Gli anni zero sono finiti?

Il successo trasversale di Canzoni da spiaggia deturpata ha spinto Vasco Brondi nella casella delle icone, almeno sociologicamente parlando. Nell’era della comunicazione per memi sempre più brevi e di stampo sloganistico, i flussi di coscienza infarciti di immagini da sinistra storica che si reincarnano nella “gigantesca scritta COOP” hanno una forza tale da diventare punti di riferimento per una generazione indie cresciuta a Facebook. Una generazione che per certa parte ha visto in lui il menestrello di “questi cazzo di anni zero”.

Del fenomeno si è accorto il mainstream, che ha voluto il libro di Brondi, che lo ha fatto entrare nel mondo paludato del Premio Tenco, che in qualche modo si è interessato ai potenziali aspetti di marketing che ne scaturivano. Si potrebbe addirittura vedere in Brondi lo spettro di un altro Vasco, quello da Zocca che cantava la vita spericolata. O una vicinanza all’esaltazione di certa provincia che ha aperto le porte degli stadi a Ligabue. Come se i ventenni di oggi avessero trovato il proprio faro, come ai loro coetanei di trenta, venti o dieci anni fa era successo con Vasco Rossi e Luciano Ligabue

Il secondo disco, Per ora noi la chiameremo felicità, non sposta la barra del timone e ripropone lo stesso immaginario raccontato “viscere sul tavolo” fornendo nuova linfa al fenomeno. Dietro all’icona, però, c’è un ragazzo  schietto  che questi ragionamenti sul marketing, sulla sociologia e sulla fenomenologia – forse – non li ha fatti mai. Dalle sue stesse parole, la sua sembra più una navigazione a vista, in un perfetto stile punk, in cui il dire e il fare coincidono. Se al momento il fenomeno susciterà ancora innamoramento e identificazione in una fetta importante del pubblico, e non mancherà di far uscire gli inevitabili “te l’avevo detto”, dove stia andando il progetto Luci della centrale elettrica lo può sapere solo Vasco Brondi. E per cercare di capirlo, non vi è altra via che leggere le sue stesse parole

Com’è stato fare questo secondo disco dopo un esordio così visibile e accolto così positivamente da pubblico e critica?

In realtà ho cominciato a farlo mentre stavo ancora finendo di mixare il disco precedente. Le canzoni sono venute fuori in giro per i concerti in questi due anni. In generale quando è stato il momento mi sono rimesso nella situazione di non avere niente da perdere perché effettivamente è così. Fortunatamente ho anche altre cose e altre pensieri, dovere portare avanti una carriera è una cosa che non mi pongo e che mi ripugna anche un po’.

In cabina di regia non c’è più Giorgio Canali. Chi ha prodotto il disco? Come sono nate queste scelte?

Il disco se parliamo di produzione artistica direi che ho fatto molta roba io da solo. Con Giorgio c’è un rapporto di confronto continuo, ha sentito tra i primi i provini delle canzoni chitarra e voce, mi ha dato una mano a registrare le voci qui a casa e molti consigli. Le Luci della centrale elettrica è una sorta di collettivo e cambia sempre, cambia con me. È venuto da solo fare cose diverse. In generale cambio tutto quello che posso: ho traslocato quattro volte in un anno. Mi sentivo anche tranquillo da solo, ho ricostruito il momento di solitudine che ho quando faccio le canzoni, ma in studio, ho fatto io i premix che sono stati sostanzialmente un momento di arrangiamento. Poi Paolo Mauri, sempre a casa, ha mixato il disco dando un grande apporto. Le scelte di produzione sono state le uniche possibili, le più immediate e le più sincere. Non mi sono voluto inventare un suono in una settimana di studio, le canzoni anche questa volta nascevano chitarra e voce e ci sono rimaste. Le abbiamo suonate tutte in un giorno in presa diretta e quello che doveva essere un provino è diventata la base del disco perché andava bene così.

I testi nuovi arrivano sull’onda del successo del primo disco e della pubblicazione del libro: questi fattori hanno cambiato il tuo processo creativo?

Non credo. Quando scrivo, scrivo. E si crea una dimensione diversa. Poi devo dire che tutto questo supposto successo è per gran parte autosuggestione degli addetti ai lavori del micromondo indipendente musicale. Mi sono ritrasferito a Ferrara e posso assicurarvi che nella realtà non mi caga nessuno.

Dopo essere riuscito a costruire un immaginario coerente e riconoscibile, avevi paura di cadere nella tentazione di rifare lo stesso disco? Hai preso delle precauzioni in questo senso?

Non mi sono posto il problema. Non avevo nessuna tentazione di rifare lo stesso disco, anzi, allo stesso tempo non avevo nessuna intenzione neanche di fare una cosa completamente diversa da quello che sono adesso solo per stupire o per sorprendere qualcuno. Non ho preso precauzioni di nessun tipo, se non di rispondere all’unica regola che vale in queste cose: viscere sul tavolo. Come diceva Pazienza.

Nei testi nuovi ci sono molte citazioni più o meno esplicite. Ma quali sono le tue fonti di ispirazione? Sono maggiormente cantautori o scrittori?

Sono sempre in difficoltà davanti a questa domanda rituale. Non è che mi ispiro a uno o ad un altro, non capisco neanche come si possa fare. Sicuramente ci sono cose fatte da altri che mi colpiscono a morte ma che magari non entrano in nessun modo in quello che faccio. Forse mi viene da mischiare tutto, i palazzi che ho di fronte ad una canzone di Fausto Rossi, una frase di Gianni Celati e la faccia di una passante, allo schermo del computer, una conversazione con mia madre e un film di Wim Venders. Tutte queste cose probabilmente.

Non ti viene mai voglia di lasciare da parte la musica e dedicarti completamente alla scrittura?

A volte penso che sarebbe più comodo che sarei più tranquillo. La parte pubblica della questione devo dire che un po’ di rotture di cazzo me le ha procurate e per quasi un anno non ho fatto concerti perché non ne avevo più voglia. Però credo che non riuscirei, che mi mancherebbe la parte della condivisione, dell’immediatezza delle canzoni. Scrivo molto ma forse è solo un laboratorio per le canzoni, anche per questi testi a volte partivo da storie di quaranta pagine che diventavano una canzone, come per Una guerra fredda. Anche Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero è stato in questo senso un laboratorio, l’ultima parte di quel libro l’ho scritta mentre venivano fuori anche le canzoni di questo disco e si sono parlati a vicenda.

Che effetto ti fa essere considerato il cantore di una certa fetta del mondo indie, non dico generazionale, ma che effetto ti fa sentire la gente che canta a squarciagola le tue canzoni?

La frase dei C.S.I.trasformami in un megafono e mi incepperò” mi sembra perfetta. Facendo questa cosa a volte sono finito in questa dimensione dell’irrealtà dove ogni cosa diventa possibile e da questa dimensione dell’irrealtà però non è che provi grandi soddisfazioni: è come se non succedesse a te, banalmente. Gli unici momenti di gioia sconfinata è quando ti accorgi che dopo un bel po’ di settimane che stai sopra una canzone, all’improvviso capisci che è finita.

Come pensi che verranno accolte le nuove composizioni, o come vorresti che venissero accolte?

Vorrei che fossero ascoltate, è un disco fuori tempo e fuori moda perché credo che per entrarci devi ascoltarlo un po’ di volte. Sono tranquillo perché è proprio come lo volevo e può andare in qualsiasi modo: non ci sono recriminazioni. Credo che molti non le ascolteranno neanche e diranno la solita cosa che si dicono per i secondi dischi di chiunque o per i dischi di chiunque prima non aveva seguito e adesso ne ha un minimo. Dai CCCP ai Marlene Kuntz, agli Afterhours, ai Baustelle adesso. Il solito gioco di ruolo. Credo che ci siano anche tante persone con cui mi capisco e che capiranno le canzoni e che ci troveremo ai concerti e dopo i concerti e che ci accompagneremo a vicenda ancora per un po’.

Com’è cambiata la tua vita privata? Com’è andare al bar a Ferrara oggi?

Come ti dicevo, a Ferrara non mi caga nessuno, solo ogni tanto se viene qualcuno da fuori c’è questo cortocircuito che qualcuno mi ferma per strada e addirittura si stupisce che cammino così tranquillamente per la città, e poi mi chiede di fare una foto assieme e io mi vergogno gli dico di no per favore, che se vuole parliamo finché vuole ci abbracciamo o quello che vuole ma la foto mi vergogno, ci ho provato ma mi vergogno e allora questa persona se ne va presa male e probabilmente va poi su Facebook a scrivere che me la tiro. In generale la mia vita privata non è cambiata, ho gli stessi quattro amici di prima, gli unici che sono rimasti a Ferrara, frequento strettamente le stesse persone e gli stessi posti, solo che ogni tanto parto e vado a fare dei concerti e alcuni giornali e siti mettono delle mie foto brutte con la bocca aperta mentre urlo e alcuni che non conosco parlano di me quando non hanno di meglio da fare.

Come hai vissuto il Premio Tenco?

Questa è un’altra domanda ricorrente che mi mette in difficoltà. Il Premio Tenco sono stati due giorni in cui io, Giorgio, Enrico Molteni e Daniela che suonava il violoncello siamo andati a Sanremo a suonare e a bere la sera e ha sempre piovuto, ma ci siamo divertiti molto. Eravamo così disorganizzati e fuori dal mondo che nessuno di noi sapeva neanche che il disco era in finale al premio Tenco. Così una mattina che de Angelis mi ha chiamato per dirmi che Canzoni da spiaggia deturpata aveva vinto io stavo dormendo e quando mi ha richiamato che ero sveglio sono caduto dalle nuvole e lui c’è rimasto un po’ male. È stata poi una cosa importante, un mondo diverso che si accorge di una cosa che viene da un’altra parte, una produzione da zero euro che vince davanti a produzioni da centomila.

Programmi per il futuro?

Stiamo preparando i concerti e non vedo l’ora di iniziare, dopo tutto questo tempo in casa e in studio, di fare uscire le canzoni e incrociare gli occhi di un po’ di persone mentre suoniamo e pensare cosa faranno delle loro serate e delle loro vite. Appena finito di registrare il disco ho ricominciato a scrivere e suonare in modo compulsivo direi, non so cosa succederà. Credo che andrò in qualche altra direzione e con qualcun altro. Poi ci sono alcune canzoni di altri che mi stanno accompagnando da tantissimo e mi piacerebbe registrarle ma forse le faremo solo dal vivo. Poi ho preso una batteria elettronica che fa un po’ cagare, ma che passata negli effetti della chitarra e poi dentro l’ampli diventa una figata!

9 Novembre 2010
9 Novembre 2010
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