Temporali

La spericolata epifania dell’83

Il 3 febbraio del 1983 Vasco Rossi si presentò sul palco del Teatro Ariston di Sanremo per cantare Vita spericolata. Si trattò, a suo modo, di un’epifania. Lo fu anche e soprattutto perché la prima apparizione video nazionalpopolare di Vasco si era già consumata l’anno precedente con Vado al massimo (al netto della comparsata a Domenica In del 14 dicembre 1980, in diretta dal MotorShow dove si produsse in una opportunamente tamarrissima Sensazioni Forti).

Nei dodici mesi che separarono le due esibizioni sanremesi, molte cose erano avvenute. Su tutte, la sorprendente vittoria della nazionale italiana ai mondiali di calcio spagnoli, un trionfale colpo di spugna sull’immaginario collettivo, lo squillo che annunciava finalmente che il piombo forse – forse – era alle spalle e dovevamo prepararci a una fase di sempre più frizzante benessere, galleggiando sulla spuma di una crescita economica e tecnologica che prometteva di segnare in profondità le nostre vite. E pazienza se politicamente e culturalmente non saremmo stati all’altezza di tutto quel bendiddio.

Così, all’alba dell’Era Fininvest (Canale 5 nacque ufficialmente nel settembre del 1980, quindi tra 1982 e 1984 l’offerta del cosiddetto biscione si arricchì di Italia 1 e Rete 4), la Nazione tornava a radunarsi attorno al focolare sanremese dall’appeal rigenerato dopo la cupa marginalità dei Seventies grazie ai parametri televisivi sempre più dinamici e aderenti al senso di estemporaneità effervescente.

Fautore e officiante di questo rilancio fu il circa trentenne DJ Claudio Cecchetto, cresciuto tra radio e tv private (Telemilano 58, futura Canale 5, direzione artistica di Mike Bongiorno), presentatore della rassegna dal 1980 al 1982. Tuttavia, a condurre l’edizione del 1983 c’era un Andrea Giordana in modalità dandy fotoromanzato. Assieme a lui, le ben più brillanti Isabel Russinova, Emanuela Falcetti e Anna Pettinelli: queste ultime erano le condutrici della fortunata trasmissione Discoring, quindi godevano di buon credito presso gli adolescenti dell’epoca. Tipo me, ad esempio.

Quel me tredicenne che giovedì 3 febbraio del 1983, forte di una collezione di 45 giri drammaticamente ai blocchi di partenza, con poche ed evitabili cassette sul comodino nonché sostenuto da una vasta ignoranza circa quanto fosse accaduto e stesse accadendo sul pianeta pop-rock, si accingeva a farsi spettatore di Sanremo. In generale ricordo il carosello blando e festoso dei cantanti, un autentico dominio di colori pastello in quei loro look impegnati a rassicurare (e rassicurare, e rassicurare), le geometrie tricologiche scolpite senza economie di gelatina né alcuna empatia per lo strato d’ozono, quelle melodie prensili in rotta di collisione con la mia ricettività tenerella e indifesa.

I più (pezzi e cantanti) mi lasciarono indifferente, a partire da colei che poi si aggiudicò la vittoria, la Santa Protrettrice di tutti i carneadi Tiziana Rivale. Rimasi però letteralmente di sasso di fronte ai Matia Bazar (di certo non avevo la minima cognizione di quanto fosse avanguardistico il loro approccio pop in quel contesto imbalsamato: mi affascianrono e basta) e come minimo interdetto da Vasco. Vale a dire: mi piaceva ma non volevo confessarmelo. E confessarlo.

Già, quel Vasco che l’anno precedente si era guadagnato l’ultimo posto con l’irriguardosa cagnara di Vado al massimo, il cui successo fu notevole ma non proporzionale al dileggio che guadagnò al suo autore (Vasco sembrò ai più un disallineato alla Rino Gateano – passato a miglior vita nel giugno del 1981 – ma con un bel corredo di dipendenze e assai meno talento). Sì, quello stesso Vasco che vidi – vedemmo – la sera del 3 febbraio biascicare in playback un pezzo come Vita spericolata, col quale tra le altre cose ci sbatteva in faccia la portata reale delle sue ambizioni: avvolto nella scorza del rocker imbottito di scorie punk, più incline alle sensazioni che alle emozioni, c’era un cantautore che pescava dal suo passato ignoto ai più (a me, ad esempio) un rovello ben codificato e maturo, in grado volendo di pisciare in testa a tutto quel carosello di manichini manichei predisposti a presenziare senza fallo le vetrine presenti e future.

Due sere più tardi, sabato 5 febbraio, Vasco troncò in anticipo la pantomima abbandonando il palco mentre il ritornello consumava il crescendo conclusivo: fu un chiaro messaggio in codice, del tipo “con questa merda non ho nulla a che fare (anche se ne ho un fottuto bisogno)“. In un certo senso, molti di noi (un “noi” che andò definendosi in quel preciso momento) si trovarono improvvisamente orfani di qualcosa che neppure sospettavano esistesse soltanto due giorni prima.

Due mesi più tardi, ci affidammo a Bollicine (sesto album per “il rocker di Zocca”, così lo chiamavano all’epoca) come se non ci fosse nulla di più divertente e vero da fare nel Paese da bere. Gli errori di prospettiva erano il nostro pane. L’ultima cosa di cui sentivamo il bisogno era l’amaro. Sì, eravamo pronti a digerire tutto, a partire dall’indigeribile.

Quell’estate Vasco vinse il Festivalbar.

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