Una giornata con Amanda Palmer

Incontriamo Amanda Palmer di passaggio a Milano per le battute finali del tour di Theatre Is Evil, il suo disco del 2012, ma anche a ridosso della pubblicazione del nuovo An Evening With Neil Gaiman & Amanda Palmer, un triplo album che testimonia un ciclo di serate ancora in corso tenuto insieme al suo celebre marito, tra letture, canzoni nuove, duetti dal tono confidenziale.

La cantante, dopo la fine dei Dresden Dolls (l’altra metà del duo, Brian Viglione, è entrato a luglio nientemeno che nei Violent Femmes), ha intrapreso una carriera solista fatta di album veri e propri (Who Killed Amanda Palmer?, 2008), live con brani nuovi (Amanda Goes Down Under, 2011), EP più o meno giocosi (uno dedicato a cover estemporanee dei Velvet Underground, l’altro composto di hit dei Radiohead suonate all’ukulele) e il progetto Evelyn Evelyn tra musica teatro e fumetto. Una carriera caratterizzata sempre da una personalità artistica netta e originale (pregio non da poco e non così diffuso), che negli ultimi anni si è mossa per vie indipendenti dopo la rottura con la Roadrunner Records, grazie all’ampio sostegno dei fan attraverso il sito di raccolta fondi Kickstarter.

L’intervista è un’occasione – nonostante il soundcheck incombente ci abbia costretti a lasciare fuori qualche tema – per guardare al passato (le influenze musicali, l’ultimo album), al presente (il dibattito via web su donne e spettacolo, cui ha contribuito con un bel post sul suo blog) e al futuro (quello immediato del nuovo disco, ma anche oltre).

Iniziamo dal nuovo album, una raccolta di poesie, duetti, e soprattutto canzoni. È un  disco nuovo a tutti gli effetti, non il tipico live da greatest hits. Cosa puoi dirci della scelta di pubblicare i brani in questa forma e, in generale, del disco?

Ne sono molto contenta (ride). E’ diverso da un disco nuovo da studio, è tutto dal vivo, e le canzoni che ho messo dentro sono perfette perché non sarebbero state bene su nessun disco canonico; sono davvero canzoni live, canzoni buffe, canzoni intese per essere suonate davanti alle persone. Perciò è bello avere finalmente un luogo in cui metterle.

Nel disco hai lasciato anche gli errori..

Sì, qualcuno…

Si sente una certa differenza tra An Evening… e il precedente Theatre Is Evil, che avevi fatto con la Grand Theft Orchestra e nel quale era presente, almeno in alcune canzoni, una spinta più rock rispetto al solito. È un episodio isolato o costituisce una nuova direzione musicale che hai intrapreso?

Ma no, guarda: in realtà non era programmato. Ho scritto queste canzoni nell’arco di vari anni e, ascoltandole, mi è apparso ovvio che, ad esempio The Killing Type, Want It Back, Lost, suonassero come canzoni che richiedevano un gruppo. Così l’ho preso. Non ho deciso prima di prendere un gruppo, mettendomi poi a scrivere canzoni per una band.

In queste nuove canzoni (ma in particolare in quelle del disco precedente), accanto alle tue classiche tematiche, sembra di cogliere un’attenzione per il tema delle città: parli di Berlino, della tua città natale, dell’amore per la vita nelle metropoli…

C’è un piccolo fraintendimento: Massachusetts Avenue, che è una canzone su un posto specifico, parla di odio nei confronti di quel posto, di quella strada (ride). Mentre Berlin in realtà non parla della città, ma della persona: era il mio nome d’arte quando ero una spogliarellista, quindi è più una canzone su uno strip-club, in particolare di Boston. Non ha nulla a che vedere con Berlino. 

Un po’ come Lou Reed, che intitolò Berlin un disco che in realtà parla di una storia d’amore… a proposito, come hai vissuto la morte dell’ex Velvet Underground?

Ho letto le storie di tanti altri al riguardo e ho scritto anche un post sul mio blog. Sono stata molto toccata da ciò che ha scritto Laurie Anderson su Rolling Stone, l’ho trovato veramente bello. Sono una sua fan da tanto tempo, almeno da quanto lo sono di Lou Reed, e ho trovato veramente toccante e illuminato il suo approccio verso la relazione che aveva con Lou: non sentimentale o romantico, ma molto puro. Suoniamo una canzone di Lou Reed a ogni data, per rendere omaggio.

Lou Reed è stato una delle tue, non vorrei usare la parola, “influenze”… (nel nuovo disco, a un certo punto, ci scherza su, ndSA)?

Oh no, usala pure! È stato effettivamente una forte influenza. Ho iniziato ad ascoltare i Velvet Underground quando avevo 14-15 anni, poi ho preso Berlin, New York, poi tutti i VU. Lì per lì non ti rendi conto che una certa cosa ti sta influenzando, hai bisogno di guardare indietro e dire “ah, ecco, questo probabilmente mi ha condotto lì e là” e rimetti insieme i pezzi. Comunque Lou Reed è stato un ingrediente fondamentale per me. Ho anche scritto una canzone sul primo disco solista, Blake Says, che cita canzoni da Berlin: Blake Says come Caroline Says e tutto il filone “says” di Lou Reed. Quella canzone è una sorta di omaggio diretto a lui.

Ho letto il tuo post sulle performer femminili e sulla questione Miley Cyrus e Sinead O’Connor e l’ho trovato molto interessante, perché in effetti, a volte, certo femminismo, pur nella giustezza delle sue battaglie, può rischiare di cadere nel moralismo (come peraltro sostengono alcune tra le stesse femministe). Mi è sembrato che anche tu abbia detto questo, di fare attenzione a non prendere quella piega…

Sì. Penso che se vuoi dare alle donne maggior potere, devi concedere loro più opportunità, non meno, e tra queste anche l’opportunità di esplorare. Nel caso di Miley Cyrus, sarà anche “prostituzione” o quello che vuoi, ma il campo deve includere ogni possibilità. Per questo non ero d’accordo con Sinead O’Connor, che voleva escludere alcune possibilità: io invece credo che si debba ampliarle ed educare.

Credi che, forse, il suo essere irlandese…?

Forse… (ride). Credo tuttavia che siano state più le sue esperienze personali. Sinead O’Connor è sì irlandese, ma da un’irlandese non ti aspetti, per esempio, che vada al Saturday Night Live a stracciare una foto del Papa.

Ma forse è irlandese in un modo particolare…

È una persona molto fiera.

Intendevo dire che forse le sue origini hanno influito, nel senso che se cresci in un paese molto cattolico, a un certo punto per reazione puoi arrivare a fare un gesto come quello…

Sì, esatto. Comunque, ciò che posso dire è che tutta questa storia ha portato molte persone in più a parlare di femminismo: sentivo che negli ultimi anni eravamo tornati indietro, in molti ambiti, ora è il momento di un cambiamento in direzione positiva.

Ho visto che sul tuo piano c’è scritto il nome di Kurt Weill, un musicista che nomini fin dai tuoi inizi con i Dresden Dolls: è ancora presente, in qualche modo, nelle tue nuove canzoni?

Direi proprio di sì. Nel nuovo disco, ad esempio, c’è in canzoni come Berlin, che hanno un’aria di dark cabaret. Vedi, anche quando Kurt Weill non è presente come influenza musicale, lui, Hanns Eisler e Brecht lo sono a livello psicologico. Erano punk (ride).

Beh sì, immagino che scrivere una canzone d’amore come Tango Ballad, la storia tra una prostituta e il suo protettore, a suo modo lo sia, in effetti. Cambiando discorso, potrebbe suonare sciocco chiederti delle tue future direzioni musicali nel momento in cui stai per pubblicare un nuovo disco; ma An Evening… è stato registrato circa un anno fa, se non sbaglio: stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto per mettermi a scrivere un libro, questo è il mio prossimo progetto creativo. Poi voglio scrivere un’opera teatrale. Dopo, probabilmente, tornerò a questo tipo di cose. Vedi, sono su questo disco e queste canzoni da due anni, ora è finita: siamo al terzultimo concerto dell’intera tournée.

Però le canzoni arrivano, di solito, per conto loro, le idee vengono anche se decidi di dedicarti ad altro: stanno arrivando?

Sì, arrivano ogni giorno, ma le lascio andare via. Ho imparato a lasciarle andare molto tempo fa. Una volta mi facevano soffrire, mi lasciavano tagli metaforici su tutto il corpo, se non le finivo. Ora le lascio semplicemente andare. Se ne arriva una proprio buona registro l’idea, ma tanto non ci torno mai su, dunque…

Erano davvero buone?

Sì, lascio andare buone idee in continuazione, saperlo fare è un’abilità.

Magari se erano davvero buone poi tornano…

No, non tornano mai. Ma va bene così.

La sera, il concerto parte confermando quanto detto nell’intervista: dopo un breve set a base di ukulele e pedali di Jherek Bischoff, bassista della Grand Theft Orchestra, salgono sul palco gli altri due musicisti e si parte a pieno regime col set della Palmer. Il trio, dall’aspetto piuttosto composito (il batterista Michael McQuilken è un hippy, il chitarrista Chad Raines sembra uscito dal film Velvet Goldmine, e poi c’è l’elegantone Bischoff), suona a piena potenza le prime canzoni del disco e, aiutato occasionalmente dal pianoforte della cantante, lascia presupporre una serata all’insegna dell’aspetto più energico della poetica palmeriana, qui dalle parti di un glam rock particolarmente sfacciato (a partire dai fuseau dorati della musicista). E se la cover di Smells Like Teen Spirit, filologica nell’arrangiamento ma che mette in mostra le notevoli qualità vocali della Palmer (per niente smentite dalle 2-3 sbavature, peraltro prevedibili visto lo slancio), sembra rafforzare l’impressione, subito dopo arriva la brusca frenata di Missed Me, dal repertorio dei DD, le cui cadenze weilliane segnano un netto cambio d’atmosfera.

Da qui in avanti, infatti, il concerto abbandona il monolite glam-rock-punk iniziale, per vagare tra le varie anime della cantante. Da una parte torna il rock con Want It Back, con l’altro ripescaggio DD di una frenetica ed esplosiva Girl Anachronism e con la seconda esecuzione della suddetta cover dei Nirvana (su cui torneremo) – durante la quale Amanda indossa un mantello-lenzuolo di svariati metri quadrati col quale si butta nel pubblico facendosi portare un po’ in giro sulle mani degli spettatori. Dall’altra c’è spazio per l’annunciato omaggio a Lou Reed con una sommessa Walk On The Wild Side, per esempio, o per l’ukulele con cui suona Map Of Tasmania sostenuta dai cori di un pubblico attento (oltre che abbastanza numeroso): di quest’ultima dice che“non la suonano per radio”, e a vedere il video si capisce se non altro perché non passi in TV. Un airplay maggiore però lo meriterebbero le notevoli ballad The Bed Song e Bottom Feeder (prima della quale, nel clima generale di scherzo, ci scappa un accenno al tema di Twin Peaks), che potrebbero ottenere anche buoni riscontri. E a proposito di intimismo, dopo una serata certo diversa dall’aria confidenziale dell’album imminente ma nella quale la Nostra non manca di dialogare col pubblico, l’ultimo bis è una intensa e raccolta cover di Hallelujah, (testo della seconda versione, quella riletta da John CaleJeff Buckley), a conferma della nota, efficace, vocazione per le cover.

Alle 22:30 circa il concerto finisce: del resto il Factory prevede una serata danzante (che notoriamente porta maggiori incassi), dunque stop. Ci sono, tuttavia, un paio di epiloghi. 

Il primo è opera di una ragazza livornese venuta con il suo ukulele per farselo autografare che, nell’attesa della cantante, si mette a suonare un po’ di sue canzoni coinvolgendo un altro fan attrezzato con lo stesso strumento e armato delle stesse intenzioni. Quando la Palmer arriva, i due sono passati a suonare Anyone Else But You dei Moldy Peaches, la cantante li sente, si avvicina, poi chiede in prestito lo strumento e, arrampicata su una transenna, regala un piccolo aftershow eseguendo Creep (perché oltre a dedicare allo strumento una notevole Ukulele Anthem, oltre a musicarci i “tweet più divertenti dell’anno” agli Shorty Awards, lo ha usato anche per registrare il suddetto EP di cover dei Radiohead), con tanto di coinvolgimento nei ritornelli dei fan presenti.

Il secondo è, al momento dei saluti, un’ultima domanda: 

Perché avete eseguito due volte Smells Like Teen Spirit?

E’ una cosa di Chad, il chitarrista: lui ha il potere, durante i concerti, di suonare quella canzone quando vuole. Certe volte lo fa tre o quattro volte volte in una serata.

Si chiude così una giornata che tra sfacciataggine e intimismo, ukulele e piano, coscienza femminista e humor, Weill e Cobain, ci ha mostrato tutti i volti di un’artista in forma, sostenuta da un seguito solido e senza hype che – vedi il suddetto successo del fundraising, ma anche la buona affluenza di stasera – continua a premiare le sue scelte di indipendenza. Parafrasando il titolo del suo primo album solista, che riprendeva la celebre tag-line della sunnominata Twin Peaks: e chi l’ammazza Amanda Palmer?

3 Gennaio 2014
3 Gennaio 2014
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