è la tua idea sul panorama italiano?

Il panorama musicale italiano è in movimento verso direzioni completamente diverse. Da una parte si moltiplicano e accalcano realtà di sfoggio derivativo (alcune talentuose, la maggior parte no), dall’altra si approfondiscono linguaggi e metodi compositivi, con i suoni e con la parola.

Il Sound Metak è stato un buon punto d’osservazione?

Sound Metak è stato innanzitutto un luogo d’incontro. Una sorta di laboratorio nel quale si potevano incontrare cose realmente diverse ed allo stesso tempo vicine, dai 78 giri argentini originali di Carlos Gardel ai dischi della Table of the Elements e di numerose realtà indipendenti italiane ed internazionali, da cordofoni di inizio ‘900 a pedali auto costruiti per chitarra elettrica. E il sabato sera performances musicali gratuite (dal cantautorato al free-jazz), danza butoh, videoinstallazioni, etc. Un buon punto d’osservazione perché mi ha dato la possibilità di toccare con mano quello che stava accadendo a Milano (e non solo) in ambito artistico.

È ormai leggendaria la tua capacità nel creare strumenti. Ti senti più artista o artigiano? Esiste, se possibile, una differenza tra le due?

Sento di poter dire che mi sento entrambe le cose. Amo inventare nuovi strumenti e sonorità ed organizzarle in modo compiuto, secondo il mio gusto.

Ho molto apprezzato la scelta, ideologica e musicale, operata su Gernika. Credo condensi in maniera definitiva il messaggio, se esiste, di Irrintzi…

Gernika riassume in modo “minimale” lo spirito ed il messaggio di Irrintzi. La tradizione, e cioè il racconto drammatico di un uomo che narra una vicenda tra le più spaventose del ‘900, il primo bombardamento a tappeto della storia militare. Un esperimento svolto dai nazisti, alleati di Franco, per vedere come e quanto si poteva piegare un popolo annientando (nel senso letterale del termine) un paese e la sua popolazione. L’innovazione, e cioè l’uso di uno strumento musicale (da me inventato) che crea una texture da profondo monocordo (bordone) dandomi allo stesso tempo la possibilità di intervenire sulla sintesi timbrica attraverso il fuzz e l’oscillatore montati sullo strumento stesso.

8 Ottobre 2012
8 Ottobre 2012
Leggi tutto
Precedente
Da Londra con amore The Vaccines - Da Londra con amore
Successivo
Let it come down, We Spiritualized Spiritualized - Let it come down, We Spiritualized

Altre notizie suggerite