Vampiri a Portland

A Portland non son mai stato, ma dovendo immaginarmela sulla base di una ricostruzione pop mutuata da una ferrea dieta di serial televisivi la penso come il punto d’incontro fra la coolness metropolitana di Portlandia e la periferia magica di Grimm. Un mix di mistero e arruffamento indie, che oggi è perfettamente incarnato dal duo con il moniker più curioso in circolazione. Pare che Urban Dictionary definisca la voce “wampire” come “un aspirante vampiro“. Più banalmente, il nome del progetto nasce da una storpiatura, un souvenir dei soggiorni tedeschi di Rocky Tinder, la metà del gruppo più compromessa con l’immaginario dark.

Se la cosa può sembrarvi senza senso, aspettate di ascoltare il loro singolo The Hearse, macabro synth pop in salsa lo-fi con vezzi da soundtrack retrofuturista e svolazzi garage. Una cosetta camp che si è subito guadagnata paragoni con l’electro-pop espressionista e teatrale di John Maus. È bastato questo a catapultare il duo americano fra le “band to watch” di questo primo scorcio di 2013.

“Alla buon’ora!”, verrebbe da dire, visto che il progetto non è certo alle prime mosse. “Abbiamo iniziato a provare nel 2001”, ricordano Tinder (il tipo con l’aria da goth andato a male) e Eric Phipps (quello che sembra uscito dalla puntata più grottesca di That 70s Show). Di fatto, però, all’inizio del millennio i due erano solo dei diciottenni con le idee confuse e una strumentazione vintage raccattata chissà dove. Le cose iniziano a farsi serie (per così dire) nel 2007, quando i Wampire si affermano fra i protagonisti della “party scene” di Portland. La loro gavetta inizia così: “All’inizio eravamo solo noi due che cazzeggiavamo e scrivevamo canzoni solo per eseguirle in situazioni divertenti, come quelle degli house show. Suonavamo in un angolo all’interno di appartamenti stipati fino all’inverosimile”.

La vicenda degli house show gode di un picco di popolarità proprio fra il 2007 e il 2009. In pratica funziona così: arrivi con la tua strumentazione di fortuna, ti scoli qualche birra e inizi a suonare nel modo più rumoroso e istantaneamente appetibile che puoi, perché c’è da far (s)ballare un mucchio di teenager su di giri, possibilmente stando attento che non ti vomitino addosso. Soundcheck e qualità del suono, ovviamente, sono concetti estranei. È così, tuttavia, che il nome del gruppo inizia a circolare con insistenza. “Per noi, portare un impianto, le chitarre e vedere tutti che ballavano come pazzi era l’ideale. È durato circa un paio di anni, dopodiché sentivamo il bisogno di fare qualcosa di diverso e di più personale”. Eccoli allora ricalibrare il loro sound in una peculiare mistura di rock, elettronica lo-fi ed estetica DIY. Una formula che stanno perfezionando ancora adesso e nella quale convergono elementi da ogni angolo dell’immaginario pop: “L’organo horrorifico di The Harse? È qualcosa che è arrivato negli ultimi giorni di registrazione. Di solito pensiamo alla polpa dei brani, dopodiché aggiungiamo elementi e lasciamo che i pezzi si sviluppino di fronte a noi”.

In questo caso l’intuizione è stata vincente. Dopo averlo ascoltato, quelli della Polyvinyl si sono decisi a pubblicare il primo album della band, mettendo fine ad una serie sfortunata di tentativi che, ad un certo punto, sembravano dover minare il contagioso ottimismo di cui i due dispongono. Per la verità, parte del merito è da attribuirsi a Jacob Portrait degli Unknown Mortal Orchestra. L’illustre concittadino li ha presi sotto la sua ala, ha sfrondato gli elementi più pittoreschi e li ha benedetti con alcuni dei suoi consigli più preziosi (“il migliore”, dicono, “è stato quello di non metterci la faccia se non stai dietro a una cosa con tutto te stesso”). Alla fine si è seduto dietro il bancone di regia e ha prodotto il loro Curiosity.

In effetti, paternalismo a parte, c’è qualcosa che accomuna i due vampiri al soul, funk, pop degli UMA. Innanzitutto un’idea di musica totale, in cui Kraftwerk, psichedelia e surf music vanno allegramente a braccetto. Poi c’è l’approccio laterale alla materia pop e un utilizzo strumentale della bassa fedeltà che ricopre pezzi come Can’t See Why e Outta Money di una stilosissima patina ingiallita. Se al tutto aggiungiamo il feeling retrofuturista che caratterizza la band e che la avvicina ai concittadini STRFKR, risulta evidente come la scena di Portland stia ridefinendo sempre più nitidamente i propri confini estetici. “Penso che quello che succede attorno a noi ci abbia in qualche misura ispirato”, confermano i due, “dopo un po’, però, abbiamo iniziato a guardare altrove, a gente come Ariel Pink, ad esempio, oppure a Mac Demarco”.

In attesa che Curiosity dispieghi tutto il proprio potenziale commerciale, la band ha cominciato un fortunato tour insieme a Unknown Mortal Orchestra e Foxygen (altro act che ha fatto dello sguardo retrospettivo una ragion d’essere). Nel frattempo i due ragionano già sul proprio futuro. Possibilmente con quell’istinto e quell’urgenza che in passato ne ha fatto degli animali da party. “Se c’è qualcosa che abbiamo imparato dai quegli show è il fatto che ci piace scrivere canzoni veloci e divertenti. Per il prossimo lavoro sarebbe bello fare un disco composto interamente da pezzi esplosivi. Penso sia una cosa che viene proprio dal background degli house party e dal desiderio di suonare in maniera sempre più cruda e punk”.

9 Giugno 2013
9 Giugno 2013
Leggi tutto
Precedente
Universi in collisione Blixa Bargeld - Universi in collisione
Successivo
Le dinamiche del cambiamento – Parte 3 David Bowie - Le dinamiche del cambiamento – Parte 3

artista

Altre notizie suggerite