Via dal nido

Con Will Oldham condivide la passione per la recitazione mista a quella per la musica. Con Devendra Banhart e M Ward, la stessa attitudine giocosa e creatività spiritata. Può contare sul sostegno di una congrega di artisti ed amici che vanno da Brendan Canty dei Fugazi agli Archie Bronson Outfit fino ai Raconteurs. Ma in realtà non è che si sappia molto di lui. Le poche notizie che girano sul conto di Benji Ferree accennano a un’esistenza avventurosa (si dice si sia cimentato nei mestieri più disparati, dal babysitter al fattorino al barista), spesa per lo più nell’anonimato. Finché il suo nome non è finito sulla copertina di un album targato Domino, Leaving The Nest. Ora, ci si potrebbe anche chiedere cosa c’entri la label di Franz Ferdinand e Arctic Monkeys con un trentaduenne originario del Maryland, che vanta un passato di aspirante attore a Los Angeles e un presente di eccentrico folkster in quel di Washington, D.C. Ce lo ha raccontato lo stesso Benjy nel corso di una vivace e torrenziale conversazione telefonica, in una grigia mattina di dicembre. Nonostante si sia appena svegliato, è affabile e di ottimo umore, stracontento di essere in Europa per la prima volta.

Non sappiamo molto di te, a parte il recente contratto con la Domino. Possiamo partire da qui…

E’ stato anzitutto grazie all’interesse del mio caro amico Laris Kreslin. E’ il proprietario di un free magazine musicale di Washington DC chiamato Arthur, che io stesso distribuivo nei coffee shop e nei negozi. Un anno fa mi ha proposto di registrare un EP di sei brani, giusto per fare girare un po’ la musica. Poi mi ha presentato a un avvocato, un tizio di nome Paul. Sai, di solito non mi fido degli avvocati, ma stavolta è andata a finire che siamo stati al telefono per un paio d’ore a parlare di musica. Niente legge, niente cose del genere, solo musica. Così, parlando di etichette, mi ha chiesto se conoscevo la Domino. Mi sono ricordato che per loro incidono i Clinic, una band che mi piace molto. Ma a parte questo, cercavo un’etichetta che mi concedesse massima fiducia e libertà artistica. Poco tempo dopo, in occasione di un mio show a New York, ho incontrato il boss della Domino, venuto apposta da Londra per sentirmi; la mia diffidenza iniziale è sparita appena abbiamo parlato un po’. Se c’è un motivo per cui ho firmato con la Domino, è per come mi hanno parlato. Di solito i discografici ti trattano come un’idiota, pensano che chi lavora nel music business sia migliore del resto del mondo; non è stato questo il caso, anzi. Così ho accettato l’idea di intraprendere una carriera. Con la benedizione del mio amico Laris, ovviamente.

Leaving The Nest è uscito il 6 di novembre negli States. Sai già che reazioni ci sono state? A leggere i commenti sulla tua pagina My Space pare che sia piaciuto…

Sai, nessuno sa chi sono. Non ho idea se qualcuno ha comprato il mio disco. Ho avuto moltissimo supporto dai miei amici a Washington, ma non so cosa pensino gli altri, anche perché ad essere onesti non ho avuto nessuna esplosione di fama… non mi importa in fondo se alla gente il mio disco piaccia o no, mi sto divertendo moltissimo. Non ho idea di cosa mi porterà il futuro, sono soltanto eccitato all’idea di fare altri dischi. Non voglio saperlo, e non mi interessa affatto perché la mia vita è così meravigliosa. E poi non sono un grande fan di My Space. Non mi piace Rupert Murdoch.

Fra i crediti di copertina leggiamo il nome di Brendan Canty dei Fugazi. Parlaci un po’ di chi ti ha aiutato a realizzare questo disco…

Dennis Kane(il proprietario del “Black Cat” un locale di Washington dove ho lavorato per molto tempo come barista), ha pensato a registrare le sei canzoni originarie dell’EP, mentre Brendan dei Fugazi ha provveduto alle altre e al missaggio definitivo. Sono entrambi miei amici e gente ottima con cui lavorare, ed è stata una fortuna perché sono un disastro come fonico. Io ho pensato agli arrangiamenti e suonato un po’ di tutto qua e là, batteria compresa, anche se non sono certo Stevie Wonder… In alcune tracce mi hanno dato una mano alcuni amici; per dire, la mia fidanzata – Laura Jean Harris – ha suonato la batteria in un paio di pezzi, ed è l’autrice del dipinto in copertina.

In passato hai provato a fare l’attore. Quando hai capito che saresti finito a fare musica?

Da bambino ero circondato dalla musica: i miei genitori cantavano in chiesa e, anche se lo odiavo ed era noioso come andare a scuola, l’ho fatto anch’io. Appena ho potuto ho cominciato a comprare dischi e andare ai concerti. Da teenager ho imparato a suonare il basso, un po’ di batteria e di chitarra; ma non avevo una band, suonavo in privato. In ogni caso, il mio obiettivo primario era la recitazione, la musica era soltanto un passatempo. Così, dopo essermi preparato, a 21 anni mi sono trasferito a Los Angeles per lavorare nel cinema, sia come attore che come autore. Purtroppo non era come mi aspettavo: avevo bisogno di un agente, ma non l’avevo. Così è finita che mi sono trovato fare tutt’altro. Insomma, ho cominciato a scrivere canzoni perché mi annoiavo a morte! Presto però è diventata un’ossessione salutare. Giusto pochi mesi dopo essermi trasferito a L.A. ho fatto un regalo per Natale a mio fratello: una cattiva registrazione di una canzone che avevo scritto per lui, ma gli piacque tantissimo. Il suo incoraggiamento mi ha spinto a scrivere ancora. Dopo qualche mese ho rinunciato a recitare, e così ho pensato che sarebbe stato il caso di concentrare la mia energia nella musica; da lì ho cominciato a suonare in coffee shops, bar eccetera. Sono ormai sette anni che vivo a Washington DC, e da allora la mia vita è cambiata.

Che stile avevi quando hai cominciato?

Con la voce usavo tonalità molto più alte che adesso, alla Al Green, per capirci (anche se non credo di aver mai raggiunto l’obiettivo), al punto che chi ascoltava le registrazioni pensava fossi una donna! Le canzoni erano lente e bluesy, una sorta di crooning jazz e soul. Adesso la mia voce è più bassa e tormentata dal vivere… In ogni caso, quando sono andato a Washington sono diventato più ossessivo nella scrittura, anche se la sicurezza è venuta fuori solo col tempo. Tuttavia, la mancanza di sicurezza può essere una cosa positiva, se la accetti, perché non pensi ai rischi che corri.

Le tue canzoni trovano ispirazione da fonti più disparate: libri, film, aneddoti storici. C’è un brano in particolare di cui vuoi raccontarci la storia?

Fra le mie canzoni, Private Honeymoonè forse quella che prende spunto in maniera più diretta da qualcosa di non autobiografico. Parla della relazione fra Thomas Jefferson e una sua serva, Sally Hemings. Ebbero anche dei figli, una discendenza che è stata costretta a nascondersi per decenni;ma ovviamente i libri di storia non parlano di questo, io l’ho saputo vedendo un film-documentario di Ken Burns per la PBS (Public broadcasting system, televisione di servizio pubblico, ndr). Il dato importante è stato scoprire che Thomas Jefferson, uno dei padri dell’America, non era affatto un santo. La gente sa che era un buongustaio, che amava i vini e i formaggi, che indossava una parrucca, che non aveva bisogno di vestirsi o di pulirsi il culo da solo perché aveva qualcuno che lo faceva al posto suo. Con questa canzone mi sono voluto divertire un po’ a rompere le palle a Jefferson, descrivendolo come un bambino viziato che cerca di giustificarsi con la sua amante nascosta, promettendole incontri romantici. E’ divertente, e racconta una storia romantica e patetica allo stesso tempo.

Ho sentito molta musica dei ’60 e ’70 nel tuo disco. A partire da Kinks e Beatles, e poi Johnny Cash, T Rex, Led Zeppelin…

Non fraintendermi, ma i Kinks non sono una mia influenza. Non è la musica con cui sono cresciuto, anche se negli ultimi anni ho comprato due dei loro dischi. Sono cresciuto con i Beatles, sono stati la colonna sonora della mia infanzia, come la musica gospel. Il loro catalogo è come un libro di inni religiosi, e lo stesso può dirsi per uno come Tom Waits. Ad ogni modo, l’influenza principale per il disco viene da Johnny Cash e la Carter Family. E’ come se fosse la mia famiglia musicale. Poi sentivo mentre facevo il disco gli Hot Snakes (ex Drive Like Jehu) e gli Outkast. E sì, sono anche cresciuto con Marc Bolan, T Rex, e tutta la roba prodotta da Tony Visconti, ma l’influenza che loro hanno esercitato su di me riguarda più il beat, che la scrittura. Elizabeth cartn.

Di Cash è anche l’unica cover del disco, A Little At A Time.

Credo che Johnny sia stato uno dei migliori interpreti vocali maschili del ventesimo secolo, come Mahalia Jackson lo è stata al femminile. Sentivo di dover tributargli il mio rispetto, per questo ho fatto A Little at a Time. E’ una canzone corta e semplice, le parole sono così perfette. L’ha scritta quando era diviso tra la prima moglie e June Carter, le parole sono tristi ma lo spirito è divertente. Poi non è molto conosciuta, per cui è bello sapere che dei fan di Cash che non conoscono quella canzone andranno a sentire il disco originale grazie alla mia cover. Ovviamente la sua versione è meglio della mia (ride, ndr)!

Oltre Brendan Canty, ci sono altri artisti con cui sei amico o ti senti vicino musicalmente?

Gli Archie Bronson Outfit sono la mia band preferita! Poi ci sono gli Aquariumda Washington. Sono su Dischord, ma non hanno niente in comune con il suono di quella label: sembrano una colonna sonora di Kubrick mixata a Sesame Street. Sono un duo, e penso che in Italia piacerebbero molto. Ci suona la mia fidanzata, Laura Jean Harris. Poi amo anche i Blood Feathers, e sono amico Jack Lawrence dei Greenhornes e Racounteurs, anche se non ho potuto conoscere Jack White per via dei suoi impegni. D’altronde non conosco molta gente famosa, sono quasi tutte persone con cui sono stato insieme in tour.

La tua passione per il cinema è nota, così come il tuo amore per registi come Lynch, Cassavetes e Truffaut. Si è riversata nel tuo fare musica?

Sì! In particolare, quando arriva il momento di registrare è come se facessi cinema. Lavoro sulle canzoni con un approccio visivo, ma solo perché non so pensare in altri termini: ho visto così tanti film quando ero ragazzo, fino a venticinque volte ciascuno, se non oltre… è inevitabile. Alla fine gli intenti non coincidono sempre con il risultato, ma il mio punto di partenza è sempre visuale. Chi mi aiuta a registrare mi prende in giro per il mio modo di parlare, visto che uso un sacco di metafore cinematografiche. Ma in fondo anche questo fa parte di essere un artista… no?

Hai mai pensato a realizzare qualche film o clip per la tua musica?

Lo farò quando tornerò a casa, non l’ho mai fatto ma è nelle mie intenzioni. Potrà essere orribile, o molto bello, chissà. Ho delle idee, ma le scoprirai solo quando sarà finito. Sarà immaturo, ma di certo la cosa più differente che abbia mai fatto.

Pensi a te stesso come uno storyteller o un autore di canzoni? E’ più importante la melodia o ciò che racconti?

Entrambe, probabilmente. Voglio mettermi in una situazione in cui posso divertirmi e perdermi nel farlo. Non voglio sapere la risposta a questa domanda! Non sarebbe più divertente.

1 Febbraio 2007
1 Febbraio 2007
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